RISORSE UMANE

Lo strano caso dei cv anonimi e delle selezioni illecite

In Nord Europa il cv diventa "anonimo", esclusi foto, sesso, età o etnia del candidato per evitare discriminazioni; in Italia ancora diffuse varie cattive pratiche in tema di selezione del personale, come quelle di raccolta e conservazione dei cv o indagini sulle opinioni del candidato

È dalle ultime settimane del 2020 che si sta parlando di un trend dei paesi nordici, Finlandia in primis, in cui i processi di selezione del personale avvengono tramite “CV anonimi”, con il nobile scopo di evitare le discriminazioni all’assunzione. Si vorrebbe tenere conto esclusivamente della storia professionale, cercando di valutare il candidato secondo criteri oggettivi e in modo non distorto dai pregiudizi dei selezionatori, evitando di acquisire ogni tipo di informazione non essenziale. Sono così esclusi foto, riferimenti a sesso, età o etnia.

Per quanto l’entusiasmo della novità faccia apparire tale scelta come “storia di successo”, solo il tempo saprà chiarirne l’efficacia.

In Italia, sarebbe preferibile andare contro alcune worst practices tristemente diffuse nella selezione del personale relative alla raccolta e trattamento dei dati dei candidati.

La maggior parte delle volte, la raccolta sistematica dei CV attraverso indirizzi e pagine dedicate avviene senza alcuna forma di informativa nei confronti dei candidati.  Eppure, sarebbe sufficiente pubblicarla e indicare un link sul modulo.

Molto più frequentemente, tanto da organizzazioni private che pubbliche, viene richiesto un inutile consenso relativo al trattamento dei dati personali. Altrettanto frequentemente, il tempo di conservazione dei CV non è definito e dunque viene rimesso o alla volontà di pulizia degli uffici e delle caselle e-mail, o al rispetto del “per sempre” caro al mondo delle favole e ad uno spot sui diamanti.

Il trend in aumento, purtroppo, consiste nello svolgimento in via diretta o mediata di quelle “indagini sulle opinioni del lavoratore su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine professionale del lavoratore”, in spregio all’espresso divieto stabilito a riguardo dall’art. 8 Statuto dei Lavoratori. E di conseguenza, in violazione dei principi di liceità e minimizzazione dei dati personali. Qui il diavolo sta nei dettagli e spesso suggerisce l’acquisizione illecita di queste informazioni in sede di colloquio (in presenza, o molto più spesso da remoto o per vie telefoniche), ma talvolta si adagia anche nei moduli predisposti per la presentazione della candidatura. Ad esempio, è sempre più diffusa la domanda circa la composizione del nucleo familiare, o il lavoro del proprio partner.

Certamente, se si riscontrano moduli o evidenze circa tali raccolte uno strumento utile di tutela può consistere nella segnalazione al Garante per la protezione dei dati personali.

Sul lato dei professionisti della privacy, invece, è necessaria un’azione per sterilizzare il mercato dall’offerta di “consulenze compiacenti”, astenendosi dal cooperare con organizzazioni in cerca di aggiramenti normativi e da omissioni significative nelle attività di sorveglianza.

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