UN MESSAGGIO IN BOTTIGLIA

Maradona: se l’amore racconta chi sei…

Il “messaggio in bottiglia” di Valeria D’Onofrio è forse la pagina più bella che si possa dedicare alla memoria di Diego Armando Maradona. Valeria D’Onofrio, giornalista e autrice radiotelevisiva, ha la capacità di far vedere quel che scrive, regalando emozioni che toccano delicatamente il cuore…

Nel 2010 per una serie dedicata ai Grandi amori del Secolo, mi venne chiesto di scrivere un pezzo sulla storia tra Diego Maradona e Claudia Villafane e io scelsi di raccontarla (e soprattutto di raccontare lui) come se fossi stata lei, scrivendogli una lettera Immaginaria. 

La condivido perché credo sia tra le mie cose più belle. È un po’ lunga, ma se vi va… (only the brave)

DIEGO, CLAUDIA, IL CALCIO, LA DROGA, LA VITA.

A volte mi chiedo, Diego, cosa è stato il nostro tempo insieme. Ma non ho risposte, solo sensazioni che sgomitano dentro di me. Vorrei capire, ma poi mi dico… capire cosa? L’amore ha andamenti imprevedibili che non puoi leggere con il senno del poi. Grovigli indistricabili ai quali devi solo voler bene. Perchè sono una parte di te. 

Ti ho amato, Diego, e questo non è in discussione. Ma tu lo sai, certo che lo sai. L’hai sempre saputo, da quando ti guardavo da dietro i vetri di quelle nostre case, di quelle nostre vite, così misere, così uguali. Ragazzina io, ragazzino tu. Nessuno potrà mai dire che ho amato il dio che era in te, perché di quel dio non c’era ancora traccia. Mi innamoravo invece dell’uomo che sentivo saresti diventato e che, ancora oggi penso avresti potuto essere, realmente e fino in fondo se quel dio non t’avesse a lungo oscurato. Yo te propongo cantava Roberto Carlos, mentre ballavamo e mi stringevi forte, per la prima volta. Il Diego e la Claudia, come ci chiamavano tutti. Il Diego e la Claudia, come ci chiamano ancora oggi che non balliamo più. 

I primi anni sono stati i più belli Diego. Lo so è sempre così, la giovinezza, l’entusiasmo, e quel poco che sembra potrà bastarti. Hai scritto di noi che fu il buon Dio, il Barba, come lo chiami tu, ad indicarti me. “Questa è per te – ti disse – non ce n’è un’altra come lei… perchè un’altra ti da un calcio nel culo e tu coli a picco”.  Il buon Dio come sempre sa. Io cominciai a capire. Telefonate, trasferte, tradimenti la nostra storia prese da subito la piega che mantenne.  Tu acceleravi la tua trasformazione da giocatore in dio del pallone, io da ragazzina, in donna. 

Ero fiera di te. Di essere la tua fidanzata. Ero fiera di quel tuo spirito ribelle e dolce, della tua sfacciataggine, della tua generosità. Cebollitas, Argentinos Junior, Boca… bruciasti le tappe. In pochi anni diventasti il calciatore più importante del pianeta e nell’82 ci ritrovammo in Spagna. Il Barcellona ti acquistò per 12 miliardi di lire. Ne rimanemmo sorpresi. Nessuno di noi si era reso conto di quanto valessi. La villa del quartiere di Peralbes fu la nostra prima casa insieme. Grande giardino, campo da tennis e 10 stanze per poter accogliere il nostro clan. Era tutto così bello, almeno mi sembrava, anche se tu fiutasti subito l’ambiente.  Il tuo istinto ribelle, non so perchè,  ti suggeriva che da lì non avresti cavato nulla di buono. I catalani odiano gli spagnoli, ancor più se argentini, li disprezzano, li considerano i loro terroni. C’era calore, ma non quello che ti aspettavi, non quello di cui avevi bisogno. Giocavi bene, ma non eri completamente te stesso. Non ti piaceva stare lì. La Spagna ti dava il peggio e tirava fuori il peggio di te. E anch’io iniziai a sentirla ostile. 

È a Barcellona che cominciai ad avvertire i primi freddi dentro di me. Per quelle tue notti infinite che trascinavano le mie attese fino al mattino. Per quello sguardo, strano, che avevi quando all’alba tornavi a casa. Cominciasti per gioco, me lo hai detto tante volte, convinto di poterla dominare, la ‘dama biancà, ma finì per dominare te. E me, e noi. Droga, donne, nella nostra vita entrò tutto. Tutto insieme. Ci prese alle spalle e ci travolse, come fece Goikoetxea quel 24 settembre dell’83. Piangevi, Diego, mi guardavi e piangevi. Avevi paura che quella tua caviglia spappolata non potesse più regalarti magie, da regalare al mondo. E quella magia per te era tutto. Eri tu. Non saresti sopravvissuto senza di lei. E anche noi non ce l’avremmo fatta. “Potrò tornare a giocare?” Chiedesti al chirurgo, che non eri ancora uscito dalla sala operatoria. Era l’unica risposta che contava per te. Ti disse di sì, che avresti perso parte della mobilità del piede, ma che sì, saresti tornato a giocare. Ti si accese negli occhi quella luce che conosco bene. Quel guizzo irrefrenabile che ho amato e odiato. Avevi una nuova sfida davanti a te. E l’avresti vinta. Claro che sì. Perchè non c’è nulla che ti porti più in alto, che partire dal basso. Diego. 

