NEWSSICUREZZA DIGITALE

La vera arma per la cybersecurity sarebbe la serietà dei politici

Ma davvero si insiste sulla creazione dell’ “IIC”?

Il tanto declamato “Istituto Italiano di cybersicurezza” non sarebbe saltato per ovvie ragioni di inutilità, ma perché i politici non avrebbero trovato un accordo su ruoli e pesi nell’erigenda struttura.

Chi aveva sperato in un legittimo affondamento dell’ennesima macchina burocratica deve fare adesso i conti con suggestive dichiarazioni dei soliti noti che auspicano la resurrezione di una realtà destinata ad essere foriera di irripetibili opportunità.

Come la sera le nonne addormentavano i piccini di casa con racconti edulcorati, sul palcoscenico della politica si narra la favola del “promuovere e sostenere l’accrescimento delle competenze e delle capacità tecnologiche, industriali e scientifiche nazionali nel campo della sicurezza cibernetica e della protezione informatica”.

Sono nato in una cittadina termale e ho immediatamente capito di non dovermi cimentare nell’invenzione dell’acqua calda che in una fontana del centro sgorgava e sgorga in modo naturale a 75 gradi.

Sorrido dunque a chi vuol far credere che la “security” di computer e reti sia qualcosa di recente scoperta (ho letto su Il Fatto Quotidiano che “una struttura simile era già stata pensata nel 2017, nell’allora Piano nazionale cyber, più privatistico e sotto il controllo dell’intelligence, mentre adesso avrebbe come riferimento anche premier e ministri del Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica”).

Ricordo le lezioni che ho tenuto in materia di “cyberwar” alla Scuola di Guerra (comandata allora dal Gen. Ficuciello) e quelle di “technointelligence” alla Scuola di Addestramento del SISDE (Servizio al tempo diretto dal Prefetto Stelo): era il 1995, anno precedente all’uscita del mio libro “Cyberwar, la guerra dell’informazione” la cui prefazione venne scritta da un futuro leader politico genovese.

No, non mi si racconti che “oggi” vale la pena occuparsi di queste cose, dopo che si è perso un quarto di secolo da quando – senza far balenare prospettive di business – qualcuno si preoccupava di spiegare cosa stava accadendo e cosa sarebbe successo.

Si abbia la decenza di non tirar fuori la commovente storia che senza la Fondazione si perderanno un mucchio di soldi che sarebbero piovuti con il Recovery Fund, per non parlare di quelli che fonti di finanziamento comunitario come Horizon e Digital Europe avrebbero pronti per iniziative nel settore della più sofisticata protezione tecnologica.

Sciupare le occasioni di sovvenzioni e sussidi europei è una disciplina che vede l’Italia sul podio più alto e sembra strano che solo ora ci si accorga dell’esistenza di stanziamenti finalizzati per i più diversi scopi.

I bandi per ottenere l’erogazione di fondi non parlano di Istituti da creare ma di progetti da realizzare. I progetti hanno bisogno di teste pensanti e di gente preparata, anche se quei soggetti sono antipatici e li si presume poco ubbidienti.

Il dialogo tra privati, consumatori e altri stakeholder rilevanti” lo si favorisce non con un ulteriore carrozzone, ma piazzando nei posti di responsabilità già esistenti individui credibili, non condizionabili e dotati di capacità di committenza.

Non serve “Una struttura centralizzata, multidisciplinare e con adeguata massa critica, che permetta la collaborazione efficace delle istituzioni con il mondo della ricerca pubblica e privata è indispensabile per lo sviluppo di piattaforme e di soluzioni architetturali al servizio del Paese e della sua ripartenza”.

Serve qualcuno che sappia di cosa stiamo parlando, che sia in grado di affrontare le troppe emergenze legate alla gracilità delle nostre infrastrutture tecnologiche, che aiuti a risolvere la vexata quaestio del 5G, che sia capace a coordinare le tante risorse già disponibili nelle Forze Armate e di Polizia e nell’Intelligence.

Serve la serietà della politica. E serve subito, perchè potrebbe essere la prima misura di sicurezza da adottare.

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