AFFARI & FINANZA

Hunter Biden, Burisma e Rosemont Seneca Thornton. L’investigazione che doveva attendere

Le investigazioni dell'FBI, nei confronti di Hunter Biden, imbarazzano suo padre, il neo eletto presidente USA.

L’impegno dichiarato dal neo eletto presidente Joe Biden, a favore di strette misure anti corruzione e forze dell’ordine indipendenti, potrebbe comportare seri rischi politici e legali, all’inizio del suo mandato.

L’investigazione per frode fiscale e riciclaggio a cura del governo federale statunitense, sotto la direzione del dipartimento di giustizia dello stato del Delaware che suo figlio, Hunter Biden si trova a dover fronteggiare, non manca infatti di creare seri grattacapi alla subentrante amministrazione.

Il caso Hunter Biden aveva fatto capolino diversi mesi fa. Il secondogenito del neoeletto presidente degli Stati Uniti, insieme alla prima moglie Neilia Biden, era infatti balzato alla pubblica attenzione quando aveva aiutato il magnate cinese Ye Jianming a negoziare un progetto di estrazione di gas naturale liquido nella location di Monkey Island, in Louisiana.

CEFC China Energy, la società di cui Jianming è proprietario, avrebbe investito nel progetto quaranta milioni di dollari. In segno di riconoscenza per la sua collaborazione, il businessman cinese regalò ad Hunter un diamante di 2.8 carati.

Biden dichiarò di averlo ricevuto, ma di averlo -repentinamente- regalato a sua volta. 

L’affare sfumò di lì a poco e Jianming fu investigato ed arrestato in Cina per corruzione. 

Quando Patrick Ho, il suo braccio destro fu arrestato negli Stati Uniti, Hunter accettò di assumerne la difesa. Il caso si concluse con l’arresto e la condanna di Ho, per aver offerto sostanziose tangenti al presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e al presidente del Chad, nel tentativo di assicurare vantaggi commerciali sleali alla compagnia (CEFC China Energy).

Nel mese di settembre 2020, i senatori Ron Johnson e Chuck Grassley, entrambi chairmen delle commissioni del senato, che si occupano della sicurezza nazionale e finanziaria degli Stati Uniti, (U.S. Senate Committee on Homeland Security and Governmental Affairs U.S. Senate Committee on Finance) pubblicarono un rapporto informativo intitolato: “Hunter Biden, Burisma e Corruzione: L’Impatto sulla Politica del Governo Americano e Preoccupazioni Connesse”. 

Il documento esprimeva la necessità di approfondire su incresciosi incidenti che vedevano Hunter Biden coinvolto in operazioni ambigue con personaggi sospetti di alto profilo in Ucraina, Russia e Cina, avanzando apprensione circa la possibilità di conoscenza o coinvolgimento del padre, nel periodo in cui era vice presidente. 

Tra gli episodi sotto scrutinio dell’FBI, sia la donazione di tre milioni e mezzo di dollari da parte di Elena Baturina – moglie di Yury Luzkhkov, ex-sindaco di Mosca poi rimosso dall’incarico – a Rosemont Seneca Thornton, una investment firm –  di cui Hunter è uno dei tre cofondatori – sia alcune ambiguità durante l’incarico di quest’ultimo nel 2014, come direttore di Burisma Holdings, la compagnia ucraina dell’energia, durante l’amministrazione Obama. 

Burisma Holdings era di proprietà di Mykola Zlochevsky, il quale aveva servito come ministro ai comandi del presidente Viktor Yanukovych. Yanukovych era stato costretto ad abbandonare la madrepatria per fuggire in Russia nel 2014 durante una rivolta popolare in Ucraina e fu di lì a poco condannato per tradimento per aver invitato i russi ad invadere il suo Paese.

Il rapporto informativo di Johnson e Grassley non mancò di generare forti critiche nei circoli politici allineati all’establishment democratico statunitense così come in gran parte dei mass media.

I due senatori erano accusati di generare confusione nell’elettorato americano tramite la diffusione di “infondate teorie di complotto” in vista delle vicine elezioni presidenziali americane, che vedevano proprio Joe Biden come candidato preferenziale.

Il report fu anche definito come un tentativo maldestro di ritorsione dei repubblicani ed in particolare, dei supporters del presidente Donald Trump, in seguito al fallito impeachment di quest’ultimo a mano del partito democratico.

La notizia delle accuse contro Hunter Biden fu dunque “negata”, ossia evitata, da gran parte delle testate news, notiziari e social media.