Sei diventato Maradona così. Iniziando dalla polvere. Palleggiavi ore e ore sotto il sole della miseria argentina. E sognavi sogni grandi,  senza sorriso. Volevi diventare il migliore, essere immortale. E credevi, e ti illudevi che, sì, con una pennellata del piede sinistro l’avresti spazzata via, che te la saresti lasciata alle spalle, quell’infanzia di miseria. Non potevi sapere Diego, mentre facevi quei sogni grandi, che l’infanzia non è il passato, ma il futuro. È quell’orizzonte evanescente che non raggiungi mai. Quell’impasto di sudore e sangue, di polvere e rabbia che ti si appiccica addosso. Pelle della tua pelle. E a nulla servirà continuare a scorticarsi vivi. Con le lacrime non si palleggia, Diego. Con le lacrime no. 

Rientrasti in campo a Barcellona saltando su un piede solo per esorcizzare la paura… ma dentro di te avevi già deciso. Era il momento di ripartire. Ripartire in tutti i sensi. I nostri conti erano in rosso. Eri il giocatore più pagato del pianeta eppure eravamo pieni di debiti. Quando arrivammo a Napoli non avevamo un soldo. Non sapevamo neppure dove fossimo finiti. Ma ti bastò un attimo per capirlo…  70 mila. Erano lì in 70 mila quel 5 luglio dell’84, solo per vederti, per spalancarti le braccia di una nuova vita. Era dai tempi del Boca Junior che non sentivi quell’abbraccio inebriante, quella morsa di passione attorno a te. Li guardasti tutti e in un attimo eri già innamorato di loro, del loro amore. Rientrasti nel tunnel che eri un uomo diverso. Ci stringemmo forte. Cosa c’è dietro tutto questo? Ti chiedesti incredulo. 

Cominciammo così a girare quella città palmo a palmo. Vicoli bui, vicoli assolati. Cercavamo una spiegazione a quell’amore che i napoletani da subito avevano provato per te e a quel disprezzo che il resto dell’Italia da sempre provava per loro. E capimmo. Capimmo che quel sentimento era una richiesta ancestrale che partiva dalle viscere di una emarginazione incancrenita. Non una soluzione, non una cura. Da te volevano il miracolo. “Voglio diventare l’idolo dei ragazzi poveri di Napoli – mi dicesti determinato –  perchè loro sono com’ero io quando vivevo a Buenos Aires,  quando non avevo neanche i soldi per l’autobus”. Ti stavi prendendo carico di quel bisogno, perché era identico al tuo. 

Quanta Argentina hai trovato in quei vicoli, quanto di te in quei volti che una certa storia rende tutti simili. Avevi ricominciato a palleggiare in bianco e nero, come da bambino. E come allora avevi un solo grande sogno. A Napoli, più che altrove, ti ho visto riconoscerti. E ho pensato che lì avremmo avuto il nostro tempo migliore… invece fu la culla del mio primo grande dolore. Quella dove nacque il tuo primo figlio, che non era mio. Ma tu dicevi “siamo io e te, lei non è niente, quel bambino non è niente…” E intanto veniva al mondo Dalma, e poi anche Giannina, e io non potevo più scappare da noi. Perché anche per scappare bisogna avere forza. E nonostante tutto, io credevo in te. 

Dopo tanti anni avevi deciso di sposarmi. Fu un regalo che facesti a me, alle nostre bambine, ai nostri vecchi. Quella giornata fu di allegria. Un altro inizio, pensavo. Forse ora davvero cambierà. Era amore quello? E che tipo di amore, era? Materno? Perché solo la madre che è in ogni donna, dispone di quel sentimento incondizionato. A Napoli la tua gloria fu eterna, come il tuo miracolo. Le tue notti lunghe 12 mila donne, tra puttane e signore che bramavano di toccare la carne del dio. Ti infilasti nel sottobosco della città, perchè il torbido da sempre ti affascina. Eri convinto di trovare l’anima della vita, perdesti l’essenza di te. Fosti preda della tua generosità, dalla quale succhiarono in molti. E del tuo vizio del quale altrettanti si arricchirono. Per l’Argentina avevi alzato la Coppa del mondo, a Napoli avevi regalato il miracolo. Eri sull’altare del calcio e nella polvere della vita. È proprio vero Diego che non c’è vittoria che possa garantirti che non ti perderai.

I tuoi occhi erano spenti e la tua rabbia sempre accesa. Tacevi Diego. Aspettavi le mie domande per liberarti dei tuoi silenzi. Era la nostra intimità, ma mi tagliava dentro. Assistevo alla tua autodistruzione impotente… eri un calciatore invincibile, ma un uomo troppo fragile. Difficile da sostenere. Decisero che il tuo tempo al Napoli era scaduto. Liberarsi di te fu un attimo. Bastò una provetta di laboratorio, servita sul vassoio d’argento della tua debolezza per ufficializzare la fine di un amore nella primavera del ‘91. Eri un drogato, ora lo sapevano proprio tutti.

