SPECIALE CORONAVIRUS

Dalla Cina con amore: cronaca di una quarantena

Diario di un viaggio nel Paese dove tutto è iniziato circa un anno fa

28 Settembre 2020

Aeroporto di Fiumicino, terminal 3. Poca gente e non perché è così presto. Due terzi dell’aeroporto sono inaccessibili.

Oggi si fa scalo ad Amsterdam e poi si continua per Xiamen, Repubblica Popolare di Cina. Check-in più lento del solito. Controllano tutto. Senza certificato medico non si vola. Se poi non presentano bolli e sigilli d’ordinanza, tipici dei documenti ufficiali, cinesi si torna a casa. Dopo molta osservazione e analisi ottica hanno qualcosa da obiettare perché presento delle copie. Non sono copie, spiego con garbo, sono stampate da computer. L’Ambasciata cinese manda i documenti in formato pdf…

Non convinta la gentile addetta chiama un qualche tipo di supervisore che, dopo breve confabulare, approva la mia documentazione. Bontà sua…

Al controllo di sicurezza non c’è nessuno. Interessante notare che con il Coronavirus non importa più a nessuno se hai liquidi o simili in contenitori di dimensioni non regolamentari. Non controllano nulla. Se fossi un terrorista, dotato di certificato medico, ne approfitterei…

Duty free chiuso. Bar chiusi. Tento un caffè al distributore automatico. Mi ruba l’euro, niente caffè. Però l’euro per il kit mascherina chirurgica e guanti -obbligatorio averlo o non imbarcano- quello funziona. 

Poca gente sul volo per Amsterdam. Qualcuno vestito con la tuta di protezione da rischio biologico. Sono cinesi. Non è chiaro se proteggono sé stessi oppure gli altri, comunque sono attrezzati di tutto punto. Tuta, occhialoni di protezione o schermo trasparente davanti al viso, guanti. Leggermente inquietanti. 

A bordo sedile vuoto fra due passeggeri. Distanza di sicurezza rispettata. Annunciano che non sarà servito nulla. Facile risparmiare con la scusa del contagio. Il caffè deve aspettare. 

Arrivo ad Amsterdam. 6:30 del mattino. Aeroporto ben frequentato. Tutto aperto. Anche una birreria della Heineken. Sarà anche barbaro, ma l’hamburger con mezzo litro di birra alle sette di mattina non era niente male. Al caffè avevo rinunciato. 

Ben rimpinzato vado all’imbarco per Xiamen. A titolo di informazione, trattasi di città posta sulla costa meridionale della Cina, di fronte a Taiwan. Amena località turistica che potrò vedere solo dalla finestra di un albergo, visto che mi aspetta una quarantena di due settimane. 

Folla delle grandi occasioni. Nessuno che rispetti le distanze di sicurezza. Un carnaio come si vedeva prima del tempo del corona. I cinesi non sono ancora abituati alle file ordinate. Come noi fino a non molti anni fa. Quasi tutti gli astanti, ci sono pochissimi occidentali sul volo, hanno la loro bianca tutina biologica, occhiali, schermi, guanti. Non posso farci nulla, ma scoppio a ridere. 

Avete in mente la scena del film “Il dormiglione” con Woody Allen vestito da spermatozoo pronto a paracadutarsi? Ecco, stessa roba. Solo che invece di paracadutarsi gli spermatozoi in questione erano pronti a salire a bordo.

L’aereo è un Boing 787 Dreamliner, pieno. Tutti i sedili sono occupati. Del distanziamento non devono avere avuto notizia. Pensavo, sbagliando, fosse una norma internazionale. Non è così. Solo le ultime quattro file, in coda, sono vuote. Servono nel caso che qualcuno mostri sintomi preoccupanti durante il volo. Se accadesse confinano il soggetto a rischio in fondo all’aereo. 

