SPECIALE CORONAVIRUS

Dalla Cina con amore: seconda puntata della cronaca di una quarantena

L'avventura di un italiano fortunato.

11 ottobre 2020

Il grande giorno è arrivato. Oggi mi liberano. Basta guardare il mondo da dietro una finestra. Sono le 10 di mattina. L’areo è previsto per le 16:00. Occorre essere in aeroporto con almeno quattro ore di anticipo. Passato ennesimo controllo della temperatura. Posso uscire dalla stanza e scendere nella hall. Tutto è protetto da pellicola trasparente: tappeti, arredi, pulsanti, pulsantiere, maniglie. Tutto.

Siamo in cinque a fare il check-out. Rispettare il turno. Distanza di sicurezza. Addetta con guanti, mascherina e schermo trasparente. Mi consegnano ricevuta del pagamento e preziosissimo certificato medico che attesta che ho fatto quarantena e che sono pulito e lindo.  Lo guardo e lo ripongo con grande cura e affetto. Ci fanno accomodare in quello che una volta era il bar dell’albergo, ora rigorosamente chiuso. Tutte le bottiglie protette dall’immancabile pellicola trasparente. Strano.

Perché siamo solo in cinque, per giunta tutti occidentali? All’arrivo in albergo, 14 giorni fa, eravamo una trentina di persone, occidentali e orientali. Che fine hanno fatto gli altri? Se li hanno già rilasciati, non hanno rispettato la quarantena. Se non li hanno rilasciati è perché sono positivi? Provo a chiedere, ma non ottengo risposta. 

Arriva una macchina con autista debitamente scafandrato. Perché poi? Sono pulito, ho il certificato medico, con tutti i bolli, sigilli e firme ufficiali, che lo attesta. Accanto all’autista si siede un soggetto che deve avere a che fare con qualche autorità locale che mi chiede di verificare se il dossier che ha in mano è corretto: fotocopia di passaporto, visto, certificato medico, biglietto aereo… Controllo, verifico e approvo. Si può partire.

All’aeroporto di Xiamen vengo scortato al banco dell’accettazione. La mia scorta confabula con uno degli addetti. Consegna il mio dossier, mi saluta e se ne va. Mi viene chiesto di mostrare la registrazione fatta su WeChat e la mia cartella clinica digitale. Poi controllano temperatura, compilo un paio di dichiarazioni che sono a posto e non ho sintomi di nessun tipo. Poi mi danno la carta di imbarco e vado ad aspettare.

L’aeroporto è pieno di gente. Tutti cinesi. Non vedo nemmeno un occidentale. Posti a sedere occupati. C’è chi dorme, chi mangia come sempre accade, chi gioca sul telefonino. Bambini vocianti, madri semi-disperate che cercano di recuperarli. Non tutti hanno la mascherina e nessuno dice nulla. Imbarco senza nessun distanziamento o precauzione.

Aereo pieno. Tutti i posti sono occupati. La signora manager che siede accanto a me, smanettando il suo computer, starnuta in continuazione e la mascherina la usa come decorazione pendula del padiglione auricolare sinistro. Nessuno le dice nulla. Risultato: il Covid non l’ho preso, il raffreddore sì.

Due ore e mezza di volo e si atterra a Daxiang (pronuncia Da scìan), il nuovo aeroporto di Pechino. Inaugurato ufficialmente il 25 settembre 2019. In tempo per il Covid… Per essere bello, è bellissimo. Ricorda una gigantesca stella marina. Nel giro di un paio di anni hanno costruito infrastruttura autostradale, ferroviaria, aeroporto e tutto il resto. Enorme.

Per dimensione il secondo aeroporto al mondo, dopo Istanbul. Per una volta non sono riusciti a entrare sul Guinness Book of Record. I Cinesi se non sono primi al mondo in tutto quello che fanno non sono felici. Il sentimento di rivalsa per quello che hanno subito dai paesi occidentali prima e dai giapponesi poi, invece di attenuarsi nel tempo, aumenta.

Comunque, un aeroporto di queste dimensioni è totalmente senza senso. Da quando le ruote dell’aereo toccano la pista a quando si fermano al parcheggio del molo di sbarco ci vogliono una ventina di minuti di taxing dell’aeromobile. Quintali di carburante sprecato. Le compagnie aeree non devono essere molto felici di questi extra-costi. Nemmeno i passeggeri sono contenti.

