SPECIALE CORONAVIRUS

Peggiora la situazione epidemiologica in Italia: a rischio anche la tenuta degli ospedali

Resi pubblici i nuovi dati sulla pandemia in corso. Li commentiamo con il Dr. Gucciardino, anestesista rianimatore, dirigente medico e studioso della gestione dei rischi e delle catastrofi

Sono 26.824 i positivi al test del coronavirus in Italia ieri, secondo i dati del ministero della Salute. Il giorno prima erano stati 25.673. Le vittime ieri sono state 380, mentre l’11 Marzo erano state 373. In Italia il 12 Marzo, secondo i dati del Ministero della Salute, sono stati effettuati 369.636 tamponi molecolari e antigenici per il coronavirus; il giorno prima i test erano stati 372.217. Il tasso di positività (rapporto positivi/test) del 12 Marzo è del 7,2%%, l’11 Marzo era stato del 6,9%, quindi in aumento dello 0,3% al giorno. Gli ingressi in terapia intensiva in Italia per il Covid-19 nella giornata di ieri, secondo i dati del Ministero della Salute, sono 226. Il saldo tra ingressi e uscite è di 55 pazienti in più. In totale in rianimazione ci sono ora 2.914 persone. Nei reparti ordinari (pneumatologia e malattie infettive) sono invece aumentati i pazienti di 409 unità rispetto al giorno precedenti, portando il totale a 23.656 (dati aggiornati al 12 Marzo 2021).

Il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Silvio Brusaferro, alla conferenza stampa sull’analisi dei dati del monitoraggio regionale della Cabina di Regia, di ieri sera, ha dichiarato: “L’epidemia in Italia è in netta ricrescita mentre in altri Paesi europei è in decrescita. Da noi è la sesta settimana consecutiva in cui la curva sta crescendo. Solo in Umbria e Bolzano si vede una decrescita, ma qui sono in atto misure da settimane. I ragazzini da 10 anni in su hanno un’incidenza di casi che cresce, la crescita è generale tra tutte le fasce di età, ma ci sono sempre più persone più giovani che contraggono l’infezione“. Nel corso della stessa conferenza Gianni Rezza, il direttore della Prevenzione del Ministero della Salute, ha aggiunto: “Bisogna anticipare la corsa del virus, ma il fatto che diminuiscano i casi nelle rsa e tra gli anziani è un primo successo della strategia vaccinale, si vedono i primi risultati. In questo momento non possiamo che agire con interventi di mitigazione e contenimento“. In riferimento al lotto di vaccini AstraZeneca, bloccato dopo tre decessi sospetti, ha poi aggiunto: “Non bisogna generare un allarme ingiustificato perché per ora non è stato dimostrato alcun nesso di causalità. È importante una vigile attesa. Non è detto che non ci saranno casi, ma non è detto che siano legati a vaccini. Secondo Ema – ha aggiunto Rezza- i rischi sono trascurabili mentre i benefici sono molto alti. Quello che dobbiamo chiedere ad AstraZeneca – ha poi concluso-  è la massima trasparenza e che dia il suo supporto, perché è anche suo interesse escludere un nesso di causalità tra vaccino ed eventi avversi. La collaborazione è assolutamente doverosa“.

Nel periodo 17 febbraio – 2 marzo 2021, l’Rt medio calcolato sui casi sintomatici è stato pari a 1,16 (range 1,02- 1,24), in aumento rispetto alla settimana precedente e sopra uno in tutto il range. Un valore di Rt superiore a 1 indica che l’epidemia è in espansione, con il numero di casi in aumento. È quanto emerge dal monitoraggio settimanale della cabina di regia. Nella settimana 1-7 marzo 2021 si continua ad osservare una importante accelerazione nell’aumento dell’incidenza a livello nazionale rispetto alla settimana precedente: 225,64 casi per 100.000 abitanti (01/03/2021-07/03-2021) contro 194,87 per 100.000 abitanti (22/02/2021-28/02/2021).  Il tasso di occupazione in terapia intensiva a livello nazionale è complessivamente in aumento e sopra la soglia critica (31% vs 26% della scorsa settimana). Complessivamente, il numero di persone ricoverate in terapia intensiva è in aumento da 2.327 (02/03/2021) a 2.756 (09/03/2021); il numero di persone ricoverate in aree mediche è anch’esso in aumento, passando da 19.570 (02/03/2021) a 22.393 (09/03/2021). Forti le variazioni inter-regionali, con alcune regioni dove questi numeri “uniti all’incidenza impongono comunque misure restrittive“. Si osserva un forte aumento nel numero di nuovi casi non associati a catene di trasmissione (50.256 contro 41.833 la settimana precedente). Si mantiene stabile la percentuale dei casi rilevati attraverso l’attività di tracciamento dei contatti (28,8%). Aumenta, invece, la percentuale di casi rilevati attraverso la comparsa dei sintomi (37,8% contro 35,2% la settimana precedente). Infine, il 20,2% dei casi è stato rilevato attraverso attività di screening e nel 13,2% non è stata riportata la ragione dell’accertamento diagnostico. 

Si conferma per la sesta settimana consecutiva un peggioramento nel livello generale del rischio. Dieci Regioni (contro sei la settimana precedente) hanno un livello di rischio alto. Altre 10 Regioni/PPAA hanno una classificazione di rischio moderato (di cui quattro ad alta probabilità di progressione a rischio alto nelle prossime settimane) e solo una (Sardegna) con rischio basso. Lo rileva la bozza di monitoraggio settimanale Iss-Ministero della Salute. Sedici Regioni e province autonome hanno un Rt puntuale maggiore di uno. Tra queste, otto (Campania, Piemonte, FVG, Emilia-Romagna, Basilicata, Lombardia, Lazio, Veneto) hanno un Rt con il limite inferiore superiore a 1,25, compatibile con uno scenario di tipo 3. Quattro Regioni hanno un Rt nel limite inferiore compatibile con uno scenario di tipo 2. Le altre Regioni/PPAA hanno un Rt compatibile con uno scenario di tipo uno. Lo evidenzia il monitoraggio settimanale Iss-Ministero della Salute.

