UN MESSAGGIO IN BOTTIGLIA

Diffidenza, democrazia e delinquenza: un dilemma Covid

Geoffrey Woodling è il co-fondatore della Business Futures Network presso lo Stanford Research Institute nel 1983 e di Futurealities, nel 2003, nate per aiutare i clienti a sviluppare nuovi business in base alle opportunità offerte dai processi di cambiamento.

Traduzione e adattamento di Andrea Aparo von Flüe e Alberto Scarpa (BFN)

Versione originale di Geoffrey Woodling, BFN

Si può immaginare peggiore paura del dovere affrontare un incubo digitale post-pandemia? 

Non si vuole qui sminuire la realtà dell’infezione, della malattia, delle tante perdite umane. L’anno passato si è vissuto un livello di paranoia che solo in parte può essere attribuito allo stress da Covid-19. Sono intervenute altre problematiche sociali che hanno aggravato la preoccupazione generata dalla pandemia, facendo crescere l’intolleranza. L’apparente facilità con cui i social media influenzano le persone attraverso la propagazione di opinioni estreme ha generato feroci fra i soggetti della vita pubblica che hanno opinioni diverse e comportamenti sempre più aggressivi. Il carburante per tale intolleranza è fornito dal mondo digitale. I social media sono diventati il luogo deputato per contestare la veridicità del come, dove e perché il virus è deflagrato nelle nostre vite. Dinamica che, a tempo debito, ha generato il terrore della vaccinazione. 

Il “virus cinese”, per usare una frase propagata da coloro che potremmo chiamare educatamente “delinquenti” dei social media, dimostra la ricerca di un capro espiatorio per distogliere l’attenzione dai fallimenti delle autorità locali. La pandemia ha di fatto accresciuto la consapevolezza della mancanza di controllo dei contenuti dei social media.

In pochissimo tempo è diventato evidente che gran parte di ciò che viene condiviso sui social media è di dubbia veridicità. Nulla è risparmiato: dalla cosiddetta messaggistica ufficiale alle tante invettive individuali. 

Tuttavia, altre questioni sociali, in particolare il movimento BLM (Black Lives Matter), hanno alimentato lo scontro tra coloro che vedono i social media come un’espressione di libertà di parola e coloro che li vedono come un incitamento alla sedizione come accaduto il 6 gennaio scorso a Washington. L’assalto al Congresso americano ha riacceso il dibattito tra coloro che ritengono che le organizzazioni dei social media debbano essere legalmente responsabili dei  contenuti che pubblicano (o trasmettono) e altri che considerano tale imposizione una negazione del diritto alla libertà di parola su Internet. 

Al centro c’è lo scontro tra chi crede che la libertà di parola non sia una licenza per ferire, o per fuorviare deliberatamente il prossimo con falsità o peggio e chi invece rivendica il diritto di esprimere le proprie opinioni sui media, libero da qualsiasi forma di moderazione imposta. Due convinzioni che non si escludono a vicenda, sempre che gli individui siano in grado di esercitare l’autocontrollo. Tuttavia, la struttura stessa dei social media crea un ciclo di rafforzamento che amplifica qualsiasi incitamento all’odio, più velocemente di quanto non possa essere ritrattato o eliminato. Di conseguenza, le aziende titolari dei social media hanno deciso di limitare accessi e contenuti, ottenendo come unico risultato la migrazione degli esclusi verso piattaforme meno note e non regolamentate come Signal e altre che proliferano nella “Dark Net”, la “rete oscura”.

Tutti e tre i casi di abuso dei media citati – cospirazione, BLM e sfiducia nei vaccini – illustrano quanto la società sia vulnerabile alla corruzione dei fatti da parte dei media e spiegano la crescente richiesta di un intervento statale per impedirla. Ciò ha in qualche misura messo in cattiva luce più di un governo, sospettato di cercare di limitare l’accesso a dati scomodi, alimentando la politicizzazione delle strategie e dei programmi per combattere il Covid e mettendo così in dubbio la credibilità sia della politica che della scienza. La sfiducia nei dati Covid, non importa se pubblici o privati, ​​è un sottoprodotto degli sforzi politici per ridurre le critiche ai fallimenti dei governi nazionali e del loro ricorso al nazionalismo competitivo dei vaccini.

Questi, quindi, sono tempi particolarmente difficili per le democrazie. Lo straordinario impatto della pandemia Covid-19 in tutto il mondo ha costretto tutti in una situazione di emergenza, con le conseguenti limitazioni alla vita “normale” e alle libertà dei cittadini. 