Ci vuole almeno mezz’ora, se si è ben allenati in discipline atletiche, per raggiungere l’area consegna bagagli e le uscite. Marciapiedi mobili di lunghezza varia aiutano, ma occorre comunque coprire un paio di chilometri. Si sconsiglia avere a seguito bagaglio di cabina pesante perché, sempre causa Covid- di carrelli nemmeno l’ombra. 

Dopo un’ora e mezza di macchina, l’aeroporto dista 45 chilometri da Pechino centro e una novantina dal distretto di Changping, destinazione finale, sono arrivato. Partito alle 9 del mattino per arrivare alle 11 di sera. 14 ore per fare 2500 chilometri. Bello viaggiare al tempo del Covid…

Scopro che non posso più essere residente nel campus della scuola. Devo prendere un appartamento in affitto. Ci pensa la scuola, ma non mi piace per nulla. Vivere con gli studenti non è una scelta, è indispensabile. Non puoi chiedere ad altri quello che tu stesso non sei in grado di fare. Esperienza interessante, comunque. Piccolo condominio, piccolo per lo standard di Pechino visto che ci sono una dozzina di edifici, ognuno con una decina di scale, con 4 piani e due appartamenti: un migliaio di appartamenti. Poca roba.

Mi ci vogliono un paio di giorni per realizzare di essere l’unico occidentale di tutto il complesso. Scopro anche che tutte le utenze devono essere pagate anticipatamente. Se consumi troppa energia elettrica, ti staccano la corrente. Poco male. Basta prendere l’immancabile WeChat, fare lo scanner del codice QR che c’è sul contatore, pagare quanto si desidera e la corrente viene riallacciata istantaneamente. Ottimo modo per evitare morosità. Potenza dell’informatica cinese. 

Nei giorni successivi ci si rende conto che, nonostante i proclami, il Covid il segno lo ha lasciato.

Quattro negozi su cinque, quelli piccoli, a conduzione familiare, sono chiusi. Mi dicono che i proprietari sono soggetti non residenti a Pechino cui non è consentito tornare. Per ridurre il rischio di diffusione di focolai di contagio le autorità hanno drasticamente ridotto la popolazione della città. C’è chi dice di quattro milioni di persone, chi di sei. Fra il venti e il trenta per cento degli abitanti. Le classi meno abbienti. Impiegate soprattutto in attività di servizio a bassa specializzazione. Che ci sia meno gente in giro lo si percepisce. Guardando meglio poi ci si chiede che fine abbiano fatto i nonni…

Prima, ovunque si andava, non importa a quale ora del giorno e della notte, la loro presenza era una costante della scena urbana. Non importa se nella versione pensionati o nonni, gli anziani a Pechino sono ovunque. Nella veste di pensionati ballano, cantano, suonano, giocano a pingpong o a scacchi o a carte, fanno ginnastica e arti marziali in parchi, giardini pubblici, zona centrale dei condominii. In quella di nonni sono in servizio permanente effettivo di sorveglianza, monitoraggio, controllo, spinta di carrozzine o inseguimento e recupero di magnifici nipotini. Sono i nonni a occuparsi dei piccoli in età prescolare, non i genitori.  

Nella magnifica, calda, soleggiata, serena ottobrata di Pechino 2020 mancano gli over sessanta, età in cui tutti vanno in pensione in Cina. 

Ce ne sono, ovviamente, ma molti di meno. Se prima mi fermavo a osservare, affascinato, decine e decine di “anziani” che in perfetta armonia e coreografia si agitavano seguendo le ondate dei movimenti del Tai-Chi, ora sono cinque o sei. Che fine hanno fatto?

Per qualcosa che manca, c’è qualcosa di nuovo. Nei tre anni di residenza a Pechino e di giornate passate a passeggiare e a perdermi per i suoi distretti, residenziali o di servizio, ricchi o poveri, non avevo mai incontrato mendicanti per la via. Non c’erano. Ora ci sono.

Non chiedono, mostrano grande dignità, ma vivono sulla strada. Come ovunque nel mondo, hanno le loro poche cose in uno scalcagnato carrellino che si trascinano dietro in una vecchia carrozzina cigolante dalle ruote sbilenche, o attaccano, ricordando i personaggi di antiche stampe, due fagotti all’estremità di un palo di un manico di scopa che bilanciano su una spalla e con quello vanno in giro. 

In molti si fermano per dire buongiorno, per scambiare un saluto. Fanno scivolare, cercando di non farsi vedere, una moneta, una banconota o semplicemente una sigaretta fra le dita di chi se la passa peggio di loro. Si legge grande tristezza negli occhi di chi accetta un aiuto e di chi lo offre. La memoria collettiva della miseria, della fame, del suo passato non troppo lontano e di certo non trascorso, è sempre presente in Cina. Ovunque.