Commentiamo queste notizie con il Dottor Pierluigi Gucciardino, anestesista-rianimatore, studioso di gestione del rischio e delle catastrofi.

  • Dottor Gucciardino, innanzitutto grazie per aver accettato il mio invito. Come vede la situazione odierna?

I numeri non sono buoni, purtroppo. Con 380 morti, cui si associa un aumento degli accessi in terapia intensiva, la situazione è decisamente grave. Anche i ricoveri nei reparti ordinari, come quelli di pneumologia, medicina interna e malattie infettive, sono in aumento. Non servono statistiche complesse per capire la situazione, purtroppo è sufficiente l’aritmetica.

  • Come spiega Dottore lo scollamento tra la situazione che lei vede in ospedale ogni giorno e quello che invece si vede da fuori?

La stanchezza si fa sentire, ma non per questo bisogna abbassare la guardia!  Ogni attenzione in più all’igiene, quotidianamente – specialmente in famiglia, al supermercato, tra familiari, nelle situazioni più comuni insomma – può evitare vere e proprie tragedie. Vi porto un esempio: ho seguito un cluster familiare di un paziente che derivava da una singola persona infetta. Tutto ciò è partito da un singolo pranzo di famiglia. Il mio paziente – il suocero della prima persona infetta – purtroppo è morto dopo giorni e giorni passati intubato a lottare. Non scorderò mai il suo ultimo desiderio: prima della sedazione necessaria all’intubazione mi ha detto: Dottore, prima di addormentarmi, mi faccia sentire per l’ultima volta i Led Zeppelin. È la lucidità di queste persone che pesa di più sul cuore di noi operatori sanitari.

  • Grazie per questa sua testimonianza così gravosa, ne approfitto per domandarle di spiegarci meglio la terapia intensiva, le intubazioni e tutti questi temi di alta specializzazione, dove nella stampa generalista si sono sentite notizie molto contrastanti

Durante il picco pandemico dello scorso inverno, abbiamo avuto una terapia intensiva COVID con 7 posti. Da noi giungevano tutti quei pazienti presentanti un quadro respiratorio così compromesso da necessitare assistenza ventilatoria. Noi anestesisti curiamo i pazienti con situazioni cliniche che ormai necessitano di cure intensive con ventilazione meccanica e che quindi non possono rimanere ricoverati in normali reparti di degenza. Dopo l’intubazione purtroppo per il paziente può presentarsi una situazione sempre più critica da cui difficilmente ho visto venirne fuori. Attenzione! Non è per il tubo in sé, ma per le condizioni cliniche che portano all’’assistenza ventilatoria meccanica controllata mediante tubo endotracheale. Quando i pazienti arrivano a quelle condizioni, nove su dieci non ce la fanno. Cerco di esprimere il concetto in modo semplice: non è il tubo che uccide, sono le condizioni cliniche che portano alla necessità di intubare che conducono all’esito infausto.

  • Concordo con lei che sui mezzi d’informazione generalista c’è molta confusione su questo tema e la ringrazio per averci aiutato a chiarire la questione. Siamo ai saluti, c’è un messaggio o un appello che vuole far arrivare ai nostri lettori?

NON ABBASSATE LA GUARDIA! Per noi operatori sanitari questa pandemia è un vero e proprio incubo: turni massacranti, esperienze umane terribili, un peso psicologico indescrivibile. Aiutateci facendo il vostro dovere, seguite le prescrizioni di protezione e distanziamento!

Ci tengo a far arrivare un messaggio ai lettori: i pazienti COVID che ho visto in terapia intensiva sono sempre stati lucidissimi finché erano in assistenza respiratoria meccanica non invasiva: questa è una peculiarità di questa malattia. Fino all’istante prima della sedazione che serve a intubare. Sanno perfettamente cosa sta succedendo e cosa li aspetta. A volte, seppure in franca fatica respiratoria muscolare (un’indicazione assoluta all’intubazione, NdR), giurano e spergiurano che va tutto bene e si sentono bene… Questi pazienti arrivano a cercare a tutti i costi di non perdere il contatto umano negando che hanno bisogno dell’innalzamento del livello di assistenza ventilatoria perché sanno cosa li aspetta.

Ogni giorno ci affidano piccole, preziose ultime volontà come anche i familiari dei pazienti vivono una angosciante esperienza come i loro congiunti in lotta con il virus. Questi parenti affidano a noi tutta la loro smaniosa angoscia nel voler trasmettere sentimenti e amore ai loro congiunti. Congiunti che fino a 24 ore prima erano con loro nelle loro vite.

Questa forma di polmonite ha abolito la fisiologica distanza tra la vita, la coscienza, la freschezza delle esperienze e degli affetti e il FISIOLOGICO trapasso dell’uomo. Una morte cardiaca improvvisa, un incidente stradale mortale, uno stato di coma galoppante non ci permette di capire che stiamo “andando via”, il COVID-19 sì.

Inutile ribadire le raccomandazioni già generosamente elargite da colleghi e non. Invito solo a calarsi non nel nostro lavoro ma nel dramma di ogni famiglia che vive quanto raccontato.

Grazie Dottore per la sua preziosa testimonianza, spero di averla ancora come ospite su INFOSEC.NEWS

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