Cosa è successo, in particolare, alla nostra libertà di parola, alla libertà dei media e alla libertà di informazione? Nell’era dell’informazione, la democrazia appartiene a un pubblico disinformato, con “tutte le informazioni del mondo a portata di mano” ma senza l’inclinazione a mettere in discussione le fonti o a guardare ai fatti; predisposto invece ad attaccare violentemente qualsiasi opinione o “tribù” opposta. 

Ironia della sorte, questa violenza rispecchia esattamente ciò che accade dove invece né l’espressione né i media sono liberi e la democrazia è solo una parola: luoghi che siamo tentati di guardare con ammirazione per la loro gestione forte e apparentemente efficace della pandemia.

Oggi i politici imitano comportamenti e strategie degli “influencer”. I primi promuovono le loro idee, i secondi il loro stile di vita. Entrambi occupano i social media alla ricerca di glamour. Realizzare obiettivi non è più l’unica misura del successo. L’appeal sensoriale può essere altrettanto importante. Il circo della politica imita la diffusa tendenza di chi fa opinione a usare la loro posizione e potere per ingannare coloro che vogliono influenzare.

Mentre in alcune società la politica è considerata una parolaccia che può dissuadere molti dal votare, altri, come in Giappone, hanno una prospettiva diversa di cosa sia la politica della democrazia. Nel paese del sol levante la democrazia genera libertà fino al limite oltre il quale tale libertà viene affidata in gestione a coloro che detengono l’autorità. Non è una libertà di fare ciò che più pare e piace, di ottenere ciò che si vuole e forse di dire ciò che si desidera. Può darsi che alcune società abbiano scoperto che i loro processi per la conduzione del dialogo politico sono diventati inadeguati, o obsoleti.

Ormai è chiaro che la pandemia rimarrà tra noi, a livello globale, per molto tempo. Alcuni paesi stanno iniziando a dare la priorità al benessere economico rispetto alla salute di chi è più a rischio, soggetti inevitabilmente tra i più svantaggiati socialmente ed economicamente. Si è diffusa una demenza economica collettiva, che ignora il destino dei più vulnerabili, siano essi bambini disagiati o anziani nelle case di cura, rinunciando a provvedere alla loro sicurezza, alimentando disuguaglianze crescenti.

Le legittime lamentele dei più deboli sono state soffocate da coloro che negano l’efficacia del vaccino o non sopportano gli obblighi di distanziamento sociale e di indossare la maschera. Questi ultimi sono spesso esponenti di libertà sfrenata e cospirazioni di destra, che esprimono la rabbia per le loro difficoltà economiche dovute al blocco. 

Non sono un gruppo di uomini bianchi ignoranti, anziani e scontenti, indottrinati da fonti della rete oscura, come narrato dal folklore dei media. Torniamo a Washington il 6 gennaio scorso. Sono persone qualunque, radicalizzate dagli algoritmi di Facebook, la loro fonte di informazione. Più digitavano i nomi di Trump, o di Giuliani o di qualsiasi altro sostenitore di Trump, più ricevevano i loro post più estremisti. L’evidenza di questa dinamica è stata rivelata dalla diversità di chi ha invaso del Campidoglio, mentre le loro simpatie populiste hanno trovato un’eco in tutto il mondo, all’interno dell’UE e altrove.

Le conseguenze sono altrettanto profonde per il nostro sistema economico quanto per la nostra democrazia.

Le aziende di social media devono assumersi la responsabilità del modo in cui i loro algoritmi alimentano la disinformazione; allo stesso tempo i destinatari della disinformazione, indipendentemente dal loro livello di intelligenza o istruzione, devono rendersi conto che non sono né addestrati, né inclini a mettere in discussione o verificare le informazioni che ricevono, finalizzate ad attirare il loro interesse. Così viene consentito agli algoritmi di rete di identificare le loro preferenze – le nostre – per venderle poi agli inserzionisti dei media. L’attenzione ha enorme valore. Certo, anche i media tradizionali sensazionalizzano le notizie, ma a differenza dei social media non possono sfruttare gli effetti di rete che consentono lo sviluppo esponenziale del dominio del mercato, annullando la concorrenza, garantendo un monopolio di fatto a chi muove per primo. 

