IL CALAMAIO ALLA GRIGLIA

IL RISCHIO CYBER E LA SICUREZZA DI UNA POLTRONA

Nelle pagine de “I ragazzi della via Pal” c’era soltanto un soldato semplice, il piccolo Nemecsek.

Quel libro ha probabilmente ispirato la politica dei nostri giorni, dove son tutti generali e commissari e la guerra quotidiana viene persa tutti i giorni.

L’incombente apparizione del non mai abbastanza lodato Istituto Italiano per la Cybersicurezza è destinato ad essere la più indigesta ciliegina sulla torta.

Una non proprio vaga conoscenza degli scenari cibernetici mi spinge ogni giorno a segnalare situazioni incresciose, frutto di incompetenza e indifferenza di chi dovrebbe veramente – e non a chiacchiere – occuparsi di certe cose.

L’incidenza del corretto funzionamento dei sistemi informatici nella vita di chiunque e di tutti i giorni è evidente e non ha certo bisogno dell’ennesima articolazione burocratica che ne faciliti la comprensione.

Mi sorprende la cementificata condizione prona di chi siede in un incarico che verrebbe mutilato o comunque sovrapposto dalla missione del cosiddetto IIC. “Nessuno, ti giuro nessuno” – avrebbe cantato Toni Dallara – si è permesso di far presente che su “certe cose” ci stava già lavorando. Forse ognuno degli esimi personaggi ai vertici di questa o quella struttura pubblica si è permesso di rivendicare il proprio ruolo per l’incapacità di raccontare e far comprendere cosa avesse fatto in questi anni e quali obiettivi avesse raggiunto.

Per pietà evito di elencare le tante realtà istituzionali che avrebbe avuto ragione di lamentare l’inopportunità del nascente Istituto. Lo spirito di sopravvivenza è prevalso. Guai a criticare chi siede sulla poltrona più alta, perché qualsivoglia osservazione – pur planare e, se vogliamo, d’obbligo – può mettere in cattiva luce chi si permette di muovere obiezioni o dare consigli non corrispondenti all’idea preconfezionata di chi invece dovrebbe farsi guidare.

Conosco bene questa regola aurea e sono ben cosciente che il mio scrivere vada inevitabilmente a nuocere alla mia “carriera”, ma la serietà non ammette genuflessioni. Non piace la gente che pensa e la competenza è un imperdonabile demerito. C’è sempre qualcuno (magari quello che decide o potrebbe farlo) che ti dice “però hai un carattere di merda” (come mi disse un mio collega di Nunziatella e di Accademia oggi molto importante) e così si consacra la selezione degli ubbidienti a scapito di quella doverosa di quelli più o meno bravi.

Se si è arrivati a questo punto lo si deve a numerosi fattori.

Tanto per cominciare non esiste un centro di ricerca e sviluppo che sia davvero degno di questo nome. Si è confusa la coreografica presentazione di una manciata di slide con la sperimentazione e la sua successiva applicazione pratica. Leggiamo di invenzioni e soluzioni americane, israeliane, sudcoreane, cinesi, russe e mai capita di compiacersi per qualcosa che sia davvero etichettato come “made in Italy”. E’ solo un problema di comunicazione con i cittadini? Colpa, quindi, degli uffici stampa?

Probabilmente le lacune non risiedono soltanto nella diffusione di belle notizie sui traguardi raggiunti. Si sarebbe portati a pensare che manchino i risultati.

Ho provato a suggerire a chi ha un incarico di prestigio in una azienda leader del settore hi-tech e in quello della Difesa di ribaltare l’approccio industriale e commerciale sul fronte della cybersecurity e conquistare rapidamente un ruolo propulsivo nel settore con possibili riverberazioni (e prospettive) internazionali.

Mi ha risposto “non è nel DNA di questa realtà”.

A nulla è valso cercare di spiegare che le mutazioni genetiche sono quelle che permettono (anche ai virus) di sopravvivere.

A questo punto ci si augura il semplice riemergere del buon senso. La celeberrima “casalinga di Voghera” vorrebbe alzare un dito e domandare se con quei 210 milioni di euro (e con i miliardi che verranno gestiti dall’IIC) non si poteva fare qualcosa di diverso…

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