SPECIALE CORONAVIRUS

Sindemia

La rivista britannica Lancet ridefinisce i limiti della pandemia: ne parliamo con il Dr. Alessandro Russo, infettivologo al Policlinico Umberto I di Roma

Secondo il Lancet, non siamo in una pandemia ma siamo nel bel mezzo di una sindemia. Nel momento in cui nel mondo si conta la milionesima vittima della pandemia, in un commento apparso sulla prestigiosa rivista, ci si interroga se stiamo affrontando la pandemia con un approccio troppo stretto. Secondo gli autori, stiamo trattando la pandemia solo come una malattia infettiva e non come il complesso fenomeno sociale, economico, politico, oltre che sanitario. In base a queste considerazioni, gli autori la definiscono una sindemia, ossia un insieme di epidemie convergenti. Questa considerazione porta alla logica conseguenza che sia necessario un approccio più “sfumato” e largo per affrontare questa problematica se vogliamo proteggere la salute delle nostre comunità.

Quando ho letto questa notizia ho pensato al Dr. Alessandro Russo, uno stimatissimo medico infettivologo al Policlinico Umberto I° di Roma. 

Avevo visto un suo post in merito tempo fa e l’ho contattato per un commento

Il diagramma nel post del Dr. Russo del 17 Ottobre
  • Dr. Russo, cosa ne pensa dell’editoriale di Lancet?

“Credo che l’editoriale parta da un presupposto chiaro. La pandemia non è di fatto solo un fenomeno medico-scientifico ma qualcosa che si embrica in maniera profonda con il nostro modello di società. A 9 mesi dalla diffusione del contagio di fatto tante domande sono ancora rimaste inevase.”

  • Questo si collega con il concetto di “One Health”, questo nuovo modello che vede la salute umana e quella animale strettamente connesse

“Il concetto di One Health è il presupposto teorico allo sviluppo di un modello di salute che travalichi l’uomo e includa la natura e gli animali. Ma voglio andare anche un attimo oltre: questa pandemia probabilmente ha creato un nuovo connubio o una nuova necessità: l’integrazione del One Health con lo sviluppo di Big Data, GIS, IoT e altri strumenti tecnologici. Come la tecnologia si possa mettere al servizio della salute del pianeta.”

  • In riferimento all’editoriale, in questa fase abbiamo da una parte il covid ma dall’altra l’aumento delle patologie croniche che aumentano la mortalità e le criticità dei sistemi sanitari. Dove pensa si trovi il punto di equilibrio tra questi due poli? 

Gli autori sostengono che ci sia “una convergenza di infezioni respiratorie da SARS-CoV-2 e una serie di malattie non trasmissibili. Queste condizioni correlano con i diversi gruppi sociali secondo pattern di disuguaglianza profondamente radicati nelle nostre società”.

“E’ molto difficile dirlo ancora. Sicuramente in base a quanto sta succedendo dobbiamo ripensare il nostro modello sanitario. Uno dei punti più dolenti è la difficoltà ad assistere adeguatamente i pazienti sul territorio. In molte parti d’Italia, se non in tutto il paese, la medicina territoriale è stata svilita e depotenziata. Ciò ha portato inevitabilmente ad un accentramento ospedaliero con i risultati che vediamo. Il diffondersi del virus ha mandato in tilt il sistema anche per queste “lacune”. Inoltre ha evidenziato come le fasce di popolazione socialmente più fragili ed affette da patologie croniche abbiano risentito maggiormente del virus. Questo perchè probabilmente l’infezione ha colpito più duramente chi affetto da tali patologie non adeguatamente curate pre-pandemia. E’ un problema sicuramente culturale ma anche una sorta di diseguaglianza sociale in cui chi è socialmente svantaggiato non riesce a curarsi adeguatamente.”

  • Quindi alla luce di queste considerazioni, si potrebbe quasi dire che un investimento sulla sanità pubblica universalistica potrebbe essere vantaggioso non solo per chi beneficia direttamente dell’intervento, ma anche per tutti gli strati della popolazione?

“Quello che ci confermano i più eminenti scienziati è che siamo entrati nell’era delle pandemie. Di fatto la scarsa cura che abbiamo avuto dell’ambiente ha facilitato i salti di specie di alcuni virus e batteri dagli animali all’uomo. Quello che stiamo vivendo potrebbe riproporsi tra non troppi anni. La pandemia, o la sindemia come dicono gli autori dell’editoriale, è anche un’occasione. Terminata l’emergenza sanitaria vivremo necessariamente una fase di ristrutturazione sociale. Questo è forse il momento di ridurre “la forchetta” tra poveri e ricchi anche nell’accesso alle cure. L’adeguata cura delle patologie croniche è una priorità perchè saranno poi questi i soggetti inevitabilmente più fragili in una nuova pandemia.

In ogni caso, anche per questa pandemia la riduzione delle diseguaglianze sociali è già un’emergenza da affrontare. Abbiamo visto come i tassi di mortalità sono stati elevatissimi in situazioni particolari di disagio come gli homeless a New York o i lavoratori dei cantieri di Singapore. Ma soprattutto, tali situazioni di disagio sociale possono rappresentare le scintille per nuovo focolai. E’ ormai impensabile credere che in questo mondo così caotico il problema nato in un sistema sociale non si possa ripercuotere su un altro sistema sociale connesso.”

  • Andiamo a concludere la nostra chiacchierata. A lei le conclusioni Dottore.

“Dobbiamo finalmente iniziare a ragionare come comunità. Inevitabilmente le azioni di uno si ripercuotono su tutti. L’uso delle mascherine, il distanziamento sociale, il lavaggio delle mani e tutte le altre “regole” sono un atto di amore, mi lasci passare questo termine, verso le persone con cui quotidianamente interagiamo. Partendo da qui possiamo ridurre la catena dei contagi e la pressione sugli Ospedali che potranno finalmente essere in grado di assistere adeguatamente in casi più gravi di COVID-19 non trascurando coloro che hanno necessità di una visita specialistica per una patologia cronica, di essere sottoposti ad una chemioterapia o ad un intervento chirurgico.”

Ringraziamo il Dr. Russo per il suo commento ed ai lettori di infosec.news rinnoviamo l’appuntamento sulle nostre pagine per restare sempre aggiornati!

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