SPECIALE CORONAVIRUS

La pandemia non è un giocattolo

Lo stato attuale della pandemia di COVID-19 in Italia non è di quelli che inducano all’ottimismo. 

L’aumento esponenziale del numero di contagiati rilevato dalla fine di agosto, ed il progressivo riempimento delle terapie intensive e sub-intensive getta un’ombra sempre più lunga sulla vita di tutti i giorni. L’unico dato che al momento sembra parlare di una situazione non comparabile con quella di marzo-aprile, è il rapporto tra nuovi casi e decessi, che rimane ampiamente favorevole.

Il timore che la fase che stiamo vivendo sia il preludio ad un nuovo periodo di criticità nell’accesso alle strutture di cura è tuttavia legittimo, ed induce gli organi di governo a varare misure sempre più restrittive rispetto alla nostra vita sociale.

In questo contesto, è necessario che i non competenti in materia medica o non responsabili di governo, mantengano quanto più possibile il silenzio, evitando di aggiungere confusione ad una situazione che di per sé non è semplice da governare.

Abbiamo già evidenziato negli scorsi giorni come specialmente dal mondo del calcio arrivino dichiarazioni intempestive, soprattutto da soggetti la cui competenza in materia sanitaria è quella dell’uomo comune. Il presidente della Juventus Andrea Agnelli ed il commissario tecnico della Nazionale Roberto Mancini si sono espressi a diverso titolo perché le partite si giochino ad ogni costo, mettendo in sottordine la situazione sanitaria e le norme che ne regolano la gestione.

Addirittura, nelle ultime ore – come riportato da autorevoli organi di stampa – i medici sportivi della Federcalcio si sarebbero riuniti in videoconferenza per “eliminare dall’ultimo regolamento approvato quel «Fatti salvi i provvedimenti delle autorità statali e locali» così da poter ridurre il potere d’intervento delle ASL. Un proposito che, se verificato, parlerebbe a chiare lettere dell’irresponsabilità dei manager calcistici e della loro alienazione dalla realtà del mondo.

Viene tuttavia da chiedersi: perché stiamo osservando sempre più comportamenti e manifestazioni di pensiero che apparentemente vanno oltre il normale livello di ragionevolezza?

In realtà, quando fissiamo la nostra attenzione sul solo calcio, stiamo guardando il proverbiale dito invece della Luna. L’interconnessione tra il mondo degli affari e quello del pallone è storicamente piuttosto stretta, e le dichiarazioni sempre più nervose di imprenditori titolari di grandi club lo testimoniano. Le ultime in ordine di tempo sono quelle del patron del Genoa Enrico Preziosi, titolare della squadra che in questo momento è il maggior focolaio di coronavirus in serie A. In una recentissima intervista ha dichiarato, riferendosi alla mancata partita Juventus-Napoli: “Siamo in una fase caldissima della discussione sul futuro del nostro sport e non avevamo certamente bisogno di un incidente simile. Noi presidenti stiamo lavorando per garantire la continuità e la sostenibilità del sistema”. 

La preoccupazione di Preziosi – titolare dell’omonima azienda di giocattoli, un gioiello dell’imprenditoria italiana – è sicuramente giustificata nella sua duplice veste di imprenditore e di patron del pallone. L’anno scorso, prima del lockdown, la sua azienda ha fallito l’obiettivo della quotazione in Borsa, il che ha causato un buco di 73 milioni. Inoltre, sempre secondo le sue dichiarazioni, l’impatto della pandemia sugli affari della Giochi Preziosi è stato pesante, anche se non esplicitamente quantificato. Secondo il presidente di Assogiocattoli Maurizio Cutrino, “l’impatto della pandemia sul settore del giocattolo è stato davvero pesante”, poiché i dati dei “primi tre mesi del 2020 in Italia ci raccontano di un mercato del Gioco e del Giocattolo che ha subito un importante calo delle vendite con una perdita pari al 19,1%”. Se a questi dati andiamo ad aggiungere quelli delle perdite derivate dai mancati introiti legati al calcio, allora la situazione diviene meritevole di grande attenzione.

La tutela del settore del calcio in quanto parte dell’economia ha dunque una valenza non solo legata allo sport di per sé, ma al potenziale distruttivo per gli imprenditori ad esso legati. La struttura economica del settore, soprattutto quando a finanziare le squadre non ci siano grandi fondi ma singoli individui, deve essere tutelata per evitare contraccolpi a catena anche in altri comparti economici.

Per fare questo, tuttavia, è necessario che imprenditori e decisori mantengano ognuno il proprio ruolo e che vengano adottate con grande tempestività misure di tutela come la creazione di una bolla di isolamento stile NBA che eviti il collasso del calcio.

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