VIDEOSORVEGLIANZA & INTERCETTAZIONE

Consiglio UE: tra sistemi di cifratura end-to-end e attività di prevenzione del crimine

È riemersa alcuni giorni fa l’annosa questione del bilanciamento tra tutela della riservatezza da una parte e attività d’indagine nella prevenzione del crimine dall’altra, quando il Consiglio UE ha pubblicato una bozza di risoluzione sui sistemi di cifratura forte (E2EE). La dichiarazione di intenti – il testo finale dovrebbe esser presentato il prossimo 19 novembre – ha preoccupato giornalisti investigativi, dissidenti e semplici paladini della privacy.

Sebbene il documento affermi che l’Unione Europea continui a sostenere i sistemi di crittografia forte, ancora di fiducia nell’era della digitalizzazione, riconosce che per gli Stati i sistemi di crittografia rappresentano dei limiti nelle attività di prevenzione e repressione del terrorismo, della criminalità organizzata e dei crimini online. È una richiesta che già alcuni mesi fa era stata formulata dai membri del FiveEyes – Stati Uniti d’America, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda – con l’aggiunta del Giappone e dell’India.


Nella bozza si legge che vere e proprie soluzioni tecniche ancora non sono state stabilite, e che dipenderanno molto dal dialogo che si instaurerà con le aziende di messaggistica, ma le ipotesi più gettonate sono una backdoor, o “terza chiave”, che le aziende dovrebbero produrre e mettere a disposizione delle autorità ogni qualvolta vi sia una richiesta ufficiale.

Questo scenario finora è stato scongiurato dai produttori di dispositivi e dalle app di messaggistica, come nel caso Apple vs FBI per la strage di San Bernardino; ma dalla bozza sembra che si prospetti una pressione legale degli Stati nei confronti dei Big Tech non appena verrà adottata una normativa univoca a livello comunitario che vada a far pendere l’ago della bilancia verso le attività di indagine, seppure il testo prevede l’adozione di  “soluzioni tecniche e operative ancorate in un quadro giuridico fondato sui principi di legalità, necessità e proporzionalità dovrebbero essere sviluppate in stretta collaborazione con i fornitori di servizi e le autorità competenti, anche se non dovrebbe esistere un’unica soluzione tecnica prescritta per fornire l’accesso ai dati criptati”.

Le preoccupazioni riguardano specialmente chi andrà a possedere la backdoor, a chi verrà consentito l’utilizzo e a quali condizioni.  Il campanello d’allarme riguarda l’eventuale utilizzo da parte di agenzie di intelligence che potrebbero operare in maniera poco chiara e coperta dal Segreto di Stato, come nel caso di Echelon utilizzato dall’UKUSA, PRISM utilizzato dall’NSA su larga scala e svelato da Snowden nel 2013 o, per restare prettamente in ambito europeo, il caso dei servizi segreti tedeschi, la cui Corte costituzionale federale ha riconosciuto, nel 2019, l l’intercettazione pluriennale di persone all’estero in maniera incostituzionale.


Qualcuno è arrivato a dire che “sarebbe come ordinare alle persone di smettere di scrivere lettere con una grafia troppo decorata in modo da poterle intercettare e leggere meglio”.

Non sono mancate opinioni contrastanti volte a sminuire l’esatta portata del progetto del Consiglio dell’UE, ritenendolo più un manifesto politico che un progetto di legge, la cui competenza è del Parlamento e della Commissione, sostenendo che la risoluzione inviti a discutere su come garantire che i poteri delle autorità competenti in materia di sicurezza e di giustizia penale possano essere mantenuti, nel rispetto delle procedure legali, sottolineando come “Il principio della sicurezza attraverso la cifratura e della sicurezza nonostante la cifratura deve essere sostenuto nella sua interezza”.


In effetti la Commissione Europea è più cauta sul tema, sostenendo che gli Stati vogliano sì delle soluzioni per accedere in maniera legale alle prove digitali, ma senza andare a indebolire i sistemi di cifratura, nel pieno rispetto della privacy e della normativa in generale.
Non resta che attendere la diffusione del testo definitivo.

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