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Giorgetti dixit

Il decalogo del Ministro dello Sviluppo Economico sullo sviluppo digitale in Italia. Cosa c’è da sapere, cosa c’è da sperare, cosa c’è da dubitare

Con il Recovery Plan l’Unione Europea ha delineato una nuova strategia trasversale finalizzata a centrare l’obiettivo di sostenere la competitività delle economie europee attraverso l’accelerazione digitale. La pandemia ha mandato in soffitta rigidità e cautele che in passato non avevano supportato gli Stati membri. 

Adesso cosa farà l’Italia? A questa domanda ha dato risposta oggi il Ministro per lo Sviluppo Economico, Giancarlo Giorgetti, davanti ai componenti della Commissione Trasporti della Camera. E poiché di indicazioni Giorgetti ne ha offerto molte, vale la pena conservarne traccia affinché in futuro sia possibile stilare un resoconto inoppugnabile dei bersagli centrati e, verosimilmente, di quelli mancati. Il proposito, infatti, di correggere subito prassi negative largamente consolidate e soprattutto di   adottare un metodo di programmazione dei progetti da realizzare e delle spese da finanziarie meno esposto ai rischi della frammentazione e della dispersione appare lodevole quanto impossibile. Diciamo che sarebbe un buon risultato correggere qualche errore di troppo anziché promettere di raddrizzare tutti i binari sformati. E diciamo anche che minacciare un sistematico monitoraggio dei progetti con annesso decadimento del finanziamento in caso di concreta mancata realizzazione non sposterà in alto l’asticella dell’efficienza. Ci vuole ben altro. Ma un Ministro da poco insediato cos’altro può dire? La realtà dei fatti è 

che l’Italia registra ritardi molto gravi non soltanto rispetto ai partner più importanti ma anche, in alcuni casi, rispetto a Paesi membri dell’U.E. di limitate dimensioni che negli ultimi anni hanno compiuto progressi formidabili sul terreno dell’avanzamento tecnologico grazie al massiccio impiego di tecnologie digitali sia da parte di amministrazioni pubbliche, con evidenti vantaggi per i cittadini e le imprese, sia da parte dei sistemi produttivi. 

L’Italia vive nel ritardo digitale more uxorio, maritata con il digitale divide convintamente e fedelmente. Sulla carta il Piano nazionale può costituire l’occasione utile per provare a rimediare ad alcuni dei ritardi che hanno sin qui segnato negativamente la situazione italiana. Partiamo allora da quello che dice la carta, seguendo la versione del Ministro argomentata in Commissione. 

Primo, la strategia per il digitale identifica l’Intelligenza Artificiale come priorità. Nascerà perciò un Istituto italiano per l’Intelligenza Artificiale con sede a Torino e un fondo per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, blockchain e internet of things con una dotazione di soli 15 milioni di euro per tre anni.  L’Istituto dovrà sostenere attività di ricerca e di sviluppo di tecnologie innovative da parte di imprese, con priorità per le startup. 

Secondo, dotare le amministrazioni pubbliche di competenze tecniche necessarie per operare con piena cognizione di causa.  Il Ministro non ha specificato attraverso quali manovre a tenaglia intenda perseguire l’obiettivo. Di certo l’incompetenza digitale nella P.A produce continui ricorsi a competenze esterne, a studi e a affidamenti il cui sottostante reale è la sudditanza dell’affidatario pubblico nei confronti del fornitore, padrone (quasi) incontrastato delle soluzioni e dei costi espressi.

Terzo, valorizzare tutte le eccellenze e mettere in connessione in una logica di rete le esperienze più avanzate, guardando a quei Paesi che sono riusciti a mettere in connessione mondo delle imprese, università, istituti di ricerca e istituzioni pubbliche.

Quarto, cambiare le leggi. Occorre, propone Giorgetti lavorare in stretto rapporto con le autorità di settore per aggiornare il tessuto normativo che disciplina i mercati di frontiera delle tecnologie digitali, dell’intelligenza artificiale e dei servizi digitali 

Quinto, velocizzare il percorso fin qui problematico per la cablatura integrale del paese, con lo stanziamento di risorse consistenti per la diffusione della fibra ottica nelle aree grigie, per completare il piano scuola e i collegamenti con le isole minori, in modo da contrastare il digital divide. 

Sesto, sostegno della domanda con voucher di fase II (la notifica alla Commissione Europea è già avvenuta): saranno impegnati 900 milioni per servire circa due milioni di famiglie e un milione di PMI, attraverso la corresponsione di voucher rispettivamente di 300 € per le  famiglie e un importo da 300 a 2500 € per le imprese, a  seconda del grado di connettività richiesto. 

Settimo, Open Fiber dovrà cambiare pelle: il piano per la cablatura in fibra ottica delle cosiddette aree bianche ha registrato notevoli ritardi non tutti imputabili a difetti di impostazione del piano stesso (per il Ministro il piano ha trascurato vincoli amministrativi e burocratici) ma anche ai ritardi accumulati dal soggetto aggiudicatario Open Fiber. 

Un colpevole, dunque, c’è. Ma insieme ad Open Fiber si dovrà semplificare le normative con particolare riguardo alle possibilità di ricorrere a tecniche di scavo a basso intensità ambientale, anche attraverso eventuali correzioni al codice delle comunicazioni elettroniche e semplificare gli adempimenti connessi alla presentazione delle istanze comuni per l’avvio dei lavori. Ma il vero imputato è la concreta realizzabilità di una rete unica e lo stallo che la contraddistingue ma che determina sovrapposizioni e duplicazioni degli investimenti effettuati dagli operatori, soprattutto nelle aeree con maggiore domanda. 

Ed ora l’ottavo punto. Il completamento della connessione in fibra ottica è essenziale al 5G, per la cui realizzazione è indispensabile porre le condizioni per una più razionale utilizzo dello spettro elettromagnetico, assicurando la liberalizzazione della frequenza 700 Mhz nei tempi prescritti e puntando a progetti condivisi e per rafforzare la partnership con altri Stati membri.

Nove: occorre essere proattivi e sostenere gli operatori nazionali sui temi strategici, che vanno dalla realizzazione del Cloud Gaia X (che vede in prima fila Francia e Germania), all’utilizzo dello strumento dell’IPCEI specificamente finalizzato a promuovere progetti transnazionali così come per quanto concerne la presentazione di proposte da la realizzazione dei cosiddetti corridoi 5G. 

Il decimo punto (ma la formulazione del decalogo non è di Giorgetti, bensì nostra) prevede una sbirciatina al tema della sicurezza confinato in tre-righe-tre assieme al Golden Power. Il punto, pertanto, lo riportiamo per intero: “E’ evidente che la concreta attuazione del progetto 5G dovrà avvenire nel rigoroso rispetto della disciplina messa in campo e di quella che sta trovando attuazione proprio in questi giorni per quanto concerne la cyber security e il Golden Power”. 

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