TECNOLOGIE & SALUTE

Sanatori 2.0

La Società Italiana di Pneumologia da qualche tempo ci mette in guardia sui rischi relativi agli esiti post COVID-19. Ne parliamo con il Prof. Massimo Martelli.

È ormai chiaro che superare la fase acuta dell’infezione da SARS-CoV-2 non sia sempre risolutivo. Tutt’altro, anzi esiste una vera e propria sindrome post acuzie, la cosiddetta Long COVID Syndrome. Stimatissimi membri della comunità scientifica, tra cui il presidente della Società Italiana di Pneumologia / Italian Respiratory Society (SIP/IRS) Prof. Luca Richeldi e il Prof. Angelo Corsico, direttore della Pneumologia della Fondazione IRCSS Policlinico San Matteo e ordinario di Pneumologia all’Università di Pavia, ci avvertono dei rischi legati all’aver subito il COVID-19, primo tra questi la Fibrosi Polmonare. Sia al Policlinico Gemelli, dove esercita il Prof. Richeldi, che a Pavia sono attivi dalla fine della prima ondata dei centri post-COVID pionieristici. 

Purtroppo però questo tema importantissimo è sottovalutato nel dibattito pubblico, al di fuori degli specialisti.

Esiste un documento d’indirizzo a cura della British Thoracic Society Guidance on Respiratory: ‘Follow Up of Patients with a Clinico-Radiological Diagnosis of Covid-19 Pneumonia’. Secondo queste linee guida, i pazienti vengono sottoposti a esame radiografico del torace, prove di funzionalità respiratoria, test del cammino di 6 minuti, ecografia toracica e cardiaca ed, eventualmente, a TAC toracica per indagare la presenza di una pneumopatia interstiziale diffusa o di una embolia polmonare. 

Per quanto si conosce oggi, sembra che siano confermate le prime osservazioni cinesi a riguardo: diversi pazienti dimessi, purtroppo, presentano ancora insufficienza respiratoria cronica, esiti fibrotici e bolle distrofiche. Dunque, sarebbe necessario seguirli con attenzione e soprattutto inserirli in adeguati programmi di riabilitazione polmonare.

Abbiamo contattato il Prof. Massimo Martelli, luminare delle malattie polmonari.

Martelli si laurea in medicina nel 1970, dopo la specializzazione in Chirurgia Toracica e quella in Chirurgia Toracica, nel 1985 diventa Professore Associato di quest’ultima materia all’Università Sapienza di Roma.

Lascia l’accademia nel 1989 per diventare Primario al Forlanini. 

Nel 2010 è stato nominato Commissario Straordinario dell’Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini. Il Prof. Martelli è stato anche membro del Consiglio Superiore di Sanità e consigliere dell’Ordine dei Medici di Roma.

Professore, salve e grazie per aver accettato quest’intervista. Ci potrebbe aiutare a capire meglio questa problematica? Quale scenario vede per i malati che superano la fase acuta del COVID?

Al di là del problema acuto, nessuno o quasi nessuno dei soloni tra politici e scienziati, pensa al domani dei tanti pazienti che porteranno le conseguenze della infezione da COVID.
Pur essendo presto per poter dire con certezza cosa succederà nei mesi e negli anni prossimi ai cittadini che hanno contratto la malattia, già adesso si può ipotizzare che una discreta percentuale avrà postumi legati alle alterazioni anatomo-patologiche che già si cominciano a vedere. 
I controlli delle tac, in coloro che hanno contratto la malattia con quadri più manifesti, mostrano già oggi delle immagini patognomoniche di interstiziopatia, di fibrosi polmonari irreversibili.
Il Prof. Corsico, da tempo sta mettendo l’accento sulla fibrosi polmonare quale pericolo del domani. Ed è per questo che a Pavia è stato fatto da mesi un ambulatorio post-COVID che segue le linee guida inglesi. Ancora, il Prof Richeldi, da tempo sottolinea che purtroppo ci sono reliquati polmonari e per questo avremo una nuova categoria di pazienti con cicatrici fibrotiche a livello polmonare, con insufficienza respiratoria che rappresenterà un nuovo problema sanitario.

La situazione è decisamente preoccupante, ma lo è ancor di più il silenzio assordante che circonda. Secondo lei Professore, come cambierà la richiesta sanitaria? 

Mi chiedo se i politici stessero a sentire cosa dicono e sottolineano Richeldi e Corsico, due indiscussi pneumologi, dovrebbero pensare a fare subito dei centri di sorveglianza e di recupero di pazienti che hanno contratto il COVID in maniera seria.

In un futuro prossimo, ci saranno tante persone che avranno bisogno di un recupero della funzionalità respiratoria, in un Centro Clinico dedicato a questo tipo di trattamento, un Ospedale con ampi spazi non solo per le palestre ma anche di ampi spazi all’aperto, così come è stato ai tempi della tubercolosi.

