SPECIALE CORONAVIRUS

La Svezia e il Giappone sono lontani quanto è prossima la Cina

Il messagio di Speranza  (gioco di parole voluto) è quello che il senso di responsabilità consenta di evitare una nuova quarantena.

Dalle parole del ministro si deduce che la decisione di richiudere tutto è già stata presa (o comunque, è ogni giorno più probabile) e – polemiche sul passato a parte – in questo momento le opzioni sono chiare: o ci diamo una “autoregolata” oppure ci verrà nuovamente imposta dal governo, con le conseguenze che già abbiamo sperimentato e con quelle che  possiamo immaginare quando leggiamo notizie come quella dell’assalto avvenuto a Livorno da una pattuglia dei Carabinieri compiuto non da pericolosi delinquenti, ma da cittadini fuori controllo

Vaccini e terapie a parte, la storia antica e quella recente insegnano che le epidemie si contengono innanzi tutto stando lontani (tanto più, tanto meglio) il che non vuol dire necessariamente “quarantena” come insegnano il Giappone e la Svezia. In questi Paesi l’osservanza di un principio così elementare non ha avuto bisogno di un diluvio di norme inapplicabili, inefficaci e dunque inutili, ma semplicemente di buon senso individuale. 

Il tentativo del Governo, dunque, sembra quello di sperimentare un approccio nordico-orientale al contenimento del COVID-19, che è una scelta certamente condivisibile, in grado di spuntare le armi di chi strilla alla “dittatura sanitaria”. A costoro, dunque, va chiesto: se siete così preoccupati per la “libertà” perché non fate la vostra parte contribuendo ad evitare occasioni di contagio invece di fomentarle?

La risposta – in termini generali – a questa domanda implica affrontare due aspetti: la strumentalizzazione politica e la social fatigue  generata dalla situazione generale.

È abbastanza chiaro che sulle necessità concrete derivanti dalla pandemia si è innestata una strategia politica che strumentalizza spregiudicatamente il concetto di “libertà” e che prescinde dalle conseguenze di una scelta del genere. Come dire: “l’operazione è riuscita, il paziente è morto”. Invece di protestare in nome di “ideali” che per anni sono stati accuratamente nascosti nei sottoscala o calpestati in nome del “è mio diritto”, questo è il momento di fare la propria parte. 

La strutturale, direi quasi genetica indisponibilità ad assumersi una parte del peso generato dalla pandemia accentua gli effetti della social fatigue  che si sommano a quelli negativi provocati dalle condizioni economiche e finanziarie del Paese. A questo si aggiunga la percezione dell’assenza di un progetto realmente efficace per evitare che la nave affondi, sostenuta dall’analisi di sguardi, prossemica e micromovimenti dei volti di politici e grand commis durante le interviste e le uscite pubbliche. Il risultato è abbastanza semplice da calcolare: disordine pubblico, interventi di polizia, alimentazione dei deliri complottisti, ancora più disordine, e avanti così fino al disfacimento o alla dittatura, invocata come ultima spiaggia.

Probabilmente questo è soltanto uno scenario distopico, ma gli elementi per realizzarlo ci sono tutti. E prima che si prenda questa strada ci si dovrebbe chiedere: perché di fronte a una soluzione semplice basata sul senso di responsabilità, ci intestardiamo a volerne un’altra che è irrazionale oltre che pericolosa?

Una possibile risposta è: “perché  il diritto come contraltare del dovere è stato sostituito dagli überdiritti   cioè da pretese individuali e individualizzate in nome delle quali ciò che vale per sé deve vincolare chiunque altro. Questa degli überdiritti  potrebbe sembrare un’astratta questione filosofica, ma in realtà ha delle conseguenze estremamente concrete perché scardina il presupposto sulla base del quale si fonda la convivenza civile e cioè il riconoscimento sociale e giuridico dell’esistenza degli “altri”. 

Se è così, allora si spiega perché le parole di Speranza diventano parole disperate, e perché mentre Svezia e Giappone si allontanano, la Cina è sempre più vicina.

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