CITTADINI & UTENTI

“Make America Worst”: Trump scatena la guerra civile

Si riuscirà a dimenticare il 6 gennaio 2021?

La pagina peggiore nella storia della democrazia americana, la seconda peggior esperienza statunitense dopo quel funesto 11 settembre…

L’assalto a Capitol Hill e la profanazione del tempio del buon governo – comunque la si pensi e qualunque sia l’orientamento politico – costituiscono la più truce ricostruzione delle invasioni barbariche. I ridicoli costumi – a metà tra i raduni di Pontida della Lega 1.0 e gli abiti di scena dei Village People – sono la ciliegina sulla torta.

Da tempo non mi capitava di fare zapping sfrenato sui canali televisivi di informazione internazionale e la sera del 6 gennaio mi ha persino portato a rivisitare vecchi detti popolari, immaginando che “l’Epifania tutti i sogni li porta via”.

Il sogno americano si è infranto crollando giù come una quinta del Truman Show: la terra della Libertà, quella in cui a tutti viene data una chance e prospettata una opportunità di riscatto, è finita sotto i riflettori per una tribale azione che, anche ad allarme scemato, fatica ad esser cancellata dalla mente.

Ogni commento sulla violenta scelleratezza dei manifestanti è senza dubbio superfluo. Ogni valutazione a freddo sul come sia potuto accadere, invece, è d’obbligo.

Qualcuno ha deliberatamente sottovalutato cosa avrebbe potuto succedere, quasi l’atmosfera di odio che trasudava da Twitter e dagli altri social non riguardasse questo pianeta, l’America, Washington.

Per renderci conto della sproporzione tra minaccia e cautela, si può – senza andar lontani – ricordare quel che accadde dalle nostre parti con il referendum in cui gli italiani dovevano scegliere tra il Re o una repubblica. In epoca in cui il sentimento nazionale era percepito senza bisogno di computer, reti e strumenti di analisi informatica, si era sentita la necessità di correre ai ripari prevedendo una possibile reazione inconsulta degli insoddisfatti dal risultato delle urne.

Come si legge sulle pagine web del QuirinaleIl passaggio dalla monarchia alla Repubblica avvenne in un clima di tensione, tra polemiche sulla regolarità del referendum, accuse di brogli, polemiche sulla stampa, ricorsi e reclami”.

Si racconta di schieramenti militari tenuti pronti ad intervenire per sedare le sommosse, qualunque fosse il fronte a promuoverle.

Ovunque e sempre si sarebbe configurato un dispositivo di emergenza per bloccare rivolte o gesti sensazionalistici. Nella capitale degli Stati Uniti non è successo. E quando il Congresso ha chiesto l’intervento della Guardia Nazionale il Pentagono ha inizialmente risposto “no” all’istanza di Nancy Pelosi, il cui ufficio è stato occupato e messo all’aria dai vandali che – non contenti – hanno violato gli scranni parlamentari e si sono seduti trionfanti al posto del Presidente del Senato.

Perché non si sono immediatamente alzati in volo gli elicotteri? Perché gli SWAT hanno tardato a manifestarsi? Perché – soprattutto – la zona del Campidoglio non è stata preventivamente isolata per evitare che l’orda inferocita arrivasse al palazzo e lo conquistasse con lo stesso entusiasmo con cui nell’iconografia classica i marines conficcano la bandiera a stelle e strisce sulla vetta del monte Suribachi nell’isola di Iwo Jima?

Il management militare e di polizia, cui va imputato il buon esito dell’incursione dei manifestanti, probabilmente ha confuso il proprio giuramento di fedeltà. Ha dimenticato di aver giurato alla Patria, agli Stati Uniti, e non al Presidente di turno che li ha collocati in quel ruolo. Ha scordato che era in gioco non solo la libertà, ma addirittura la storia del proprio Paese. Non si è reso conto che i tweet di “Mister President” avevano sui suoi fan la stessa capacità incendiaria del napalm lanciato in Vietnam.

Il tardare ad adottare provvedimenti drastici e rigorosi non può essere giustificato dal timore che si potessero esacerbare gli animi di chi stava assediando Capitol Hill. Cosa mai avrebbero potuto fare di peggio?

Nelle ore più drammatiche della presa del Campidoglio il discorso di Joe Biden da Wilmington, nel Delaware, ci ha fatto capire che l’America, quella “Grande” davvero, è ancora viva. Trump – chiamato in causa dal suo “erede” – è stato costretto a dire ai suoi “patrioti” di tornare a casa, ma troppo tardi.
God bless America. E baci anche il resto del mondo che, rimasto ferito dalle immagini di ieri, sappia trarre insegnamento da questo episodio.

Back to top button