Ti trattarono come un delinquente qualsiasi e a Buenos Aires fu anche peggio… Hai pagato molto Diego, questo te lo riconoscerò sempre. Anche i conti non tuoi. Hai pagato la tuadebolezza, ma anche la tua franchezza. Quell’espressione da impunito con cui hai sempre bastonato il potere a torto e a ragione. Loro ti avrebbero voluto calciatore e basta, ma tu, dice il regista Kusturica, avresti potuto essere un grande rivoluzionario. E cosa pretendevi, che te lo lasciassero fare, il rivoluzionario?  

Eri un uomo finito, almeno così pensavano. Ma ti rimettesti in sesto per i mondiali del ’94 negli Stati Uniti. Ti volevano in campo perché un dio, anche a mezzo servizio, tornava utile a riempire gli spalti in un Paese dove il calcio è sport minore. Tu ti allenasti come non mai e ci arrivasti in gran forma. Il tempo di srotolare il velluto delle grandi occasioni e ricominciare a danzare. “Allora, dove eravamo rimasti?” – sembravi dire. Eri tornato e lo urlasti al mondo. Si spaventarono – racconti oggi – e adottarono le contromosse. Bastò una sola parola: efedrina. Ora non  eri più solo un drogato, ora eri anche un dopato. Fu un’infermiera a condurti per mano fuori dal terreno di gioco e negli inferi dello sport.

Uscito dal calcio ti ritrovasti faccia a faccia con te stesso. E non sapevi come parlarti. Sembrava quasi volessi liberartene di quell’uomo, ora che non era più un dio. E ce la mettesti tutta. Cocaina e cibo. Cibo e cocaina. E donne, ancora donne. Pensavo volessi eliminarlo facendolo scoppiare. Ci sei andato vicino… Era appena iniziato il nuovo millennio che il tuo cuore scricchiolò. Trascorrevo tutto il giorno in piedi, accanto al tuo letto, nel reparto di terapia intensiva. Mi volevi sempre lì. Io e solo io. … in salute e in malattia… amen. Disintossicazione, riabilitazione. Per curarti e sentirti meglio che a casa, scegliesti la culla della rivoluzione per eccellenza, Cuba dell’amico Fidel. Ci piegammo alla tua volontà e facemmo le valige. Eravamo tutte per te, io Dalma, Giannina. Fu una parentesi che riaccese le mie infinite speranze… ma rientrati in Argentina, precipitasti di nuovo, di più. Entrò in gioco anche l’alcool e ancora le donne. Tante continuamente. E altri figli, seminati qua e là, senza che neanche te ne accorgessi… Fu allora che chiesi e ottenni il divorzio. Dovevo proteggere le ragazze, e me, e il patrimonio che rischiavi di liquefare. Ma rimasi comunque al tuo fianco, perchè non riuscivo a fare altro. 

Ero lì anche quel 18 Aprile del 2004 quando quello scricchiolio del cuore divenne una crepa. Infarto, diagnosticarono. Per i medici eri morto. E anche tu lo confermasti. “C’era buio nella mia testa – hai raccontato – erano grumi nelle vene che non mi facevano sollevare le palpebre”. E quando guardi la morte ad occhi chiusi, vuol dire che ci sei entrato dentro.

Oggi ti racconti con coscienza.  E ho la convinzione che tu sia sincero. Te lo leggo negli occhi che finalmente riconosco. Ripercorri la tua strada, non nascondi le tue colpe. Ma quello, non lo hai fatto quasi mai. Dici che l’amore ti ha salvato. Quello mio, quello di Dalma e Giannina. Di loro hai perso il meglio e sai che loro hanno perso il meglio di te. E questo ti fa soffrire profondamente. Ecco perché senti di volerle finalmente vivere e amare anche tu. Cerchi di colmare i vuoti di recuperare sensazioni. Riguardi i filmati di quando erano piccole e mi chiedi di raccontarti ciò che non hai visto. E io sono felice di farlo. Sei diventato nonno, hai una nuova giovane compagna e quest’anno hai festeggiato i tuoi primi 6 anni senza droga. È un bel compleanno Diego. E tu lo sai. Ma anche io lo so e, me lo devi riconoscere, l’ho imparato sulla mia pelle anche se non posso dare a te la colpa di esserti rimasta accanto.

Adesso sento che possiamo avere un dialogo migliore guardandoci in faccia. Forse perchè l’uomo che hai a lungo ignorato di essere oggi ha il coraggio di sostenere lo sguardo del dio che sei stato; forse perchè hai capito che scorrere insieme alla vita è più emozionate che sentirsi immortali. Ecco, allora, che ti ritrovo: ruffiano e schietto; bugiardo e leale; Un po’ poeta, un po’ teppista.  E capisco perchè mi sono innamorata di te e perché oggi, nonostante tutto, continuo a volerti bene.

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