ENERGIA

La transizione energetica a scapito degli indigeni

Il progetto di un grande parco fotovoltaico in Messico mette a repentaglio la preservazione di territori indigeni, delle loro tradizioni e valori culturali.

Evviva la transizione energetica! È questo che hanno detto gli stati dell’Unione Europea nel lanciare il Fondo per una Giusta Transizione, una manna dal cielo avranno pensato gli attivisti contro il cambiamento climatico. Anche la rivoluzione verde tuttavia ha delle pieghe insidiose. Basta andare a guardare il dibattito che vede attualmente coinvolti delle comunità Maya e il governo messicano, con oggetto del contendere il progetto di un enorme parco di 674 ettari con oltre un milione di pannelli fotovoltaici.

Le comunità indigene nel sud dello Yucatan hanno citato in giudizio il governo per fermare questa gigantesca opera studiata da una compagnia sotto il controllo della francese Total. Il disboscamento di una grande porzione di territorio, su cui attualmente insiste una fitta vegetazione, renderebbe la zona ancora più arida di quanto già lo sia, peggiorando il problema dell’approvvigionamento d’acqua. Si consideri che già attualmente in estate si registrano temperature fino a 40-50°C e che l’anno scorso per ben 5 mesi non è caduta una goccia di pioggia.

Il collocamento del parco solare da 300MW ad appena 500m dai villaggi di San Josè Tipceh e Plan Chac cambierebbe per sempre un paesaggio sacro per le comunità Maya e, a detta di un gruppo di residenti, costituirebbe una violazione ai loro diritti. La convenzione firmata nel 1989 sotto l’egida delle Nazioni Unite stabilisce per gli indigeni diritti di preservazione culturale e ambientale. È in particolare fatto obbligo di consultare le popolazioni locali nei processi decisionali su progetti energetici che riguardino le loro terre e risorse.

Il ministro dell’ambiente messicano ha affermato, contrariamente a quanto dichiarato nell’esposto degli indigeni, che in realtà è già stata completata una consultazione con esito positivo condotta secondo gli standard dettati dalle Nazioni Unite. 

La verità, come spesso accade, risiede nel mezzo. Sin dalla presentazione del progetto nel 2017 i residenti erano divisi tra chi, come i proprietari terrieri, ne vedeva una grande opportunità economica e chi, senza particolari possedimenti, ne avrebbe avuto solo danno. 

La tutela del territorio contro i grandi parchi fotovoltaici è una questione già conosciuta sul territorio messicano. Gli interessi economici sono molto alti perché le opere hanno una scala molto grande e spesso finiscono per prevalere. Si pensi ad esempio alle grandi installazioni solari di Enel Green Power a Villanueva e Don Josè, rispettivamente da 828W e 260W. Dai dati della Bloomberg New Energy Finance si apprende che nel solo 2017 il valore dell’energia pulita prodotta in Messico è valsa oltre 6mld di dollari.

Il presidente Andrés Manuel López Obrador, che dalla fine del 2018 è alla guida del paese, ha cambiato rotta alla politica energetica del paese, favorendo i combustibili fossili e potrebbe costituire fonte di ostacolo per la realizzazione del progetto. Gli indigeni, che lottano strenuamente per difendere la madre terra, si trovano pertanto di fronte allo scomodo dilemma di rinunciare a pezzi del proprio territorio per favorire l’economia verde o di tenerseli favorendo indirettamente il ricorso ad una produzione dell’energia più inquinante.

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