GUERRA DELL'INFORMAZIONE

Usa: i padri fondatori si rivoltano nelle loro tombe

Chiunque ricopra incarichi importanti non può promuovere fake news o hate speech. Quale prevenzione?

Il potere dei presidenti è cambiato enormemente da quando in “Democracy in America”, Alexis de Tocqueville scriveva che “il Senato controlla gli eccessi del presidente… lo sovrintende nei suoi rapporti con le potenze straniere e nelle nomine a cariche governative affinché non possa né corrompere né essere corrotto…il suo comportamento rimane semplice, non influenzabile e limitato..Il Presidente degli Stati Uniti è responsabile delle sue azioni”. 

I padri fondatori immaginavano un presidente consapevole dei suoi obblighi etici e morali, un pater familias esempio di leadership, capace di consolidare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e nei rappresentanti politici.  Sapevano che la libertà di espressione permette sia la ricerca della verità che la diffusione di notizie false o la diffamazione, ma si aspettavano che un presidente scegliesse sempre e solo la prima opzione. Né ritenevano necessario codificare caratteristiche diplomatiche, relazionali e di comportamento che dovrebbero essere proprie di chiunque ricopra incarichi importanti. Toni aggressivi al limite della “hate speech” mettono i cittadini gli uni contro gli altri. Forse il presidente uscente si è scordato che uno degli obiettivi della Costituzione è “insure domestic tranquility” (assicurare la pace, l’assenza di disordini)

Favorito dall’accettazione nella società di modelli di comunicazione violenti e denigranti, dove viene percepito come vincente l’uomo dai toni forti che umilia l’avversario, Trump ha liquidato umiltà e correttezza, etichetta e bon-ton come optional secondari e ha fatto dell’arroganza, della sfida alla legalità e del politically incorrect un marchio di fabbrica per i suoi follower.

Orgogliosamente anti-establishment, ha minato la fiducia nelle istituzioni e negli altri, diffuso fake news e accusato i media di diffonderle, ha rilasciato dichiarazioni a favore di un governo estero contro gli interessi degli Stati Uniti, sconfessato la scienza, messo in ridicolo i suoi collaboratori, le agenzie governative, il corpo diplomatico, ha annientato il valore del merito e promosso le sue aziende personali.  Non rieletto, ha contestato la validità del voto.  

Biden ha incarnato la reazione a Trump di molti elettori sfiniti dalla retorica del presidente uscente e ha messo sul piatto una voce per calmare gli animi.  Ma come sappiamo la vittoria è stata di misura o poco più, l’America è divisa e Trump ha continuato a dichiarare le elezioni falsate il giorno stesso in cui è stato prosciolto dall’impeachment.  Il 28 febbraio 2021 è  nuovamente in pubblico per lanciare il Patriot Party o comunque riprendersi un posto sulla scena mediatica.   Niente gli impedisce di spianare il terreno per le presidenziali del 2024 ed è improbabile che decida di moderare i toni.  Ai suoi sostenitori piace così.

La domanda importante è se una democrazia si può permettere questo tipo di presidente e se la risposta è “no”, cosa fare per impedirlo. 

Impedire la rieleggibilità dello stesso Trump è un primo passo.  Ci sono le accuse di sedizione per le incursioni del 6 gennaio al Congresso. Il Congresso potrebbe limitare l’azione dei futuri presidenti agendo su vari dossier “calpestati” in questi quattro anni:  influenza politica su investigazioni FBI, apertura a influenze di altri stati (o connivenze con gli stessi), sfruttamento del proprio business, obbligo di trasparenza fiscale, abuso della grazia presidenziale.  Si potrebbe rendere più difficile la possibilità di contestare risultati elettorali.

I giuristi si confrontano su eventuali modifiche alla Costituzione, ma l’impresa è ardua perché lo spirito è quello di permettere a chiunque di diventare presidente. Ad oggi chiunque sia residente negli Stati Uniti da almeno 14 anni, abbia compiuto 35 anni, sia cittadino americano o nato negli Stati Uniti può candidarsi alla presidenza. L’ultimo aggiornamento nella Costituzione americana è del 1951, ma solo per limitare a due i mandati di un presidente. 

Ridurre ad un mandato ogni presidenza impedirebbe ad un buon presidente di continuare la sua opera ed è chiaro che aumentare l’età minima non è una garanzia.  Non ha neanche senso modificare il giuramento che il presidente legge al momento del suo insediamento perché il testo è volutamente di principio e fa riferimento alla Costituzione in toto: “porterò avanti con fedeltà la carica di Presidente degli Stati Uniti e al meglio delle mie capacità, preserverò, proteggerò e difenderò la Costituzione degli Stati Uniti”.

È possibile prevenire? Se c’è ancora il rischio che un presidente non riesca ad agire per il bene di tutta la popolazione, non sarebbe ora di rendere più rigorosi i criteri per la selezione di tutti i presidenti, partendo dall’accesso alla nomination?  Nessuno mette in discussione l’importanza di filtri per la selezione di medici e astronauti.  Perché non farlo con la carica più importante del paese?

