PROTEZIONE & DIFESE

L’oro di Gheddafi

Tre incontri “ravvicinati” con il Colonnello

Il 20 Ottobre 2011 a Sirte il Colonnello Gheddafi muore, linciato dai ribelli insieme a suo figlio Mutassim. Tutto finì dove tutto era cominciato. Qasr Abu Hadi, il villaggio dove nacque Muammar Gheddafi nel Giugno del 42 non dista infatti che pochi chilometri da Sirte.

Mi è capitato almeno tre volte di avere a che fare indirettamente con il Colonnello Libico e tutte e tre volte in maniera del tutto casuale e certamente non volontaria.

La storia della presa del potere in Libia di Gheddafi è nota. Nel Settembre del 1969 il Re Idris è costretto a fuggire ed al suo posto si insedia un comitato di Rivoluzione composto da 12 Ufficiali il cui leader è proprio Gheddafi. Le conseguenze della Rivoluzione non si fanno attendere e per gli Italiani in Libia assumono le sembianze di una catastrofe. Il 7 Ottobre del 1970 viene ascritto nel calendario Libico come “giornata dell’odio per gli Italiani”; tutti i nostri connazionali allora presenti in Libia vengono espulsi e sono costretti ad abbandonare le loro case e tutti i loro beni. I profughi rientrati in Italia senza nulla e senza aiuti da parte della Madre Patria dovettero affrontare un lunghissimo e durissimo periodo di reintegrazione. Qui si inserisce il mio primo personale ricordo, anche se all’epoca data la mia giovane età, non riuscivo ad afferrare appieno i contorni di questo dramma. Conobbi un mio coetaneo con il quale mi divertivo a giocare, che faceva parte proprio di una famiglia sfollata dalla Libia. Il papà era Ingegnere e vivevano in due misere stanze, pur essendo in cinque, in una condizione di povertà quasi assoluta. La situazione mi colpì molto, tanto che chiesi a mio padre come fosse possibile che un Ingegnere guadagnasse così poco. In realtà seppi poi che tirava avanti con molta fatica, aggiustando piccoli elettrodomestici. Una delle tante tragiche storie legate a questa vicenda.

Fallito il progetto di riunificare le Nazioni Arabe sotto una unica bandiera, il Colonnello comincia a finanziare e supportare azioni terroristiche in medio oriente ed in Europa. Cosa questa che lo mette nel mirino degli Americani. Nell’Aprile del 1986, sotto l’amministrazione Reagan, viene lanciato un attacco aereo al quartier generale di Gheddafi, il quale però riesce miracolosamente a salvarsi. Un aiuto al “miracolo” sembra sia proprio venuto dalle Autorità Italiane che avvisarono il leader Libico dell’imminenza dell’attacco. Con l’operazione “El Dorado Canyon” gli Americani bombardarono anche Tripoli e Bengasi e nell’attacco perse la vita la figlia adottiva di Gheddafi. Il giorno dopo, per ritorsione, due missili SS-1 Scud vennero lanciati verso Lampedusa dove si trovava una piccola installazione militare Nato. E qui si inserisce il mio secondo personale ricordo. All’epoca ero Pilota militare, Combat Ready presso il 23mo Gruppo Caccia del 5to Stormo basato a Rimini. Volavamo sull’F104, ed il nostro compito istituzionale era proprio di difendere i cieli Nazionali. Lo Stato Maggiore dell’Aeronautica decise di rischierare il nostro Gruppo di volo sulla Base di Sigonella, vicino Catania. Ci furono affidati due compiti: Il primo era quello di intercettare ed abbattere qualunque velivolo si avvicinasse verso le coste Italiane provenendo da Sud ed il secondo quello di scortare i velivoli dell’Alitalia che collegavano Palermo a Lampedusa. Devo dire che fu la prima ed ultima volta nella mia carriera di pilota intercettore che lessi un “Task”, cioè l’ordine di missione, che mi autorizzava, senza troppi complimenti, ad abbattere un velivolo. Ed infatti armati di tutto punto volammo numerose missioni di CAP (Combat Air Patrol,), opportunamente posizionati a Sud di Lampedusa pronti a distruggere qualunque malintenzionato velivolo libico. Il secondo compito, la scorta ai velivoli Alitalia, fu effettuato puntualmente ed aveva lo scopo oltre che di proteggere i velivoli della Compagnia di Bandiera, quello di infondere una certa sicurezza ai passeggeri e far tornare alla normalità il traffico su quella rotta. Devo dire che anche qui, per la prima volta, lessi sull’ordine di missione qualche cosa di inusuale: ci veniva esplicitamente richiesto di farci vedere dai passeggeri e dal Comandante durante l’intercettazione. Era per noi una cosa insolita, perché normalmente le nostre missioni per l’identificazione di velivoli  avvenivano in “Shadow”, cioè senza farsi vedere dal velivolo intercettato. Questa parte si rivelò la più divertente, poiché nel posizionarmi in ala al DC9 Alitalia, ero in grado di scorgere le facce dei passeggeri che quasi simultaneamente si giravano verso di me non appena scorgevano il mio F104. Ho sempre pensato che quella iniziale visione potesse suscitare nei passeggeri l’effetto opposto a quello desiderato, ma probabilmente le parole esplicative del Comandante riportavano i battiti cardiaci dei viaggiatori a ritmi quasi normali.

Le cronache ci raccontano i momenti finali dell’epopea di Gheddafi come un uomo in fuga, in costante movimento nel deserto, con una colonna di Jeep carica di fedelissimi armati di tutto punto e con casse di denaro al seguito. Mi ha sempre incuriosito la faccenda delle casse di denaro, perché ho sempre pensato che non doveva essere così semplice recuperare le ingenti fortune accumulate all’estero e tradurle in banconote contanti da portarsi al seguito.

La risposta è venuta del tutto casualmente in un albergo di Tunisi dove mi sono trovato a seguito di un mio recente viaggio. Ed è venuta da un distinto signore, Tunisino, frequentatore dello stesso albergo, con il quale, fumando la Shisha e bevendo the alla menta, ho stretto amicizia. Sui 50 anni, distinto, amante della moda Italiana e sfegatato tifoso della Juventus, un giorno mentre ero alle prese con un piccantissimo toast all’Harissa mi racconta dell’oro di Gheddafi. Non ricordo esattamente come finimmo sull’argomento ma il racconto partì dal fatto che egli conosceva Gheddafi di persona. Lo stimava e lo riteneva un benefattore della Libia. Quando già la situazione stava diventando difficilissima, agli inizi del 2011, viene incaricato dal Colonnello di una missione delicatissima: recuperare l’oro in Sud Africa. Se il suo racconto non fosse stato corredato da fotografie che lui mi mostrava dal cellulare, avrei fatto fatica a seguirlo sulla strada delle sue memorie. Ma in realtà il suo racconto era molto lucido, preciso e puntuale. Mi parla di un jet affittato per volare in Sud Africa, di casse piene di monete d’oro lì prelevate. Del volo che prosegue per Hong Kong dove questo oro viene tramutato in dollari. Di quante tonnellate pesa l’oro e quante le casse con i dollari. Mi parla di permessi diplomatici. Insomma un vortice d’azione degno del miglior film di 007. Alla fine della storia mi guarda dritto negli occhi e mi dice: ”avrei potuto approfittare di questa cosa e non fare mai più ritorno in Libia, ma io sono Mussulmano credente e se do la mia parola , la mantengo.” Avrei voluto dirgli che, qualunque persona perbene mantiene la parola data, a prescindere dalla religione. Ma non glielo dissi. Forse avrei dovuto.

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