RISERVATEZZA DEI DATI

Privacy, esigenze collettive e buon senso

Addirittura, si arriva a parlare di privacy come ostacolo alla gestione della pandemia in quanto non consentirebbe di replicare l’esperienza di paesi orientali attraverso “l’utilizzo di meccanismi di tracciamento sistematici, pervasivi e continuativi dei contagiati.”.

Tutto ha origine da un articolo di Vincenzo Visco pubblicato sul quotidiano Domani dal titolo “Una strana idea di privacy ci lascia in balia della pandemia”, attraverso il quale compie una rassegna molto critica dei principali interventi del Garante descritti come “sicuramente ispirati dalle migliori intenzioni, ma in contrasto con importanti esigenze collettive e spesso con il buon senso”.

Orbene, se occorre compiere una ricerca di facili alibi per la crisi sanitaria e tutti i problemi emersi in relazione alla cosiddetta seconda ondata di COVID-19, forse additare la protezione dei dati personali non sembra essere la scelta più coerente. Continuare a confondere una regolamentazione della protezione dei dati personali con un ostacolo, è un’inesattezza logica; ancor più lo è se si indica la privacy come resistenza ad interessi collettivi e separazione dell’individuo (il right to seclusion di memoria statunitense). Certo, si rivela particolarmente utile e strumentale per argomentare contro un diritto e una libertà fondamentale.

Nuovamente, da marzo, il postulato secondo cui la tutela della salute pubblica può giustificare ogni misura non tiene conto degli ulteriori diritti fondamentali di cui si compone l’ordinamento democratico e degli impatti che può generare la retrocessione (pur temporanea e contingente) del diritto alla protezione dei dati personali a “diritto di second’ordine”. Bisogna ricordare infatti che gli obblighi incombenti sui dati personali riguardano tanto la conformità quanto la sicurezza, e nel caso di soggetti particolarmente vulnerabili tali esigenze di protezione non possono certo retrocedere ritenendole un “peso”.

Il recente caso delle estorsioni per i pazienti di una struttura clinica finlandese è un’evidenza sufficiente per convincere anche il più scettico che esistono dei rischi incombenti e delle correlate esigenze di protezione. Ed una raccolta indiscriminata e non regolata di dati genera inevitabilmente archivi e database difficilmente controllabili.

È bene notare che una delle keystones della moderna protezione dei dati personali consiste nell’applicazione, sin dalla fase progettuale delle attività di trattamento, del principio di minimizzazione. In pratica: una volta individuate e definite le finalità (determinate, esplicite e legittime), i dati raccolti e trattati devono essere adeguati, pertinenti e necessari rispetto alle medesime. In che modo l’esigenza di analisi e progettazione può essere un ostacolo?

Si spera che dopo i no-vax e i no-mask, la confusione pandemica non abbia contribuito a creare anche un movimento no-priv(acy).


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