CAMPANELLO DI ALLARME

Che dicono i nostri politici dello zampino cinese sui caccia F-35?

Li ha comprati anche l’Italia e nessuno ne parla più, ma certe rivelazioni dinanzi al Parlamento britannico…

C’è chi ha mosso obiezioni sull’effettiva necessità di dotare la nostra Aeronautica Militare di questi potentissimi velivoli da combattimento. Non sono mancate le valutazioni tardive sui significativi costi da sostenere, forse sproporzionati al traballante bilancio del nostro Paese.

I primi esemplari sono entrati in esercizio e l’emergenza COVID ha risvegliato gli oppositori (casualmente al Governo) che hanno chiesto di destinare quota parte dello stanziamento bellico al potenziamento della sanità pubblica.

Non mi interessa entrare in una querelle pseudo-pacifista ma sento il dovere di richiamare l’attenzione sul tema della sicurezza e della affidabilità di questi magnifici aeroplani che – al netto di qualche legittima perplessità – rappresentano un prodigio della tecnologia avionica.

I costi del programma per la realizzazione degli F-35 sono effettivamente lievitati e chi si lamenta del prezzo pagato forse è bene che ne conosca una delle ragioni emersa nel corso di una discussione al Parlamento britannico.

Un fornitore di software fondamentale nella catena di approvvigionamento della Lockheed Martin, produttrice dei caccia, sarebbe stato “avvicinato” dal Governo cinese che ne avrebbe condizionato la redazione di delicati programmi informatici basilari per la sicurezza di questi aerei.

La scoperta di una simile pericolosissima interferenza ha costretto l’industria a commissionare la completa riscrittura di un intero sistema e le conseguenze economiche sono andate a sommarsi allo sconforto per l’ovvia compromissione della security.

Già nel 2013 si era parlato di hacker riusciti di entrare nelle viscere dell’aereo da combattimento e poi a più riprese l’ombra dei pirati digitali aveva offuscato il già tormentato orizzonte.

L’angoscia si riaffaccia in questi giorni.

A Londra dinanzi al Comitato Parlamentare per la Difesa, durante un’audizione sulle minacce informatiche alle forze armate britannico, l’accademico americano James Lewis ha affermato che la Cina aveva agito pesantemente su un subappaltatore che lavorava al progetto del jet stealth determinando la realizzazione di un software potenzialmente infetto destinato ad essere installato a bordo del supersonico.

Il presidente della Commissione, Tobias Ellwood, ovviamente sbalordito, ha chiesto a Lewis di approfondire la faccenda e di chiarire se il problema è stato superato o se è destinato a segnare il futuro…

Lewis, alto dirigente del think tank del Centre for Strategic and International Studies (CSIS), ha assicurato che Lockheed Martin ha svolto un ottimo lavoro nel proteggere i suoi sistemi ma qualcosa è andato storto. Passando attraverso un sub-contractor i cinesi però sono stati in grado di ottenere l’accesso a segreti che hanno finito con il non essere più tali con la possibile sottrazione diversi terabyte dei dati relativi alla progettazione e ai sistemi elettronici.

I tecnici dello US Department of Operational Test and Evaluation (DOTE) pochi mesi addietro avevano pubblicato un report tutt’altro che confortante in cui vengono severamente criticate le procedure di sviluppo del software degli F-35. La metodologia “Agile” impiegata per l’occasione viene definita “ad alto rischio” e inappropriata. Chi in Italia si è occupato della vicenda (il Ministero della Difesa in primis) sarebbe il caso che perdesse due ore del proprio tempo per leggere quel rapporto che forse andava preso in considerazione non appena pubblicato.

Chi – anche senza essere paracadutista – cade dalle nuvole può trovare qui il link al report in questione. Come diceva il maestro Manzi, “non è mai troppo tardi”.

Al comune cittadino (e forse non solo a lui) interessa solo sapere se i cinesi sono allegramente a bordo dei nostri F-35, di quelli già disponibili e di quelli che verranno…

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