SPECIALE CORONAVIRUS

Il sonno della raccolta dati genera mostri

Per capire il virus servono i dati. Per valutare la ragionevolezza e l’efficacia di un Dpcm servirebbero sempre i dati. Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte definisce oggi l’aggiornamento delle restrizioni anti-Covid: sarà un lockdown selettivo. Ma nessuno esibisce i dati in base ai quali viene operata la selezione.

Domenico Arcuri, commissario straordinario all’emergenza Covid 19 ha già inaugurato la fase quattro della pandemia predisponendo un canale di comunicazione diretta con la stampa. I giovedì del Commissario ci accompagneranno durante le prossime settimane di lockdown circoscritto . Domani sapremo quale versione definitiva verrà adottata dal Governo e quali limitazioni verranno imposte ai cittadini.

Sappiamo invece già ora che il modo con cui si sta giungendo a tali decisioni ha a che fare con un gigantesco esercizio di retorica basato su un minimo esercizio di aritmetica. Ad esempio non conosciamo in base a quali numeri venga presa in considerazione l’ipotesi di chiudere in casa gli anziani. Si dice che il divieto di spostamento a loro riservato potrebbe salvarne la vita.

Questa affermazione andrebbe valutata non solo in base ai vari articoli della Costituzione che ne renderebbero difficile l’applicazione ( art.16 della Costituzione) ma anche in base ai dati e alle evidenze numeriche che dimostrino la correttezza del seguente assunto: poiché la mobilità aumenta la circolazione del virus e poiché gli anziani costituiscono la categoria sociale a più elevato indice di mobilità, agli stessi anziani vengono impediti gli spostamenti.

Ma tali assunti non manifestano inoppugnabile ragionevolezza e non evidenziano il nesso attraverso il quale isolando gli anziani si eviterebbe il lockdown di altre categorie.

A nove mesi dall’inizio dell’epidemia mancano studi, calcoli, elaborazioni. E di conseguenza mancano anche decisioni che eventualmente riducano il rischio di contagio di questa fascia d’età, come ad esempio l’istituzione di orari riservati nella grande distribuzione, alle poste e nelle farmacie per ridurne il rischio contagio.

Analogamente ristoranti, palestre o scuole andrebbero chiuse sulla base di numeri che definiscano inequivocabilmente la loro involontaria ma reale funzione di trasmettitori di contagi.

Nelle ultime due settimane abbiamo ascoltato più volte il ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina ribadire che la scuola dovrà essere l’ultima trincea ad essere abbandonata. Ma qual è il fondamento di tale asserzione? Quante sono le classi scolastiche in isolamento? Non lo sappiamo. Quanti sono i tamponi eseguiti sulla totalità degli studenti? Non lo sappiamo. Quanti sono i figli di genitori positivi mandati ugualmente a scuola? Non lo sappiamo. Quali sono gli effetti della procedura adottata nelle scuole dell’infanzia e fino alla prima elementare dove con un solo caso di positività scatta l’isolamento di tutta la classe? Non lo sappiamo. E quali sono invece gli effetti della scelta per cui, a partire dalla seconda elementare, un positivo determina l’isolamento solo dei contatti con cui ha interagito? Anche questo non lo sappiamo.

Sembra quasi che il referente Covid obbligatorio in ogni scuola d’Italia abbia problemi a rapportarsi con l’Usl del proprio territorio. Aprire o chiudere le scuole non dovrebbe essere questione di “pareri” ma di dati, possibilmente di micro dati certi piuttosto che macro dati aggregati e basati su segnalazione volontaria, come quelli che stazionano sul sito del Ministero.

A distanza di 270 giorni dall’inizio della pandemia è stato fatto molto poco per comprendere la dinamica dei contagi e l’efficacia delle restrizioni e ogni giorno aggiustiamo pensieri e azioni sulla base dei bollettini quotidiani che ci informano sull’andamento del virus. Stop.

Risulta impensabile che ospedali, Asl e scuole non siano nelle condizioni di certificare quotidianamente ad un unico punto di raccolta dati le informazioni necessarie per comprendere in tempo reale cosa sta accadendo nel nostro Paese. Non ci si infila in un letto di degenza in ospedale senza prima essere identificati. Sarebbe pertanto interessante capire perché i dati non circolano e dove si collocano i punti di strozzatura che impediscono la raccolta ordinata di tutto il materiale esistente. Probabilmente si scoprirebbe una cosa già nota, e cioè che i sistemi adottati su base regionale non sono in grado di dialogare tra loro. Bene, ma in questo periodo di emergenza si può tornare anche a carta e penna come avviene ancora oggi all’indomani di un voto politico o amministrativo. Mal che vada, la sera del giorno dopo si sa tutto per filo e per segno.

Se questo sa troppo di antichità ( verissimo), una partnership con gli operatori di telefonia mobile potrebbe già consentirci di accedere ad informazioni utilissime per comprendere come diverse aree e fasce della popolazione favoriscono l’influenza del virus , ovvero ne limitano la propagazione oppure ancora giustificano interventi mirati di lockdown.

Gli economisti si avvalgono già di dati commerciali per monitorare in tempo reale l’andamento della crisi e prevedere scenari a medio e lungo termine, attraverso il tracciamento di movimenti e di consumi ma nulla di tutto questo sembra essere trasferibile invece in ambito socio-sanitario. A meno che i dati esistano, il Comitato Tecnico Scientifico li possegga effettivamente ma non ci siano rivelati appositamente.

In quest’ultimo caso va comunque ribadito che la maggiore trasparenza possibile circa le fonti informative responsabilizzerebbe le stesse istituzioni, renderebbe intelligibili le decisioni che in queste ore si stanno assumendo, permetterebbe di migliorare l’efficacia degli interventi pubblici e renderebbe più facile l’obbligatorio assenso da parte dei cittadini.

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