RISERVATEZZA DEI DATI

L’inquietante e crescente potere dei Social Media

Consigli per orientarsi tra privacy e app di messaggistica.

Negli ultimi giorni, a partire dall’episodio di cancellazione dell’account di Donald Trump da parte di Facebook e Twitter, e della pubblicazione delle nuove linee guida per la privacy di Whatsapp, la discussione sulla valenza, il potere e l’invasività dei Social Media impazza in tutto il mondo.

Un’impresa privata – indipendetemente dal fatto che le opinioni dell’interessato siano o meno condivisibili o socialmente pericolose – ha deciso autonomamente, senza che alcuna autorità giuridica lo abbia autorizzato, di cancellare gli account Facebook e Twitter del presidente uscente degli Stati Uniti.

A chi guardi l’episodio con occhi freddi, la cosa fa immediatamente sobbalzare. Quanto è accaduto lancia un messaggio molto chiaro: se l’uomo più potente del mondo può essere zittito con un click, a maggior ragione può esserlo chiunque. La possibilità di esprimere pensieri autonomi e condividerli con la propria rete è di fatto limitata da chi controlla i Social Media.

Di più, gli stessi Social Media, senza essere sottoposti ad alcuno scrutinio di legge, decidono autonomamente quali sono i pensieri legittimi e quali no, escludendone alcuni e di fatto promuovendone altri. Come conseguenza, siamo ad un passo da una specie di teocrazia digitale, in cui il peccato in “pensieri, parole, opere ed omissioni” viene immediatamente sanzionato con l’oblio, senza neanche il passaggio vicariale della confessione o la possibilità di spiegarsi.

La situazione non migliora quando si vada ad esaminare un altro aspetto del nostro vivere digitale: le applicazioni di messaggistica che ormai costituiscono lo strumento primario di comunicazione con la nostra rete sociale.

Come riportato in alcuni articoli precedenti, il cambio della privacy policy di Whatsapp ha scatenato una serie di reazioni a livello planetario, con levate di scudi, spiegazioni da parte dell’applicazione -ricordiamolo, di proprietà di Facebook – e passaggi in massa verso altre soluzioni come Telegram e Signal. Addirittura, abbiamo assistito al comico equivoco involontariamente generato da Elon Musk con la sua raccomandazione di passare a Signal, a seguito del quale moltissimi utenti hanno acquistato le azioni della Signal sbagliata, determinandone un repentino balzo in Borsa.

A questo punto viene spontaneo domandarci: quali applicazioni di messaggistica sono più o meno rispettose della nostra privacy? Quali ci richiedono, nascondendosi dietro il chilometrico “legalese” delle privacy policies, di avere accesso – giustificato o meno – ad una messe consistente dei nostri dati personali? Proviamo a fare un esempio riportando una fonte ben informata e visualizzando a quali informazioni i diversi servizi di messaggistica accedono allo stato attuale.

È immediatamente evidente che Messenger di Facebook sia l’applicazione che per funzionare richiede l’accesso ad una grande quantità di informazioni personali. O meglio, non per funzionare: le richiede per darci la possibilità di avere accesso all’applicazione stessa. Se infatti andiamo a scorrere l’elenco dei dati più o meno consapevolmente condivisi dagli utenti, ci accorgiamo molto rapidamente che molto poche di esse sono essenziali alla fornitura del servizio. Ad esempio, è ovvio e naturale che per metterci in condizione di comunicare con gli altri sia necessario fornire il proprio nome e cognome, concedere un accesso più o meno forte alle proprie foto, e poche altre informazioni.

Tutto il resto, invece, come evidente dal confronto con quanto richiesto dalle altre applicazioni di messaging per funzionare, non ha altra funzione se non alimentare la fame di informazioni di Facebook. Il quale, ricordiamolo, persegue il legittimo obiettivo di generare un profitto attraverso la “vendita” dei dati dei propri utenti agli inserzionisti pubblicitari. Ma che, secondo quanto ricordato prima, ha da pochi giorni compiuto un passo decisivo nell’esercitare un potere assoluto sulla libertà di parola dei propri utenti. E che cosa potrebbe succedere nel momento in cui un soggetto privato, non sottoposto alla legge nelle sue decisioni di concedere o meno agli individui diritto di parola, conoscesse – direttamente o per estrapolazione dal complesso di dati che ha a disposizione – ogni più intimo pensiero, esigenza o movimento dei propri utenti?

Whatsapp si è imposta nel tempo come alternativa a Messenger proprio in ragione della propria minore voracità di dati riguardanti la vita dei propri utenti. La sua migrazione sotto il tetto di Facebook e l’aggiornamento delle proprie privacy policies nella direzione di quelle di Messenger ricorda tanto il famoso trucco dell’omerico cavallo che tanto danno fece ai Troiani. Speriamo che al più presto venga imposto un limite più attento rispetto alla possibilità di soggetti privati di conoscere così tanti dettagli della vita dei propri utenti senza che questo sia necessario all’erogazione del servizio. Nel frattempo, fiduciosi nelle immutabili leggi del mercato, ci auguriamo di aver messo a disposizione un elemento di giudizio in più a favore dei cittadini e della loro privacy.

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