Si riprende la routine quotidiana del magnifico e scimunito mestiere dell’insegnare e dell’occuparsi e preoccuparsi degli allievi. Bello riaverli in classe. 

Altro che didattica a distanza. Non esiste la didattica a distanza. Può esistere l’addestramento, la ripetizione, l’approfondimento, ma non l’insegnamento. Serve la presenza. Servono tutti e cinque i sensi di base per interagire con i ragazzi, con altri esseri umani. Non basta ascoltare, guardare, registrare, rivedere, osservare. Occorre sentire i linguaggi non verbali, occorre vedere l’interazione fra gli uni e gli altri.  Occorre odorare. Percepire quanto non è verbale, logico e razionale, ma innato e istintivo.

18 ottobre 2020.

Sono passati venti giorni dall’arrivo a Xiamen. Prima ancora di partire, avevo informato i responsabili amministrativi della scuola che avremmo avuto solo trenta giorni per rinnovare il permesso di soggiorno. Le disposizioni in essere non consentono agli stranieri di recarsi in Cina se non per comprovati motivi di lavoro.

Si deve mostrare all’ufficio visti del paese di residenza il contratto di lavoro debitamente firmato, sigillato e vidimato dalle autorità cinesi altrimenti nulla da fare. Quello che viene rilasciato poi è uno strano visto che consente la presenza in Cina solo per il tempo necessario al rinnovo del permesso di soggiorno, fino a un massimo di trenta giorni. In altre parole è consentito di stare in Cina senza fare nulla per giorni zero. Se superi i trenta giorni senza permesso di soggiorno diventi immigrato illegale, da espellere. 

Il tutto mi era stato spiegato per filo e per segno dall’addetta dell’ufficio visti di Roma e avevo trasmesso tutte le informazioni ai miei interlocutori pechinesi. 

Nel riprendere le attività alla scuola, avevo ricordato che occorreva risolvere il problema del visto. Anche se mi venne detto che non dovevo preoccuparmi che ci pensavano loro, che non avevo capito bene, che di giorni ne avevamo sessanta, con molta pazienza, che non è una mia virtù specifica, avevo di nuovo spiegato tutto.

Passaporto alla mano ho fatto loro vedere il visto, sottolineando che la data indicata del 7 dicembre non era la data di scadenza del visto categoria Z, ma la data di scadenza del visto stesso: ovvero la data ultima in cui potevo usare il visto per uscire dall’Italia. Ho fatto del mio meglio per fare loro notare che il visto valeva per una sola entrata in Cina e che la durata di permanenza sul suolo cinese era fissata in giorni zero. Niente da fare. D’altronde la persona che negli anni precedenti mi aveva assistito con la burocrazia cinese aveva cambiato azienda. Quella nuova ha una spocchia e un’arroganza da prenderla a calci a due a due fino a che diventano dispari. Dichiara che sa tutto. Di non preoccuparmi, d’altronde cosa voglio saperne io dei ministeri cinesi… Non ho voglia di litigare: taccio.

Passano i giorni e si arriva al fatidico 28 ottobre. Da domani sono illegale. Permesso scaduto.

29 0ttobre 2020

10 di mattina. Vengo chiamato in Direzione Generale. Come entro un graduato in divisa mi si pianta davanti e inizia a berciare in un inglese zoppicante, ma comprensibile. Modello Sergente Istruttore nel film Ufficiale e Gentiluomo mi sputacchia in faccia, lui senza mascherina io con, che sono un criminale internazionale, che non ho rispetto per le leggi del popolo cinese e del suo partito, che non merito l’ospitalità che mi è stata concessa, eccetera eccetera.

Sono decentemente paziente, ma non sopporto di ritrovarmi in situazioni in cui ho torto assoluto per colpa di chi non mi ha dato retta e fatto quanto richiesto di fare. Inoltre ho un’antica antipatia nei confronti della polizia, soprattutto di una certa polizia. Le due cose insieme fanno traboccare l’acqua dal vaso. In modo del tutto razionale dico a me stesso che quando è troppo, è troppo. Ora basta. Serve grande interpretazione, degna del miglior teatro. 

