UN MESSAGGIO IN BOTTIGLIA

Zoomboombing? Vi racconto la mia esperienza

Ci scrive Marina De Franceschini, archeologa e ricercatrice indipendente caratterizzata da una attività professionale di spicco e da una spiccata attitudine alla divulgazione. Quel che le è accaduto – purtroppo – rientra in un fenomeno ormai endemico che è davvero inquietante…

Premetto di avere un profilo Facebook e ci tengo a precisare che l’ho sempre usato solo per la mia attività professionale, dove altre volte ho dato notizia di conferenze, convegni ecc.

La scorsa settimana ho invitato colleghi e amici ad un mio webinar di archeologia intitolato “Il Mito e le Rovine”. L’11 dicembre in inglese, il 12 in italiano. Ho messo l’indirizzo Zoom sul mio profilo FB con tanto di password, per diffondere la notizia. Non avevo mai sentito parlare di “Zoom Bombing”. Sapevo che si potevano silenziare ospiti molesti, ma non ero assolutamente preparata a quanto è successo.

L’11 dicembre ho iniziato il mio Webinar parlando per 20 minuti in inglese; verso la fine sento la voce di una ragazza che dice in italiano: «Ti ho visto su YouPorn, sei brava a…» e vi risparmio il resto. È iniziato un delirio di bestemmie, parolacce, musica rap con altre parolacce. Per fortuna non potevano condividere lo schermo, altrimenti avrebbero messo su un film porno. 

Ho provato a silenziarli, poi ho chiuso la riunione. I miei spettatori sono stati molto solidali e comprensivi, mi hanno mandato articoli sullo Zoom Bombing. Il giorno successivo ho cancellato il webinar in italiano per evitare che la cosa si ripetesse. 

Sicuramente ho sbagliato a mettere il link Zoom sul profilo, ma non sapevo di correre rischi di questo tipo. Ho imparato la lezione.

Ho fatto denuncia alla Polizia Postale, via mail, sul loro sito. Fra le categorie di reato c’è “Defacement”, che significa “pirateria informatica”: non potevano scriverlo in italiano?.

Ho ricevuto da loro un link per “certificare la mia mail“: non funziona e dice “riprova”. Al telefono non rispondono. Ho rifatto la denuncia tre volte, stesso risultato. Fantastico! Forse sono stati “hackerati” anche loro? 

Faccio notare che Facebook ha oscurato le pagine di alcuni colleghi archeologi perché avevano inserito immagini di sculture antiche: secondo l’algoritmo erano immagini di nudi e quindi pornografia.

Se volessero potrebbero benissimo identificare gli idioti che si sono infilati nel mio webinar. Ma non lo faranno, come del resto nessuno agisce contro la pornografia e la violenza che imperano nella parte ‘oscura’ di internet. 

Noi studiosi che usiamo internet per lavoro e per promuovere la cultura e la conoscenza, veniamo lasciati alla mercé di un branco di deficienti che non sanno come passare il tempo.

Ma del resto in Italia la Cultura conta meno di zero: hanno chiuso siti archeologici, Musei, e Biblioteche, dove notoriamente non si è mai fatta la coda per entrare e non sono mai esistiti “assembramenti”. L’importante è che la gente vada a fare shopping nei centri commerciali o su internet. Il resto “non è servizio essenziale”».

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