CITTADINI & UTENTI

Elezioni USA 2020 al photofinish e l’italoamericano confuso e infelice

Mentre aspettiamo con ansia i risultati delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, mi immergo nelle contraddizioni e le difficoltà di interpretazione che affliggono gli italoamericani.  Non parlo dei discendenti dei coraggiosi emigrati che ormai sono al 100% americani, ma di quelli con la doppia cittadinanza che hanno vissuto un po’ in Italia e un po’ negli Stati Uniti.  Quelli a cui chiedono sempre “ma ti senti più italiano o americano?” e la risposta cambia nel tempo.

Durante il periodo delle elezioni presidenziali americane, la mia confusione aumenta perché ai temi che dividono il mondo si aggiungono quelli prettamente americani come la pena di morte, armi e legittima difesa o l’accesso alle cure mediche come diritto universale.

Mio zio Robert, fratello di mia madre, si laureò alla United States Military Academy di West Point e in Vietnam ci andò due volte.   “Uncle Bob” è morto tre mesi fa, ma non di Covid, anche se le cugine ultimamente potevano vedere lui e zia Marsha solo da dietro il separatore in plexiglas, profilassi obbligata in questo periodo.   

Uncle Bob verrà sepolto all’Arlington National Cemetery, il cimitero militare vicino alla capitale Washington DC.  C’è un po’ di lista d’attesa, ma Covid permettendo fra qualche mese andrò alla cerimonia di sepoltura e vedrò un artigiano incidere il nome di Robert C. Johnson sul marmo grigio scuro lucidato a specchio.  

Zio e zia sono stati sempre repubblicani e dal 2016 trumpiani di ferro, mentre le figlie sono democratiche fino a quel midollo che donerebbero a chi ne ha bisogno senza che debba tirar fuori la Visa o la Mastercard prima di proseguire con l’accettazione.

Questa è una delle tante storie della frattura americana che Beppe Severgnini documenta sempre così bene.  Contraddizioni e contrapposizioni ideologiche, divari culturali e generazionali tagliano in due famiglie, coscienze e nel 2020 mi sorprende che le elezioni si decidano al photofinish come nel 2016.

Ogni settimana mi vedo in Zoom con Scott, Walt, Jim e Charlie, compagni di scuola quando ero in Pennsylvania. Ci siamo ripescati su Facebook e LinkedIn dopo tanti anni e il nostro appuntamento del sabato è sopravvissuto al primo giro di aggiornamenti che spesso rischia di non avere seguito per mancanza di un vissuto quotidiano o di prossimità geografica.   Mentre loro finiscono il breakfast e io sorseggio un caffè pomeridiano mi confronto anche con loro su temi universali come il sistema sanitario, cos’è la destra, cos’è la sinistra, protezionismo e xenofobia.

Appassionante il discorso sulle elezioni perché due di loro sono repubblicani e gli altri due democratici.   Per non inasprire il confronto buttandola sullo “stile Trump” chiedo a tutti quali sono secondo loro le qualità che un buon leader dovrebbe avere e su come  misureremo il progresso e il successo dopo la pandemia.  

Un leader di un paese deve essere come un leader di una squadra?  Ci fanno una testa così con corsi di management, leadership by example, leadership empatica,  change management e the art of delegation; facciamo team building e scriviamo libri sul manager che sa motivare i collaboratori e scegliere gli esperti per trovare le soluzioni.   Poi osanniamo i pussy grabber (googlate e trovatene pure) che parlano come magnano (o magnano come parlano).  I leader politici sono l’establishment e non possono essere anti-establishment 

In base all’esito di questo voto potrei giocarmi una carta in più rispetto ai miei amici americani.  Con un gesto di stizza potrei buttare nel cestino il mio passaporto americano, ma non lo farò. Non è giusto nei loro confronti perché loro non hanno scelta, ma non è giusto neanche nei confronti dell’agrodolce metà che mi ha dato tanto.

E poi, è proprio cosi diversa l’America dal resto delle democrazie?  Siamo tutti spaccati a metà, forse Trump ce lo ha fatto vedere con brutale, volgare, twittata chiarezza.

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