Interrompo il berciante ufficiale di polizia strillando più forte di lui, davanti ai suoi atterriti colleghi e all’ancora più atterrito personale della scuola, che non si deve permettere di parlarmi con quel tono di voce, che la mia età e posizione merita rispetto, che so bene quanto mi sta dicendo, che se deve prendersela con qualcuno se la prendesse con quelli della scuola, che non me ne può importare di meno di stare in Cina e che per quello che mi riguarda posso anche partire con il primo volo disponibile.

Staff della scuola annichilito. Colleghi del poliziotto urlante paralizzati. Imbarazzo da tagliare con il coltello. Io fumante. Poliziotto ex-urlante balbetta qualcosa e poi, nel tentativo di recuperare autorità, con tono e aria di sfida dichiara: “Voglio proprio vedere!”.

Giro sui tacchi, sbatto la porta in modo esagerato. Vado nel mio ufficio. Tempo 5 minuti sul Web e stampo biglietto e assegnazione posto per il volo delle tre di mattina di domani per Amsterdam. 

Torno in Direzione. Da fuori sento che stanno concitatamente parlando fra loro, polizia e staff scuola. Entro e tutti tacciono. Consegno il tutto all’urlatore scortese. 

Sbianca in viso e gentilmente mi spiega che lui naturalmente è disposto a trovare una soluzione amichevole, è felice di facilitare la concessione rapida del visto richiesto, certo che la scuola offrirà a lui e alla sua squadra un tangibile apprezzamento della sua cortesia. Interviene il direttore amministrativo che, con mellifluo sorriso, dichiara che di sicuro una soluzione amichevole, quale quella così gentilmente prospettata, è perseguibile. Leggi: bustarella, stecca, tangente.

Ripensandoci, non so quale delle due cause abbia avuto la responsabilità maggiore nel farmi passare dall’ira razionale alla rabbia assoluta. Dal rosso al nero, Stendhal permettendo.

Forse è stata la richiesta dell’ennesima tangente che per tre anni in occasione delle feste periodiche cinesi -festival di settembre, festa nazionale, capodanno cinese, festival delle mille lanterne o quello della pulizia delle tombe, per citare le più importanti- si sono sempre pagate con la rituale ed elegante busta rossa a tutti quelli che possono venire a chiederla: polizia, polizia urbana, pompieri, nettezza urbana, croce rossa, anche qui solo per citare i primi che vengono in mente, ma la lista non è completa. La corruzione ordinaria in Cina è la regola. Sempre, ovunque e a tutti i livelli, ma non si chiama così: sono attestati di apprezzamento. 

Forse è stato l’atteggiamento dello staff della scuola e dei poliziotti stessi. Sorridenti, ammiccanti, in cerca di complicità. 

Comunque, con gelido tono di voce che poco aveva di umano, dopo un’attenta pausa per prendere fiato e calmarmi, informo i presenti che l’Italia, di cui sono cittadino, è la culla storica del diritto, che mai ammette pratiche illegali che per quanto consolidate, ho sempre rigettato. Dunque, vado a preparare i bagagli. La mia avventura cinese, concludo, finisce qui. 

Cade il silenzio. Nessuno parla per un paio di minuti buoni. Imbarazzo da tagliare con il coltello. Nessuno osa prendere la parola. Io, dentro, rido. 

“Però… non può partire domani”, dichiara il berciante plenipotenziario.

“Perché?”, gli abbaio contro.

“Mi servono tre giorni per completare la pratica…”.

“Oggi è giovedì, quand’è che posso partire?”

“Non prima di lunedì”

“Lunedì sia”, abbaio di nuovo, sfilandogli il mio passaporto dalle mani e me ne vado prima che se ne renda conto.

I due giorni successivi li ho passati a salutare studenti sbalorditi e genitori increduli, a fare i bagagli, a chiudere il conto in banca, altra avventura che ha richiesto tre ore. Consiglio da amico: cercate di non avere mai a che fare con una banca cinese, a meno che non siete masochisti e vi piaccia perdere tempo. 

Domenica sera, 1° novembre.

Con sei ore di anticipo sono in aeroporto. Faccio il check-in, imbarco 5 pezzi di bagaglio, pago uno sproposito di extra-peso.  Respiro profondo e vado al controllo passaporti, sapendo che… mi servirà pazienza.

Non c’è quasi nessuno. Poche cose sono così desolate quanto un aeroporto vuoto. Si ha la sensazione di una minaccia grave incombente. L’addetto sfoglia il passaporto. Ci saranno almeno una ventina di visti e di permessi da scorrere. Trova l’ultimo, quello scaduto. Si blocca. Mi guarda. Rilegge il visto. Chiama collega. Mi guardano in due ora. Uno si allontana e torno con il capoturno. 

