GUERRA DELL'INFORMAZIONE

Strapotere delle Big Tech e sicurezza: le responsabilità dei media

Media e intellettuali non anticipano più la realtà ma si limitano a subirla. Ne subisce le conseguenze la formazione di una coscienza civile.

Dopo la scelta di Twitter di chiudere gli account dell’ex presidente americano Trump i media, gli intellettuali italiani “scoprono” il potere delle piattaforme tecnologiche e lanciano un “allarme democrazia”.

Costoro arrivano buoni ultimi e in ritardo di oltre vent’anni (meglio tardi che mai)  su un tema disperatamente segnalato, a livello internazionale da associazioni per i diritti civili come l’americana EFF , in Europa da EDRI e, in Italia, fin dal 1994, da ALCEI.

Al contrario, salvo qualche articolo più o meno dovuto alla sensibilità individuale del singolo redattore, i media generalisti (quelli che “fanno opinione”) hanno sistematicamente benedetto acriticamente ogni prodotto o servizio che la multinazionale di turno offriva al mercato e sono stati pochi i pensatori che hanno esercitato una riflessione critica sulla politica delle tecnologie. Nessuno di costoro, però, è andato oltre una effimera “protesta di carta” lasciando a un manipolo di ingenui attivisti la missione —fallita— di far sì che le Istituzioni non mettessero istruzione, sanità, difesa e sicurezza nelle mani di multinazionali straniere. 

Se, dunque, oggi media e intellettuali si destano dal torpore non è perché hanno ingoiato la pillola rossa di Matrix, ma perché, semplicemente, reagiscono agli eventi invece di anticiparli e contribuire alla formazione di idee (quale che sia il loro posizionamento culturale).

Importanti testate scelgono gli argomenti dei quali occuparsi utilizzando Google Trends invece di andare a caccia di notizie. Si accorgono che il sasso è stato lanciato nello stagno solo quando percepiscono le onde d’acqua più lontane dal centro, e dunque più deboli e meno importanti. Ma non si chiedono dove è stata scagliata la prossima pietra. Allo stesso modo, gli intellettuali abdicano alla loro funzione di mediatori fra la realtà e il pensiero, e riducono il loro pensiero al numero di caratteri di un tweet o al mezzo minuto di una dichiarazione radiotelevisiva. 

Tanti fanno parte della “cultura dei fuochi di paglia” che si traduce in effimere “ondate di indignazione” per film degli anni trenta, per (mal comprese) fotografie di denuncia e finanche per i formati di pasta.

Il meccanismo è collaudato: qualche sconosciuto – sulla base delle proprie rispettabili, ma sempre personali convinzioni – “lancia” una crociata. Altri, “forti” a quel giuro —chiedo perdono in ginocchio ad Alessandro Manzoni—  rispondendo da fraterne contrade e affilando nell’ombra i messaggi che ora levati, scintillano online. 

Puntualmente, il giornalista rileva il picco di messaggi —difficilmente peraltro, contenenti argomentazioni o riflessioni— e, scrivendone, li innalza al rango di notizia.

È un salto troppo lungo affermare che media e intellettuali siano (i soli) responsabili della creazione della cancel culture  e di quella dei flash mob. Di certo, però, hanno contribuito a dare dignità di protesta –  un gesto di fondamentale importanza politica e democratica – anche a reazioni viscerali e senza costrutto.

Qualcuno comincia anche ad interrogarsi sul senso di quello che sta accadendo. Ma la sostanza dei fatti non cambia: questo modo di fare convince fanatici e crociati che la loro opinione “conta” quanto quella degli esperti e di chi ha la responsabilità di governare istituzioni e aziende. 

È l’espansione illimitata dei “quindici minuti di notorietà” di warholiana memoria, garantiti non da una comparsata televisiva, ma da un post in qualche social network debitamente (e arbitrariamente) amplificato.

Per essere chiari, il punto non è limitare la libertà di esprimere le opinioni anche più becere o ignoranti, ma il dovere di chi rivendica un ruolo di preminenza — giornalisti e intellettuali, appunto— di dare il giusto peso a ciò su cui imprimono il proprio sigillo di autorevolezza.

Questo, però, non accade e non ci si dovrebbe stupire più di tanto, dunque, se succedono cose come l’invasione del Campidoglio americano, che inizia lasciando supporre l’avvio di un colpo di stato, e poi si sgonfia nel giro di quattro ore, con i “rivoltosi” che si aggirano per le stanze del Congresso come se fossero in visita, guardandosi attorno e seguendo, in fila ordinata, il percorso delimitato dal tappeto e dai cordoni. 

Terminata la “fiammata”, i “rivoltosi” hanno mostrato disorientamento e confusione. Non sapevano esattamente cosa fare, a parte rubacchiare qualche souvenir, scattarsi dei selfie o sedersi sulle poltrone dei potenti. Siamo di fronte a rivoltosi da burletta —niente di comparabile, per rimanere in Italia, al Golpe Borghese, al Piano Solo e alla strategia della tensione— ma non è detto che la prossima volta si sarà così fortunati.

È, forse, troppo tardi per arginare l’ignoranza diffusa che crea danni istituzionali sul breve, ma anche sul lungo, periodo. È tuttavia possibile (ri)cominciare ad esercitare il dovere di informare senza preoccuparsi di click e like.

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