Il che significa che due delle toilette di bordo non sono utilizzabili, essendo la zona comunque non accessibile. Sembra poca cosa, ma due toilette in meno su un aereo con più di trecento persone per una tratta di dieci ore e mezza è un problema. Aggravato anche dall’imbarazzante procedura da seguire per andare al bagno. Occorre chiedere il permesso al personale di bordo. Quando arriva il proprio turno, dopo avere aspettato 45 minuti, se ti scappa sei perduto, si viene scortati al bagno. Vengono consegnati guanti di plastica da indossare prima di accedere alla toilette. Peccato che le mie manone sono fuori standard e ne ho rotti cinque prima di riuscire a proteggerle a dovere. Il tutto saltellando da una gamba all’altra, tipica ginnastica di chi ha molta urgenza. Si viene attesi fino al completamento della funzione fisiologica. Poi si devono buttare i guanti in apposito contenitore che altro non è che un sacco di plastica aperto e inquinante. A operazione felicemente conclusa si torna al proprio posto.

Su ogni sedile, all’imbarco, c’era un sacchetto di plastica con dentro due bottigliette d’acqua, un mandarino, una banana, un muffin piccolo, un panino piccolo, due barrette di cereali, una confezione di noccioline americane e basta. Dieci ore e mezza di volo e null’altro.

Però l’equipaggio mangia. Poco elegante fare assistere i passeggeri affamati al loro lauto e profumatissimo pasto. A dire il vero sono i soliti plasticosi precotti riscaldati, ma quando si ha fame diventano molto appetibili. 

All’arrivo lo sbarco è contingentato. Ben arrivati in Cina. Qui si fa sul serio. Tutti in fila. Distanziati come da protocollo. Si scende a lotti di non più di 40 persone per volta, capienza massima dell’autobus che porta al terminale. Risultato: atterrato alle 6:00, uscito dall’aereo alle 7:00. 

Autobus, comunque bello pieno. Si arriva al terminal, ma le porte non si aprono. No aria condizionata. Tutti i finestrini chiusi. Passano i minuti. Cominciano le proteste. Cominciano a picchiare sulle porte. Non capisco il cinese, ma non era necessaria la traduzione per capire cosa stessero dicendo sulla moralità della mamma dell’addetto scafandrato che non ci faceva scendere. Vedo che ci sono dei finestrini e apro quello a me accessibile. 

Cala a bordo il silenzio totale. Tutti che mi guardano. Vedo una scintilla di comprensione negli occhi di uno dei più esagitati. Osa l’inosabile. Mi copia e apre il finestrino a lui più vicino. Mormorio di meraviglia, diffusi cenni di approvazione e tutti i finestrini vengono aperti. 

Sarà una mia impressione, ma si è creato un vuoto intorno a me. Mi hanno dato spazio, segno di grande rispetto. Però…! Un dubbio mi assale: non è che pensano che essendo io occidentale sia più contagioso della media? 

Si accede all’aerostazione. Scafandrati spermatozoici ovunque. Prima ti prendono la temperatura. Poi, usando WeChat leggi un codice QR e viene aperta la tua cartella clinica per il tracciamento successivo e per ricevere un’etichetta in duplice copia con codice a barre. Se non hai WeChat non sbarchi. Capisco perché non ci sono molti stranieri ed è anche chiaro che tutti gli occidentali presenti viaggiano per motivi di lavoro e tutti stanno tornando in Cina. Conoscono usi e costumi locali, tra cui l’onnipresenza di WeChat. 

Poi, per passare l’immigrazione, altra lettura di altro codice, sempre usando WeChat per registrarsi a non ho capito bene cosa. 

Prima di uscire dalla zona arrivi, occorre mostrare le registrazioni effettuate e consegnare le due etichette ricevute in precedenza. Aspettare che ne incollino una su una provetta che ti viene consegnata. Aspettare di accedere a una sala prelievo. Farsi smucinare gola e mucose nasali da invadente tempone. Sorridere e andarsene. Non è finita.

Appena usciti si viene incolonnati e caricati su un autobus. Nessuno ha detto a nessuno dove si deve andare. Tutti obbedienti e io con loro. Tanto non c’è altra scelta. 