Da come lo racconta, sembrerebbe una sorta di “Sanatorio 2.0”. Questa sua affermazione porta immediatamente alla memoria l’Ospedale che lei ha amministrato e dove ha esercitato: il Carlo Forlanini di Roma.

Abbiamo bisogno di un nuovo tipo di Ospedale che sia un centro per la riabilitazione e la gestione del post-acuzie; dato da gestire agli pneumologi, ai fisioterapisti, ai riabilitatori per la funzione respiratoria… insomma sì, una sorta di “Sanatorio 2.0” è una definizione calzante. Il Forlanini, per la sua stessa struttura, sarebbe un ottimo candidato ad inaugurare questo nuovo corso dell’offerta sanitaria.

Ci dica Professore, cosa ne è del Forlanini oggi?

È una storia complessa e dolorosa. Sono quasi quindici anni di stupore e vergogna. Tenterò di riassumere ai vostri lettori per sommi capi.

L’ex sanatorio “Carlo Forlanini” fu inaugurato il 1° dicembre 1934 come presidio di assistenza per la cura delle affezioni tubercolari e polo di ricerca per lo studio delle malattie polmonari. Il 30 giugno 2015 il complesso – riconvertito ad ospedale negli anni Settanta – è stato chiuso dalla Regione Lazio, per far fronte al deficit della sanità e, a tutt’oggi, non esiste alcun progetto organico da parte regionale per la sua riutilizzazione, se non alcune dichiarazioni sui mezzi di informazione.

Il complesso, di 280 mila metri quadrati, è dotato di un grande parco di 12 ettari che ricalca il profilo dell’apparato respiratorio, con essenze esotiche e particolarità botaniche. La particolare planimetria a ferro di cavallo, ricalca la Hufeisensiedlung di Berlino, dichiarata patrimonio mondiale dell’umanità dall’Unesco. Struttura all’avanguardia sul piano architettonico e ingegneristico, aveva una potenzialità di 4.000 posti letto e, per assicurare il massimo comfort nelle lunghe degenze, due teatri e due chiese.

Oltre alla cura dei malati, da sempre il Forlanini è un centro di Eccellenza anche per quanto riguarda la formazione, a tutt’oggi sono presenti nel complesso cinque facoltà universitarie di scienze delle professioni sanitarie, con aule attrezzate per la didattica, biblioteche di perfezionamento, un centro di statistica sanitaria e un Museo Anatomico con circa 2000 reperti, inserito nel circuito Musis dell’Università. All’interno dell’edificio, oltre al magazzino inventario, continua a operare un efficiente servizio di Medicina nucleare.

Nel 2015 con il Decreto MIBACT (prot. 126579), il complesso è stato dichiarato di interesse storico-artistico. Ciò comporta che, oltre al complesso edilizio, si intendono vincolate le pertinenze, il parco e le palazzine attigue all’edificio centrale, nonché il Museo Anatomico, di cui attualmente non si conosce lo stato di manutenzione. 

Il 24 ottobre 2006, con la delibera numero 2145, la direzione generale dell’Azienda San Camillo Forlanini decreta la dismissione dello storico ospedale, stabilendo il trasferimento di tutti i reparti e servizi presso il vicino San Camillo per motivi di “risparmio”. Nella legge Finanziaria regionale 27/2006 a ratifica di questa decisione viene scritto che “il complesso immobiliare non è più destinato ad attività sanitarie”.

Da quel momento inizia un iter delirante di incuria, abbandono e disservizio; con una perdita di valore incommensurabile dal punto di vista medico, scientifico, culturale, storico e, sopratutto, di Servizio alla cittadinanza.

Strano ma vero, a dieci anni da questa vicenda, il 13 dicembre 2016 la Regione Lazio ottiene il certificato di Verifica di congruità con le valutazioni tecnico-estimative dell’Agenzia del Demanio, che evidenziando “lo stato di abbandono dell’immobile”, ne stabilisce il valore catastale in 70 milioni; incredibilmente in pari data con delibera 766/2016 la Regione Lazio dispone il passaggio del complesso da “bene indisponibile a bene disponibile” e ne autorizza la dismissione al prezzo stabilito dal Demanio, nonostante una precedente perizia catastale ne avesse stabilito un valore pari a 278 milioni di euro.

Ad oggi l’Azienda sanitaria Roma 3, quella che comprende l’Azienda ospedaliera San Camillo-Forlanini, non dispone di locali dove erogare i propri servizi e ambulatori e impegna annualmente circa 3 milioni di euro di affitti ai privati presso cui hanno sede uffici e servizi, che oltretutto generalmente non sono adeguati alle esigenze dell’utenza.

Addirittura, l’azienda San Camillo Forlanini ha collocato alcuni reparti non trasferibili al San Camillo, nel confinante INMI “Spallanzani”, con pagamento annuo di un canone pari a circa 600.000 euro, così come l’Ares 118, Azienda per l’emergenza sanitaria, ha ubicato i propri uffici nello stesso Spallanzani corrispondendo il relativo canone di affitto all’Istituto per le malattie infettive.