Anche solo come esercizio accademico, un gruppo di lavoro potrebbe tracciare il profilo ideale di un presidente e preparare un test per la scelta di candidati idonei alla nomination.  Al gruppo potrebbero partecipare membri del congresso e senatori, costituzionalisti e giuristi, ma anche psicologi, esperti in risorse umane e di pubbliche relazioni. 

Gli psicologi si sono già espressi in materia. Sin dal suo insediamento nel 2016, molti psicologi sostenevano che Trump fosse incapace di adempiere adeguatamente ai propri doveri perché affetto da “narcisismo maligno”, una combinazione di narcisismo, comportamento antisociale, aggressività e sadismo.  Lanciarono una petizione affinché venisse rimosso dalla carica per cui era stato democraticamente eletto, ma avevano le mani legate perché dovevano rispettare la regola secondo cui uno specialista in psichiatria non può offrire un parere professionale su una persona senza averla prima esaminata personalmente. 

Gli esperti in risorse umane lo avrebbero scartato ancor prima della nomination perché non aveva esperienza per la posizione (politica), aveva fatto fallire un’azienda dopo l’altra, non sapeva motivare e ispirare i collaboratori, non dava valore al merito e non rispettava la diversità.  Sarebbero fioccate contestazioni disciplinari per il suo trattamento delle donne, dei disabili, per gli insulti ai rivali solo per il loro l’aspetto fisico.

Gli esperti di pubbliche relazioni lo avrebbero bocciato per assenza di empatia, capacità di ascoltare i pubblici di riferimento o di gestire le relazioni per migliorare la reputazione e la percezione delle istituzioni, delle amministrazioni e della “Azienda USA”.  Non avrebbero giudicato sensibile ad iniziative di responsabilità sociale applicata alla politica, cosa avveratasi per l’ambiente con il ritiro dagli Accordi di Parigi.

Chissà quali verifiche includerebbero nel test per la nomination.  Conoscenza della Costituzione, della storia degli Stati Uniti, esperienza politica potrebbero anche essere optional, perché per il sogno americano tutti possono diventare presidenti. Ma fra tutti gli aspetti da misurare, i più importanti sono l’atteggiamento verso le fake news e la hate speech.

Anche se va provata la causalità fra manifestazioni d’odio e azioni violente, la sola possibilità che un linguaggio aggressivo da parte di una figura di così importante rilievo pubblico possa scatenare azioni violente dovrebbe costituire di per sé motivo di impedimento.

La prevenzione è ancora più importante negli Stati Uniti perché la libertà di espressione è difesa indipendentemente dal contenuto, anche se limita l’esercizio del diritto di un altro. Nel 1992, la Suprema Corte considerò legittimo il cross burning da parte del Ku Klux Klan, che aveva dato alle fiamme una croce (il suo simbolo) nel giardino di casa di una famiglia afroamericana. Un altro esempio è il caso del National Socialist Party of America a cui non fu negato il diritto di organizzare una manifestazione neonazista in una zona densamente popolata da persone di origine ebraica.

Un presidente che divide e chiude un occhio ai cospirazionisti promotori di fake news non è il presidente di tutti.  La divisione porta astio e rancore. Molte famiglie americane sono lacerate dai danni causati da sostenitori QAnon.  La combinazione di isteria di massa, xenoasiatica negli USA. Gli attivisti pro-Trump gridano “Hang Pence” contro un esponente del suo stesso partito. C’è anche un’azione di divisione più subdola, un altro atto di bullismo anche se non direttamente violento. Si chiama “deliberate avoidance”, deliberatamente ignorare il prossimo, una divisione che un presidente non può favorire.

Servono argini specialmente da quando la disintermediazione digitale ha creato rapporti diretti fra comunicatore e destinatario del messaggio e la portata del messaggio è amplificata dalla visibilità del comunicatore. Se non ci pensa la politica a fare la sua parte, saranno Twitter e Facebook a separare le notizie vere da quelle false, la realtà dalla finzione, contenuti generati da persone o da algoritmi e a bloccare l’azione di ingombranti influencer.

È lo stesso amministratore delegato di Twitter a chiedere aiuto. Jack Dorsey ha dichiarato che la sospensione dell’account di Trump, sebbene necessaria “segna un precedente che io reputo pericoloso: il potere che un individuo o un’azienda hanno sopra una parte della conversazione pubblica globale”

A chi si chiede cosa c’entra questo articolo con Infosec, testata che si occupa principalmente di cybersecurity, mi azzardo a dire che Elon Musk sta sperimentando il collegamento fra computer e cervello e un giorno la cybersecurity proteggerà non solo i nostri computer dagli hacker ma anche il nostro cervello.  Le fake news sono già un tentativo di hackeraggio della nostra mente.  QAnon è una cryptolock nella mente dei malcapitati e per disintossicarli serve l’antivirus della conoscenza.

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