Si arriva a un centro congressi requisito e adattato a centro smistamento. Si declinano le proprie generalità a qualcuno che chiaramente è del Partito. Si fanno scansionare tutti i codici ricevuti tramite WeChat. Viene detto di accomodarsi in sala di aspetto. La mia è la tre. Stanzoni spogli di tutto, salvo le bandiere rosse di ordinanza. Poche seggiole di plastica. Si aspetta. Arriva addetta, spermatozoicamente bardata, che chiama i presenti. Altra fila. Altro autobus. Arrivo all’albergo. Check-in rapido. Ti viene detto che il conto lo paghi tu e ti prelevano, come deposito cauzionale, 1100 euro dalla carta di credito. Diecimila e passa rembimbi, valuta locale. Una fortuna per un cinese medio. Ho il sospetto che loro pagano molto meno o non pagano per nulla. Oppure è un ottimo modo per fare passare la voglia di andare all’estero. Devo informarmi.

Bella camera. Nulla da dire. Grande, luminosa, vista mare. Cinque minuti dopo averla occupata, bussano alla porta. Sono due spermatozoi che, con grazia e inflessibilità, mi infilano un ago nel braccio e prelevano. Mai accaduto prima che per tamponare il braccio, una volta estratto l’ago, mi venga dato un bastoncino per pulire le orecchie. Trovare il buco non è stato facile. Più facile pulire poi le gocce di sangue dal pavimento. 

Altri cinque minuti e si presenta spermatozoo solitario che mi spara il termometro digitale in fronte e registra temperatura corporea. Scoprirò in seguito che il rituale viene ripetuto due volte al giorno. Fortuna che lo stesso non avviene per il prelievo di sangue…

Ora aspettiamo che passino 14 giorni.

29 Settembre

Dormito come un sasso. Anche perché ero sveglio da 30 ore. Senza sogni. 

Fatto doccia, acceso computer e fatto tre ore di lezione on-line. Non ha senso. Non serve a nulla. Non si insegna da remoto. Occorre la presenza. Senza la lettura del linguaggio non verbale degli studenti, si parla a sé stessi. 

Ordinato prima colazione all’americana. Errore da non ripetere. Uova strapazzate in qualche sostanza grassa. Bacon immangiabile. Peccato.

Passato pomeriggio a leggere. Domani inizio con la sessione di ginnastica quotidiana.

30 Settembre

Come ieri. Stessa routine. Sveglia, prima colazione, lettura quotidiani, ginnastica, doccia, lettura libro. Non conosco altro modo per passare il tempo. Anche oggi tempo grigio e nebbia. Certo che se si è portati alla depressione, questo è il posto migliore per cascarci.

Prima colazione locale. Non male. Peccato che non ci sia del caffè. Lo faccio con il bollitore in dotazione alla stanza. 

Un’ora di ginnastica e 30 minuti di yoga. 

1 ottobre

Festa nazionale cinese. Anniversario della Rivoluzione. Tanti anni fa. Sul braccio di mare di fronte all’albergo giunche di varie dimensioni dondolano pigramente mentre si vedono delle canne da pesca. Per essere giorno di vacanza non c’è nessuno che va per mare. Almeno non qui. Ho preso l’abitudine di vedere salire e scendere la marea. Ancora 13 giorni prima di uscire da questa stanza e da quest’albergo.

2 Ottobre

Fuori c’è il sole, ma la cosa non importa molto visto che non posso uscire.

Si è rotto anche il televisore. Chissà se vengono a sistemarlo… ci sarà qualcuno pagato per frequentare stanza di possibile appestato? Chiamato il servizio in camera e vediamo che accade.

Intanto mi collego via internet alla mia radio classica preferita e mi rimetto a leggere.

Ieri hanno distribuito, in occasione della festa nazionale cinese, un foglietto in cui si spiega che il protocollo cui siamo sottoposti è dovuto alla necessità di evitare che la grande nazione cinese sia sporcata nuovamente dal Corona portato da chi rientra da paesi non illuminati e sterilizzati dall’interpretazione cinese del socialismo marxista ricettacolo di Corona, virus brutto e cattivo. Grazie per l’informazione. Mi consola essere uno dei due occidentali residenti nell’albergo. Tutti gli altri sono cittadini cinesi. Aver compagni al duol scema la pena, avere compagni semi aumenta il duol…

Basta così. Tutti i giorni sono uguali. Routine stabilita. Aspettiamo finisca la quarantena. Poi mi daranno un foglio in cui dichiarano che sono pulito e liberato dall’isolamento. Mi porteranno in aeroporto e volo a Pechino. 

Il seguito alla prossima puntata…da Pechino con amore.

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