CAMPANELLO DI ALLARME

Ecco chi può aver fatto uccidere l’ambasciatore in Congo

Possibile che Di Maio, i Servizi segreti e il WFP non conoscessero la situazione?

Guardatelo bene in faccia. Si chiama Jean Claude Rusimbi, il “colonnello” vice comandante delle operazioni di intelligence del 3409° Reggimento che ha il controllo della regione del Nord Kivu, protagonista di stragi efferate, padrone dell’area di Goma, feudatario dell’indebito dominio ruandese di quella disperata zona della Repubblica Democratica del Congo.

Il suo palmares di assassinii lo fa immaginare con il manico della grande falce poggiato sulla schiena, come l’iconica Morte de “Il settimo sigillo”. Prima di far eliminare l’ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista Mustapha Milambo Baguna, il feroce Rusimbi ha collezionato una lunga lista di esecuzioni spietate e assunto un ruolo tristemente leggendario.

Uomo di spicco nella compagine rivoluzionaria capeggiata da Laurent Nkunda (vero e proprio “signore della guerra” al centro di indagini della “Cour pénale internationale”, la Corte Internazionale per i crimini contro l’umanità che ha sede a L’Aja) sarebbe lui ad aver inviato un commando di quattro miliziani agli ordini del luogotenente “Didier” ad occuparsi della carovana del World Food Program e a fargli pagare l’estremo “pedaggio” sulla direttrice Goma-Rutshuru, itinerario tra i più pericolosi di quel Paese.

Potrebbe essere sempre lui ad aver organizzato anche l’agguato mortale a Williams Mulahya Hassan Hussein, il magistrato congolese che – procuratore militare di Rythsuru – ha perso la vita colpevole di indagare sulla morte del nostro ambasciatore e dei due con lui.

L’indomito Padre comboniano Filippo Ivardi Ganapini, missionario “controcorrente”, su “Nigrizia” esclude la casualità dell’imboscata di banditi locali e descrive uno scenario sconfortante. Ne emerge una situazione torbida e al contempo fin troppo nitida, un orizzonte facilmente percettibile da chiunque si occupi di quelle aree, un contesto nemmeno sfiorato nelle commoventi celebrazioni ufficiali cui si sono prodigati “quelli che contano”, un panorama su cui i media internazionali preferiscono chiudere gli occhi.

La poca stampa indipendente da quelle parti e una manciata di coraggiosi blogger francofoni mettono a disposizione di chi voglia approfondire una significativa quantità di informazioni impressionanti. Ciò nonostante, nella totale indifferenza collettiva – comoda per chi continua imperturbabile il proprio business qualunque ne sia il prezzo – nessuno affronta la questione con la determinazione, la competenza e la serietà che il cittadino qualunque ha diritto di auspicare.

Ce la si cava con messaggi di rito, con protocolli funerari dai tricolori sulle bare, con la solita promessa che si farà luce sull’accaduto (come è accaduto con Ilaria Alpi e Milan Hrovatin, fino a giungere a Giulio Regeni), con il progressivo ed implacabile incedere dell’oblio.

In attesa che il 9 marzo si chiuda l’inchiesta congiunta del dipartimento di sicurezza delle Nazioni Unite (UNDSS), della missione MONUSCO e dello stesso Programma Alimentare Mondiale (WFP), il quisque de populo – appena ripresosi dalla sbornia di Sanremo – forse vorrà saperne di più. Prima che il campionato di calcio o qualche altro evento di folklore nazional-popolare riprendano il controllo ipnotico della gente, verrebbe da chiedersi se alla Farnesina o nel bunker di Forte Braschi le “feluche” e gli 007 avessero mai analizzato i rischi di quella martoriata zona, definito le iniziative da adottare per salvaguardare la missione diplomatica, fissato le doverose contromisure, coordinato i rispettivi ruoli per evitare “sorprese”.

Analoghi quesiti dovrebbero essere oggetto di replica da parte del World Food Program e del MONUSCO (l’articolazione armata delle Nazioni Unite che ha, o avrebbe, il compito di garantire la sicurezza di quei territori).

Vorrebbero una risposta Zakia Seddiki e le sue tre bambine orfane dell’ “ambasciatore buono”, Domenica Benedetto che ha perso il suo Vittorio con cui sognava di condividere il futuro, la famiglia di Mustapha e – più che legittimamente – tutti noi.

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