William A. Jacobson, professore alla Cornell Law School e studioso dei media, riportava durante un’intervista concessa al canale Fox News che i mainstream media avrebbero “estinto lo scandalo Hunter Biden” per dare una spinta alla possibilità che Joe Biden potesse essere eletto presidente degli Stati Uniti d’America. “Il fatto avrebbe potuto danneggiare seriamente la sua campagna elettorale, tanto da creare una determinante differenza (nella risposta elettorale NdR) degli stati chiave o swing states” afferma Jacobson. 

Il New York Post, aveva pubblicato la storia di Hunter Biden in un articolo di Jo-Morris e Fonrouge del 14 ottobre intitolato “Smoking-gun email reveals how Hunter Biden introduced Ukrainian businessman to VIP dad” (Una email è la prova inconfutabile che Hunter Biden presentò l’uomo d’affari ucraino al papà VIP). 

L’articolo trattava, con particolari minuziosi, della vicenda in cui il gestore di un esercizio di riparazioni di apparati elettronici del Delaware, duplicò l’hard drive di un laptop danneggiato dall’acqua per recuperarlo, per conto di un cliente che decise in seguito di non ritirarlo o se ne dimenticò.

Il cliente? Per quanto non ancora provato (il PC è sotto custodia dell’FBI) si crede sia Hunter Biden. E su una delle email recuperate, scritta da un membro del board di Burisma, si legge “Caro Hunter, grazie per avermi invitato a Washington DC e per avermi dato l’opportunità di conoscere tuo padre e per aver passato un po’ di tempo insieme. È stato un onore e un piacere”.

La storia diviene oggetto immediato di un attacco in forze dei media in grado di evocare la cavalleria americana di Fort Apache, sergente O’Hara in testa nella famosa serie Rin-Tin-Tin, con tanto di trombettiere e cavalli che spingono oltre il loro limite massimo di HP nell’inarrestabile corsa d’assalto verso il nemico. 

Brian Stelter di CNN definisce l’articolo uno “scandalo creato intenzionalmente”. Terence Samuels, caporedattore di National Public Radio (NPR), riassume la postura dei major media dichiarando su un Tweet che se non si è sentito nulla circa l’articolo del Post su NPR è dovuto al fatto che “…noi non sprechiamo tempo su storie che non sono vere…e non sprechiamo il tempo dei nostri ascoltatori e lettori con storie che sono semplicemente pura distrazione”.

Facebook e Twitter, non mancano certo di rispondere all’irresistibile seduzione acustica del trombettiere, cavalcando a loro volta un’immediata censura che rispondeva al grido di “non permettiamo la pubblicazione del New York Post su Hunter Biden di apparire sulle nostre pagine in quanto può non essere vera o potrebbe essere frutto di hacking”. 

Insomma, proprio durante gli ultimi giorni delle elezioni presidenziali, la notizia, dai contenuti innegabilmente sostanziali, quanto giornalisticamente appetibili, non fece notizia.

E per uno strano quanto misterioso colpo di scena, ad elezioni concluse, per esattezza il 9 dicembre, Hunter Biden ammise pubblicamente di essere l’oggetto di un’investigazione dell’FBI.

Un’investigazione che è in corso dal 2018.

È di poche ora fa, la dichiarazione dell’ufficio stampa della Casa Bianca, che il neo eletto presidente Joe Biden non discuterà l’investigazione federale di suo figlio Hunter con nessun procuratore generale.

Jen Psaki, segretaria entrante dell’ufficio stampa della Casa Bianca risponde con chiarezza alla domanda di un giornalista circa la disponibilità’ di Joe Biden di lasciare che il procuratore generale del dipartimento di giustizia dello stato del Delaware, cui il caso è al momento affidato, continui a dirigere l’indagine su suo figlio Hunter:

“Il Presidente non discuterà l’investigazione di suo figlio con nessun candidato per la posizione di procuratore generale…non discuterà con nessuno degli aspiranti alla posizione di procuratore generale che sta considerando, e non discuterà (del fatto) con nessun futuro procuratore generale.”

“Sarà competenza di un procuratore generale della sua amministrazione, la determinazione su come gestire qualsiasi investigazione”.

“Come lei sa bene, la nomina (di questo incarico-NdR) è una decisione legata alla gestione del personale e siamo ancora lontani da questo processo”.

Riuscirà dunque, il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America a mantenere il suo equilibrio politico e la sua credibilità a dispetto di un’investigazione dell’FBI nei confronti di Hunter Biden, il cui risultato potrebbe rivelarsi compromettente per entrambi? 

Sarà in grado di mantenere quella postura di assoluta estraneità ai fatti – nonostante la persona scrutinata sia il suo stesso figlio – con quell’”io non c’ero e se c’ero non ne ero al corrente” che finora non ha mancato di assicurare, con l’instancabile ed innegabilmente entusiasta collaborazione dei media, straordinarie capacità di galleggiamento?

Ai posteri l’ardua presenza.

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