SPECIALE CORONAVIRUS

In tempo di Covid si può morire anche di prudenza

L'Italia alla prova del vaccino: dubbi sulla prontezza del nostro Paese ad una distribuzione veloce ed efficace.

La cura che è stata in grado di rimettere in piedi il presidente Trump, dopo tre giorni e senza apparenti complicazioni, non è stata ritenuta affidabile dalle autorità sanitarie Italiane. A pagarne lo scotto decine di migliaia di morti.

È degli ultimi giorni il preoccupante dato pubblicato dall’ISTAT sul numero di decessi in Italia.

Entro fine anno il nostro Paese registrerà oltre 700mila morti, come non accadeva dal 1944 in piena Seconda Guerra Mondiale.

Che fossimo in guerra ce ne eravamo accorti già da marzo, guardando le immagini della colonna di oltre 70 mezzi militari trasportare le vittime del Covid nella bergamasca, ma non ne siamo ancora usciti come dimostra il moltiplicarsi di tensostrutture militari nelle adiacenze degli affollati nosocomi della Penisola.

Oltre a subire senza soluzione di continuità le drammatiche notizie quotidiane su contagiati e deceduti, in questi mesi, i cittadini hanno dovuto rassegnarsi anche alle dispute tra virologi ed esperti che poco hanno giovato alla chiarezza d’informazione e al consolidamento di una coscienza collettiva sulla gravità della situazione.

L’ultima contesa ha del grottesco: l’azienda americana Eli Lilly, sviluppatrice di un farmaco anti Covid basato su anticorpi monoclonali (Bamlanivimab), aveva messo a disposizione dell’Italia ad ottobre a titolo gratuito 10mila dosi di cui le autorità nazionali hanno preferito non avvalersi.

Massimo Clementi, virologo del San Raffaele di Milano, si è detto sconcertato dalla decisione di non utilizzare questo farmaco salvavita, la cui azione è stata illustrata sul New England Journal of Medicine.

Lo stesso Walter Ricciardi, consulente del ministro Speranza, non ha lesinato critiche ritenendo un imperativo etico e morale l’esplorazione di tutte le terapie disponibili per sopraffare il virus.

L’Agenzia Italiana del Farmaco è stata perentoria, chiarendo che fino a quando non ci sarà l’autorizzazione dell’Agenzia Europea del Farmaco non sarà possibile alcuna somministrazione del Bamlanivimab.

Se è stato vietato il rifornimento di Bamlanivimab alle strutture sanitarie italiane, certamente non ne è stata vietata la sua circolazione.

Infatti la Eli Lilly, dalla sua sede di Sesto Fiorentino, ne sta spedendo svariati container in tutto il mondo. Lo sanno bene gli americani che ne hanno acquistato circa 950mila dosi che hanno prodotto una riduzione del rischio di ospedalizzazione dal 72 al 90%.

Dopo gli USA anche la Germania ha deciso di acquistarlo, mentre l’Italia galleggia e sonnecchia abbandonando alla morte migliaia di nostri connazionali col rifiuto di cure già disponibili. Fa strano anche solo pensarlo, ma in tempo di Covid si può morire anche di eccessiva prudenza. 

Il farmaco sul quale il Governo ha deciso di investire è ancora di là da venire, il progetto della Toscana Life Sciences, in collaborazione con lo Spallanzani, finanziato con 380 milioni, deve ancora iniziare la fase di sperimentazione e verosimilmente la sua distribuzione non potrà avvenire prima di aprile-maggio 2021.

Per i vaccini già contrattualizzati dall’Unione Europea e destinati all’Italia non va certo meglio.

Delle circa 202 milioni di dosi a noi destinate, il commissario Arcuri ha già annunciato un ritardo di sei mesi sulla consegna di 40 milioni di dosi da parte di Sanofi.

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