STRATEGIE

Servizio civile digitale: un teatro di buone intenzioni

Intervista all’avv. Andrea Lisi che commenta il nuovo programma - promosso dal Ministero per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione e il Ministero per le Politiche giovanili e lo sport - che ha l’obiettivo di accrescere le capacità e le competenze digitali dei cittadini

Andrea Lisi, avvocato esperto di diritto applicato all’informatica e presidente di ANORC Professioni, ha commentato in modo molto critico l’annuncio del servizio civile digitale che intenderebbe impiegare mille volontari “per promuovere il pieno godimento dei diritti di cittadinanza, per diffondere un approccio consapevole alla realtà digitale e per agevolare la collaborazione tra Pubblica amministrazione, enti e cittadini”.

Si è reso disponibile per un’intervista al fine di commentare le maggiori criticità e, soprattutto, indicare alcuni spunti di metodo che potrebbero realizzare quegli intenti di digitalizzazione tanto annunciati ma poco calati nella realtà.

Lei ha evidenziato alcune perplessità circa l’annuncio del servizio civile digitale. Quali sono i punti critici del progetto?

Il problema non è tanto giuridico quanto di buon senso. È evidente che si sta pensando di conseguire un obiettivo di alfabetizzazione digitale, previsto dal 2005 all’interno del Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD), con mille ragazzi volontari. 

Considerata la complessità del nostro sistema burocratico, come possono questi mille risolvere criticità note, e come possono fare corretta informazione?

Si sta replicando il discorso dei navigator: “parcheggiare” dei ragazzi per dargli qualcosa da fare. E questo svilisce le competenze e sperpera il tempo dei giovani. 

Sia chiaro: è assolutamente importante formarli, ma non è possibile renderli il tramite degli interventi formativi ed informativi, dal momento che i nativi digitali non hanno avuto esperienza, ad esempio, della transizione da analogico a digitale. Dovrebbero essere i primi destinatari di un intervento formativo di ben più ampio respiro rispetto all’utilizzo di un’app o uno strumento tecnologico, ad esempio.

Per dirla in breve: il progetto sarà destinato a rimanere una dichiarazione d’intenti?

Sinceramente, anche rimanendo sulle dichiarazioni, noto un certo pressapochismo comunicativo. 

Mi chiedo chi andrà a fare formazione ai giovani perché possano poi riversarla ad ulteriori soggetti. Questo è un passaggio molto complesso dal momento che coinvolge necessariamente strumenti farraginosi, come ad esempio lo SPID, e il riscontro dell’assenza di servizi online della PA.

I ragazzi sarebbero impegnati su un vero e proprio terreno minato. Servirebbe un vero e proprio patentino, che non si basi solo sulla spiegazione dei concetti ma che dovrebbe mirare ad una dimensione operativa che, al momento attuale, non è presente nella PA digitale. 

In che modo una rappresentazione teatrale dei servizi digitali che ancora devono essere realizzati può giovare a questi ragazzi? Per questo motivo sono stato critico.

Secondo lei cosa andrebbe fatto?

I ragazzi meriterebbero altro. Ad esempio, un insegnamento su diritti e doveri di cittadinanza digitale sin dalle scuole elementari.

Oggi i ragazzi sono investiti di digitalità ma viene offerto loro di fare “manovalanza” digitale per pochi spiccioli. E questo è sinceramente inaccettabile.

Da quanto si dice, però, l’idea di servizio civile digitale deriva da esperienze di successo già realizzate. Cosa ne pensa?

Le best practices realizzate localmente sono oggettivamente delle ottime idee innovative, con un progetto a sostegno. Ma non possono essere replicabili né applicabili a livello nazionale con un copia-incolla, dal momento che viviamo in un sistema burocraticamente complesso e non possiamo attenderci gli stessi risultati.

Sembra essere un problema di metodo. È corretto?

Si procede di pancia, facendo storytelling ancor prima della progettazione. Al momento non c’è evidenza di un protocollo solido o di una strategia precisa. In pratica si continua a parlare di digitale senza poi garantire nulla di realizzabile nel concreto.

Basta pensare che in Italia ci siamo resi conto dei limiti infrastrutturali del digitale con l’avvento del Coronavirus.

Inoltre, noto una tendenza alla banalizzazione. Non si può trattare da rimbambiti anziani, dipendenti pubblici e imprenditori. Non si può pensare che il servizio pubblico online si risolva con una infarinatura grossolana su come funzionano SPID e e le firme elettroniche, focalizzandosi su strumenti e non sui servizi. Piuttosto chiediamoci perché dobbiamo arrivare anche solo a immaginare di dover istruire qualcuno sul funzionamento di strumenti che dovrebbero essere usabili by default. E magari chiediamoci anche come possa questa “alfabetizzazione diffusa” colmare il deserto digitale che caratterizza attualmente le nostre amministrazioni pubbliche in termini di servizi reali on line.

Cosa propone?

Si deve partire con l’educazione civica digitale, con programmi già all’interno del ciclo di formazione primaria che diano consapevolezza circa le opportunità e i rischi del mondo digitale.

I ragazzi devono essere formati in modo completo e continuo. Le buone intenzioni non bastano se non si dice chi formerà su cosa, dal momento che gli elementi della trasformazione digitale sono complessi. È sufficiente pensare al Syllabus di Competenze digitali per la PA, che contiene centinaia di quesiti su argomenti che un amministratore pubblico dovrebbe conoscere, per rendersi conto della complessità di ciò di cui parliamo, che come al solito viene banalizzato con una abile operazione di marketing istituzionale.

Il peccato originale è l’assenza di strategia?

Il vero peccato è che la strategia esista già dal 2005 all’interno dei primi articoli del CAD, ma resta inattuata. L’art. 7 ad esempio parla di “diritti e servizi online semplici e integrati”, e l’art. 8 “alfabetizzazione informatica dei cittadini”. 

Certo, non si può pensare di mettere in pratica strategie così importanti con appena mille volontari. 

Sembra piuttosto esserci appunto una voglia incontenibile di comunicare qualcosa, far storytelling, e non realizzare. Nella fretta del mondo digitale anche i tempi sono cambiati, ed è anche facile dimenticare una storia narrata. 

Ad esempio: il flop di Immuni. Tante narrazioni, smentite dalla realtà, e poi i silenzi istituzionali.

Ancora: perché stiamo parlando di questi ragazzi e non più dei navigator? C’è stato un problema fondamentale analogo: come si potevano consegnare le chiavi di lettura del mondo del lavoro a soggetti che erano posti nella posizione di essere intermediari con il mondo delle imprese, ma che non avevano mai avuto esperienza in tale ambito?

Insisto su un punto: i ragazzi così sono danneggiati. Altro che aiutarli, li stiamo parcheggiando. Meritano esperienze importanti ed utili, e non stalli temporanei.

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