AEROSPAZIO

Sette minuti di splendore

Il rover Perseverance è ammartato nel cratere Jezero, uno dei luoghi maggiormente indiziati per il ritrovamento di tracce fossili di vita

I “sette minuti di terrore” sono il momento più critico di qualunque missione diretta su Marte.

La definizione è nata dal fatto che dal limite esterno dell’atmosfera marziana, fino a quando i rover – e domani i razzi con equipaggio umano – si posano sul suolo del Pianeta Rosso, passano per l’appunto sette minuti.

In questo fatidico intervallo di tempo, la navicella con il suo carico passa da una velocità di oltre Mach 20 – più di ventimila chilometri l’ora – ad una al di sotto della velocità del suono, lasciando nella rarefatta atmosfera i resti bruciacchiati del suo scudo termico.

In quei sette minuti, al centro di controllo della missione, i responsabili del team di ammartaggio trattengono il fiato. Sul tavolo ci sono anni di preparazione e costruzione di vettore e rover, poi sei mesi di volo interplanetario, e le speranze di un gruppo molto più ampio di quello che siede davanti agli schermi ingombri di dati.

Ci sono molte cose che possono andare male. Innanzitutto, la capsula per l’ingresso in atmosfera può fallire il distacco dalla navicella vettrice. Poi, può entrare nell’atmosfera con un angolo sbagliato: troppo ottuso e rimbalza via come un sasso su uno stagno; troppo ripido, e l’attrito in discesa sarebbe fatale.

Dopo di che, bisogna che i grandi paracadute deputati alla decelerazione dalla pazzesca traiettoria di entrata a una velocità più accettabile si aprano regolarmente dopo essere stati ripiegati per mesi nel freddo vuoto dello spazio. E ancora, bisogna che il distacco tra la capsula atmosferica e il modulo di ammartaggio avvenga con successo. Solo in questo caso, dirigendo la propria traiettoria con i razzi direzionali, modulo e rover possono andare alla ricerca del punto di touchdown.

Nelle precedenti missioni marziane, capsule e rover non erano troppo schizzinose in fatto di precisione. Bastava che si arrivasse alla giusta velocità per non schiantarsi, e un punto nel raggio di alcune decine di chilometri andava bene. Per questo motivo, si sceglievano zone piatte, monotone, che assicurassero la sopravvivenza della missione anche in caso di un clamoroso errore di traiettoria.

Ma la missione di Perseverance è molto diversa dall’andare in giro a scattare foto e campionare in maniera opportunistica. Questa volta il luogo scelto era molto preciso: il cratere Jezero, una zona relativamente ristretta, posta sul margine occidentale di Isidis Planitia, una regione di Marte. La ragione della scelta è molto semplice ed insieme eccitante: Jezero mostra tutte le caratteristiche geologiche di una regione alluvionale, una dove ad un certo punto e per molto tempo, l’acqua ha fluito in fiumi e laghi, se non mari.

L’obiettivo scientifico della missione è da capelli bianchi: verificare se, sul fondo del cratere, sia possibile ritrovare tracce fossili di antica vita microbica. Tale ritrovamento scuoterebbe dalle fondamenta tutte le residue visioni privilegiate di un pianeta Terra unico luogo in cui la vita sia mai esistita. Il ritrovamento di microrganismi fossili su un altro mondo sfaterebbe definitivamente qualunque concezione umano-centrica, e arriverebbe come un grande mattone scientifico nella fragile vetrina delle filosofie creazioniste.

Per ottenere un ammartaggio di precisione, Perseverance è stato dotato di un sistema di riconoscimento ed inseguimento in tempo reale del terreno, tale da identificare le caratteristiche di diversi punti potenziali di touchdown, e selezionare quello con i minori rischi per il rover. Se questo apparato avesse in qualche modo risentito del viaggio spaziale, ci sarebbe stato il concreto rischio di finire fuori zona e schiantarsi sulle colline che circondano Jezero.

E anche una volta selezionato il punto giusto, non si è ancora arrivati. Il modulo di ammartaggio si pone in volo stazionario con i suoi piccoli razzi, e attraverso un sistema di cavi a scendere il rover delicatamente sulla superficie. Dopo di che, i cavi si distaccano, il modulo vola via e va a schiantarsi lontano, mentre il rover resta solo sulle proprie ruote.

E ancora, non è finita. Bisogna che il rover si riattivi dopo mesi di gelo e vuoto, seguiti dalla discesa spericolata nell’atmosfera, che tutti gli strumenti funzionino regolarmente e che riesca a mandare a Terra la prima immagine del suolo marziano. Se questo non succede, si è compiuta una maratona per inciampare e doversi ritirare per infortunio sull’ultimo metro di percorso.

Per la gioia dei controllori della NASA e di quanti hanno seguito i sette minuti di terrore da remoto, nulla di ciò è avvenuto. La trasmissione sugli schermi della prima foto in bianco e nero da parte di Perseverance ha dato la stura ai festeggiamenti.

Nel momento in cui scriviamo, nella notte italiana, il rover sta effettuando la connessione dei vari strumenti alle antenne di ricezione poste negli Stati Uniti, in Spagna e in Australia. Presto comincerà a compiere i primi metri sul suolo rosso, ad una velocità molto superiore a quella dei precedenti rover.

Questo grande oggetto semovente – grande quanto una grossa utilitaria – ha a bordo un laboratorio chimico-fisico completo per l’analisi dei campioni; ed anche una stazione di impacchettamento che gli consentirà di prepararne degli altri da lasciare sul posto, pronti per essere raccolti da una prossima missione e spediti a Terra. 

Il meraviglioso, nuovo rover ha un’ultima, straordinaria caratteristica: custodisce nelle sue viscere un piccolo drone volante, denominato Ingenuity, che avrà la funzione di effettuare una serie di prospezioni a bassa quota, e sarà di fatto il primo oggetto artificiale a volare su Marte.

In conclusione, ne vedremo sicuramente delle belle nei prossimi anni, che si presentano forieri di novità tali da farci riscrivere i libri di planetologia – e forse quelli della nostra storia.

Crediamo che, Carl Sagan, colui che ci ha indicato la via, stia sorridendo lassù, da qualche parte.

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