Gli mostrano il passaporto, il visto e il pericoloso criminale che poi sarei io. Il capoturno, annuisce approvando e in ottimo inglese mi invita a seguirlo. Mi fa accomodare su una poltroncina e usa la frase di rito, sempre usata in Cina, ovunque, da tutti: ”Wait a moment”. Aspetta un momento, peccato che la dimensione temporale di moment è molto, molto personale. 

Aspetto. Poi aspetto. Aspetto ancora. Sto per addormentarmi, anche perché è quasi mezzanotte. 

Lunedì, 2 Novembre

Torna il capoturno e mi invita a seguirlo. Breve passeggiata, porta laterale, lungo corridoio di uffici, fredda luce al neon. Apre una porta e mi invita a entrare. Io entro e lui chiude la porta. A chiave. Una branda. Un tavolo di metallo con una staffa fissata al piano. Tavolo imbullonato al pavimento. La staffa mi sa tanto che è per agganciare le manette. Bontà loro non le hanno usate. 

Aspetto. Nessun rumore. Aereo decolla alle 3:00. Mi viene la pessima idea che si siano dimenticati di me. Leggera angoscia, subito evaporata dal pensiero che senza di me l’aereo non decolla. Ho già imbarcato i bagagli… 

Ore una e mezza. Torna il Capoturno e mi chiede, o grande novità, di seguirlo. Eseguo. Altra stanza. Bell’ufficio. Grande scrivania. Bandiera cinese al lato. Un signore, dall’aria leggermente insonnolita e piuttosto scocciata, viene presentato dall’interprete come giudice. Devo averlo tirato giù da letto. 

“Lei sa di essere colpevole?”esordisce.

“Si, lo so”.

“Perché è colpevole?”

“Perché è scaduto il tempo disponibile per l’ottenimento del permesso di soggiorno”.

“Perché lo ha fatto scadere?”

“Non sono stato io. Come posso dimostrare dai vari messaggi WeChat scambiati, ho ripetutamente chiesto il rinnovo”.

“Comunque lei è colpevole”

“Capisco”.

“Perché la polizia locale non ha completato il procedimento nei suoi confronti?”

“Non so perché il Signore Vattelappesca (meglio non fare nomi che non si sa mai) non lo ha completato. In base a sua esplicita richiesta mi è stato detto di partire oggi. Avevo la prenotazione per il volo di venerdì scorso, ma me l’ha fatta cambiare. Sono certo che può chiederglielo di persona (spero che gli diano qualche fastidio; ai giudici non piace essere svegliati)”.

“Lei ha già mancato di rispetto al visto in altre occasioni?”

“Certo che no!”

“Lei è condannato all’espulsione immediata (vorrei vedere, devo imbarcare fra mezz’ora, più immediata di così…). Per questa volta deve scontare la reprimenda. In caso di recidiva la pena è da 12 a 24 mesi di reclusione”. 

“Prometto che non ci saranno recidive” ed è partita la reprimenda.

A velocità tale che il povero traduttore non poteva tradurre. Con toni drammatici, il giudice mi ha reso edotto su non so cosa. Con aria contrita ho ascoltato mostrando grande attenzione. In realtà, nei dieci minuti di retorica orientale pura, ho solo capito che una volta ha detto il mio nome, per due volte ha parlato di Italì che sta per Italia, mentre il resto del tempo era mandarino della migliore scuola, per me del tutto incomprensibile. Giunto alla conclusione si alza, mi tende la mano, ci salutiamo cordialmente e ringrazio. Il mio primo processo cinese per direttissima finisce così. 

Sono quindi ricomparsi i due del controllo passaporti, mi hanno fatto firmare il verbale con la sentenza di cui mi hanno dato copia e mi hanno scortato, uno per lato, fino alla scaletta dell’aereo. Scattano sull’attenti, fanno il saluto e se ne vanno. Ottimo: sono stato ufficialmente espulso.

In un aereo quasi vuoto, sdraiato su quattro sedili della corsia centrale, ho aspettato con ansia la chiusura del portellone. Ho iniziato a rilassarmi nel sentire il gemito di avviamento dei reattori, tirando un lungo respiro al momento del decollo. Cullato dalla monotona vibrazione dell’aereo a quota di crociera, solo allora ho avuto la certezza che si torna casa, era finita l’avventura di un italiano fortunato in Cina. 

Mi sono tirato la copertina sopra il naso, ho chiuso gli occhi e mi sono addormentato.

Felice.

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