UN MESSAGGIO IN BOTTIGLIA

You may say I’m a Dreamer – John Lennon, l’assassinio di un sognatore

La nostra Valeria D’Onofrio fa il bis con un nuovo messaggio in bottiglia e ci regala un’altra occasione per emozionarci nel giorno del quarantesimo anniversario della morte di un sognatore capace di far sognare anche gli altri

L’Fbi lo aveva spiato a lungo, intercettato, seguito. La Casa Bianca lo temeva, al pari dell’Unione Sovietica o di Cuba. Richard Nixon, il Presidente degli stati Uniti, l’uomo del “Watergate”, lo aveva inserito nella lista dei nemici più pericolosi per l’America. Le sue armi non erano convenzionali e lì, nello Studio Ovale, così come al Pentagono, non sapevano proprio come affrontarlo. Difficile fronteggiare un uomo armato di chitarra, di parole, di popolarità. Uno che, in una grigia cittadina portuale inglese, aveva fondato, dal nulla, la band più famosa della storia della musica, più di Gesù Cristo.  E, soprattutto, un uomo irriducibilmente libero, e pensante, e intelligente, e eclettico, e folle. Lucidamente folle. 

Era tutto questo John Lennon, ma anche di più. Era un sognatore, un maledetto sognatore. Ma anche, un sognatore maledetto. Uno che continuamente sprofondava e rinasceva dalle sue ceneri, in un’irrequietezza esistenziale che fu la sua fortuna, come la sua dannazione. 

Oggi avrebbe 80 anni e nella notte dell’8 dicembre di ogni anno, puntuali, nella sua assenza e nella nostra mancanza, ricordiamo che non li ha mai compiuti. Che non li compie da 40 anni. E lo facciamo con la rabbia di chi sa che si è perso qualcosa di importante, di unico che non si sarebbe limitato certo alla strofa di una canzone. 

Cosa avrebbe avuto da dire oggi John Lennon? E soprattutto, come quella mente curiosa, velenosa, geniale avrebbe letto questo nostro tempo? Una domanda evidentemente senza risposta, dietro la quale, però, si cela una certezza: avrebbe detto la sua. Avrebbe cantato, forse… ma anche scritto, filmato, disegnato, twittato, chattato. Avrebbe usato tutto il potenziale di quella tecnologia che amava e maneggiava con disinvoltura, per diffondere un’idea rivoluzionaria. Sicuro che lo avrebbe fatto! Alla sua maniera: violenta e fragile. 

Era una mente, John Lennon, una mente poliedrica, che si era formata alla luce di un talento inesauribile e all’ombra di un dolore mai domato. Abbandonato dalla madre e dal padre, cresciuto da una zia anaffettiva, è stato un orfano, per sempre. Nelle canzoni, nei comportamenti, nella forza della sua vulnerabilità, che spingeva all’eccesso la sua creatività, facendone un artista completo, istintivamente votato alla rottura. Gli schemi, le regole, l’ordine costituito sono stati per lui i nemici di una vita, quelli che cominciò a combattere imbracciando prima un banjo, poi una chitarra, mettendo su, poco più che quindicenne, quello sconvolgimento planetario che furono i Fab Four. Lui li creò, lui li distrusse… Forse la verità non è neppure così semplice, ne’ netta, ma neanche tanto lontana. Certo è che ne segnò tappe importanti, ne provocò, cioè, le oscillazioni più evidenti, quelle che andarono oltre una musica, già di per sé rivoluzionaria, toccando ciò che fino a quel momento era intoccabile. Il suo sarcasmo, la sua irriverenza, non risparmiarono nessuno, neppure la casa Reale. E questo perché si sentiva un uomo libero e viveva e agiva come tale, non avendo mai timore di dar voce al suo pensiero, così come di cambiarlo radicalmente qualche tempo dopo. 

Un ribelle– come lui stesso si era definito – che voleva essere amato e accettato in ogni ambito sociale e non rimanere un lunatico musicista poeta”. Ma che non poteva essere altro da se stesso. Lennon era solo Lennon, con le sue contraddizioni. Un leader alla ricerca di una guida, che aveva bisogno di un’idea, di una causa, di una donna, di cui innamorarsi follemente e poi odiare e abbandonare. Nel costante timore di esserne abbandonato prima lui. Dolce e crudele. Sensibilissimo e feroce. Le sue canzoni sono intrise di questi sentimenti, sin dalle origini, da quando, primo artista di successo della storia del pop, cominciò a mettersi a nudo, a cantare, le proprie insicurezze, le sue più profonde fragilità, consegnandole al pubblico, senza alcun pudore. 

La sua vita, seppur breve, è piena di gesti eclatanti che hanno tracciato linee nuove, di non ritorno. Istintivo, calcolatore, sognatore, Lennon seguiva le sue pulsioni anticipando i tempi, inventando modi di comunicare. Un percorso di sperimentazione di se stesso che aveva trovato in Yoko Ono, la sua seconda moglie, un solco perfettamente compatibile. L’artista giapponese, troppo a lungo e immotivatamente, odiata da chi non accetta il corso degli eventi, è stata in qualche modo la sua nutrice, esaltando, completando e guidando una forza potente, ma spesso ingovernabile. Dalla fusione delle loro menti e di una coscienza comune hanno preso forma idee avanguardiste come il Bed-in  War is Over! – If you want it, o slogan immortali come Give Peace a Chance o Power to the People che, a distanza di 50 anni, conservano intatta tutta la loro forza. 

Perfettamente cosciente di un possedere un carisma che spaventava il Potere, Lennon lo usava, senza paura, con quella sfrontatezza che ne aveva fatto un leader, già sui banchi di scuola. Spiato dall’FBI, inseguito dal suo passato, braccato da quella sua fragilità si è dissolto nella leggenda a 40 anni, per mano di una contraddizione. L’ultima. Che lo ha afferrato proprio mentre sembrava che stesse svoltando l’angolo della sua inquietudine, per imboccare il viale di una nuova ritrovata creatività. 

Mark Chapman, il primo, ma anche l’ultimo dei suoi fans, lo ha aspettato tutto il giorno sotto casa, il Dakota Building di New York, in una mano una copia di Double Fantasy, il suo ultimo album, autografata al mattino, nell’altra una pistola. “Ehi, Mr. Lennon!”gli ha urlato, poi, senza dargli il tempo di voltarsi, gli ha scaricato quattro colpi di P38 dietro la schiena. 

Perché, come cantava John…“la vitaè quella cosa che accade mentre sei impegnato in altri progetti” 

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