Già nel 2008 il “Comitato di salvaguardia del Forlanini”, aveva raccolto 45.000 firme con la sua petizione per il mantenimento della vocazione sanitaria della struttura con ampliamento della rete dei servizi assistenziali territoriali, le firme sono consegnate il 31 gennaio 2008 al sindaco Veltroni, quale massima autorità sanitaria cittadina.

Nel 2010, in qualità di commissario straordinario dell’Azienda, ho presentato alla Regione Lazio un articolato progetto di riconversione del complesso, un’ala del quale dovrebbe essere adibita a Residenza sanitaria assistenziale (RSA). 

Negli anni viene ribadita la necessità di veder riconvertito il presidio a servizi sociosanitari, specie dai comitati dei cittadini – con manifestazioni, eventi, interventi sui media – anche in considerazione della carenza di posti letto per malati cronici, anziani e la penuria di servizi sociosanitari territoriale questa necessità oggi è ancora più urgente per la pandemia di Covid-19, per cui si richiede un incremento di posti letto, almeno nelle parti ancora agibili del presidio, ipotesi che viene scartata con veemenza dalla Regione Lazio.

Quella stessa Regione che pone in essere vari provvedimenti, in attuazione dell’articolo 20 della legge 67 del 1988 sull’edilizia sanitaria (terza fase), per cui riceve cospicui finanziamenti con i quali dovrebbe provvedere a ristrutturare vari immobili presenti sul territorio. Nello stesso articolo, al comma 2, lettera i), si prevede la destinazione dei fondi a strutture pubbliche dismesse da riconvertire ad uso sociosanitario. Eppure, nonostante questo tutto tace da parte delle Istituzioni, se si escludono vuoti comunicati stampa o post sui social.

La CGIL da tempo è attiva sul tema della riconversione del Forlanini e sollecita l’uso dell’ospedale – divenuto intanto sede di “drive-in” per effettuare i tamponi Covid-19 – quale sede di Rsa e, in tal senso, sigla a fine settembre un accordo con l’assessorato alla integrazione sociosanitaria della Regione Lazio.

Recentemente, sotto la sigla “Roma in piazza”, attivisti dei movimenti sociali e sindacalisti sono entrati nel corpo centrale dell’ahimé ex struttura di eccellenza Carlo Forlanini, a Roma e lo hanno occupato simbolicamente.

Il 21 Novembre, la Sindaca Raggi ha visitato il polo ospedaliero rilanciando la petizione che insieme ad altri colleghi abbiamo lanciato e che richiede la riapertura di questo gioiello dalla gloriosa storia nel centro di Roma.

Da quanto capisco Professore, questo spazio è centrale ed ha nelle sue pertinenze degli enormi giardini. Questo ben si sposa con le recenti criticità sottolineate da luminari del calibro della Professoressa Capua sulla filiera di distribuzione del vaccino. Pensa che una struttura come il Forlanini potrebbe portare impatto in quest’ambito? 

Si, concordo con la Prof.ssa Capua che ci siano necessità inaspettate e nuove criticità da affrontare. Certamente, gli spazi aperti del Forlanini, così come quelli di altri nosocomi vittime dei tagli, potrebbero essere di estremo valore sia per campagne di test “drive through”, che per le campagne vaccinali.

Prima di rivolgerci a strutture quali cinema e teatri, come si è letto in questi giorni, penso sarebbe fortemente razionale valorizzare le strutture progettate originariamente per accogliere i malati.

Grazie Professore, ci avviamo verso la conclusione di questa intervista. Prima dei saluti, vuole lanciare un messaggio ai lettori di infosec.news?

Alcide De Gaperi soleva dire che “La differenza tra un politico ed uno statista è che il politico pensa alle prossime elezioni, lo statista alle prossime generazioni”.

 Questa definizione può essere traslata ai nostri politici che stanno pensando a cosa devono fare giorno dopo giorno e invece non pensano al futuro prossimo.
Ribadisco con forza che sia necessario pensare oggi al domani dei tanti pazienti che porteranno le conseguenze della infezione da COVID. È necessario che la politica prenda atto di questa problematica prima che si trasformi in una vera e propria emergenza. È urgente da parte del legislatore prevedere e finanziare dei centri di sorveglianza e di recupero di pazienti che hanno contratto il COVID in maniera seria.
Ecco il parallelismo che ho fatto con quanto diceva de Gasperi … I nostri politici si stanno dimostrando tutto tranne che statisti. 

Noi stiamo cercando di far sentire una voce popolare: stiamo raccogliendo le firme per una petizione al Ministro della Salute per richiedere la riapertura immediata del Forlanini. Hanno già aderito più di 117.000 persone, rivolgo un appello ai lettori di infosec.news: firmate la petizione e fatela girare tra i vostri contatti!

Professor Martelli la ringrazio ancora per averci aiutato a ragionare intorno a questo tema tanto importante quanto taciuto. Ringraziamo anche i nostri lettori, che ci hanno seguito in questa lunga e intensa conversazione.

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