I social media hanno sfruttato gli investimenti pubblici nelle infrastrutture di telecomunicazione, su cui si appoggia il protocollo di comunicazione Internet, per scambiare dati quasi a costo zero. Non c’è da meravigliarsi se i social network fanno di tutto per mantenere questo comportamento oligopolistico a scapito di una concorrenza effettiva. Il loro interesse commerciale ha priorità assoluta. La nostra consapevolezza di quanto sia ampio e variegato l’impatto economico dell’accesso illimitato ai social media è offuscata da sempre. Il Covid l’ha solo accentuata. 

Si consideri, come esempio, l’estensione dilagante di quella che è stata definita “criminalità informatica da pandemia”, che ruba o sovverte i programmi di vaccinazione, debole sintomo di una “economia oscura” molto più profonda. In molti casi, l’obiettivo della criminalità informatica è l’estorsione economica che può tuttavia nascondere un’insidia molto maggiore: l’indebolimento della verità, della democrazia e della libertà, così da pervertire le fondamenta stesse della supremazia elettorale. 

I governi di tutte le convinzioni e gradi di legittimità sono sia sostenitori che combattenti delle guerre e dei crimini informatici. Alcuni le usano come mano invisibile di vantaggio economico. Poco importa se la minaccia proviene da regimi autoritari o apparentemente democratici quando si è il bersaglio. 

C’era una volta un dato di fatto: libertà, democrazia e capitalismo vanno di pari passo. Ora vediamo che possono divergere, seguendo traiettorie diverse. Possiamo vederne gli effetti nella diffusa “sfiducia” nei risultati delle recenti elezioni presidenziali statunitensi, come nelle critiche alle aziende farmaceutiche. 

In molte di queste convinzioni, c’è la paura della “democrazia” che deriva dalla tirannia della maggioranza. Per alcuni, forse, la democrazia non dovrebbe negare l’accesso a qualunque contenuto i suoi cittadini desiderino. In passato si era liberi di decidere quali negozi visitare per soddisfare i propri desideri. Oggi i negozi tra cui scegliere sono molto pochi.

Può la società pretendere che le reti di social media impediscano ai “delinquenti” di tutte le convinzioni di distribuire deliberatamente notizie false per amplificare infondate teorie complottiste? 

Una strada possibile è controllare coloro che alimentano la pandemia di bugie. Si può iniziare determinando chi sia responsabile e degno di fiducia. Da qui il passo è breve per capire che gli inaffidabili, i nuovi “delinquenti” globali, lavorano per forze maligne che alimentano la criminalità informatica.

Un’altra minaccia alla nostra sicurezza è l’idoneità mentale dei nostri stessi leader. La nostra incapacità di prestare attenzione alle neuro-scienze e alla loro capacità di diagnosticare malattie o instabilità mentali gravi è essa stessa causata dalla mancanza di fiducia nell’establishment scientifico. Sebbene molti possano contestare tali diagnosi, saremo infine obbligati a dare retta alla scienza quando determinerà se potremo o meno riprendere le nostre vite “normali”. Affronteremo il tempo del dopo pandemia Covid. Dobbiamo accettare che la nostra futura libertà e sicurezza richieda che si dimostri il nostro status di liberi dal virus (Covid-free). Probabilmente ciò comporterà l’adozione di una versione del tanto discusso passaporto vaccinale digitale. Quasi sicuramente risiederà all’interno di un’app sull’onnipresente smartphone. La sua efficacia e utilità dipende da un accordo globale su un formato digitale che possa identificare ciascuno di noi e localizzarci in ogni momento, così da poterci muovere fra paesi o semplicemente partecipare a un evento ad alto rischio di esposizione vicino a casa. 

Forse la prospettiva della libertà di viaggiare sconfiggerà coloro che vedono il passaporto vaccinale come lo strumento per negare il nostro diritto non solo di viaggiare, ma di accedere ai social media? 

Il passaporto sanitario può diventare la piattaforma per creare una registrazione unica e globale, per proteggere la nostra democrazia, la nostra identità individuale. Certamente impedirebbe agli agenti canaglia dell’FSB (ex KGB) di postare su Facebook, così come potrebbe rendere più difficile per loro viaggiare all’estero per inoculare agenti nervini. 

I “delinquenti” che devono ancora accettare qualsiasi vincolo alla loro libertà di accedere o abusare degli onnipresenti social network, dovranno riconoscere che solo coloro che dispongono di dati sanitari attendibili e la cui identità può essere sia convalidata che protetta, saranno liberi di viaggiare oltre la propria realtà virtuale. 

Forse questo è un compromesso accettabile per loro e per il resto di noi.

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