SPECIALE CORONAVIRUS

Chiudiamo il calcio in una bolla vera

Capire che un’autorità sanitaria è superiore a qualunque autorità sportiva, è esercizio di normale buon senso

Con l’incremento progressivo della seconda ondata di epidemia da COVID-19, spiace quasi parlare di calcio. Se lo facciamo, è perché il modello che ruota intorno a questo sport può avere implicazioni – e fungere da esempio – per la sicurezza collettiva, indicando forme di comportamento virtuoso che abbiano riflessi positivi sull’intera popolazione.

Le polemiche dell’ultimo weekend, che ruotano intorno al fatto che il mondo del calcio ha dovuto prendere atto di dover sottostare alle leggi dello Stato come tutti gli altri, lasciano il tempo che trovano. Capire che un’autorità sanitaria è superiore di gran lunga a qualunque autorità sportiva, è un esercizio di normale buon senso e di cultura base.

Stupisce invece l’atteggiamento recalcitrante di diversi calciatori, alcuni dei quali ora rischiano la segnalazione alla Procura della Repubblica, rispetto alla possibilità di dover limitare la propria libertà di movimento. Il calcio viene ormai da decenni, e giustamente, presentato come un’industria culturale, ed i suoi protagonisti come professionisti. Ci si aspetterebbe che in condizioni come quelle attuali, e vivendo in un’atmosfera di assoluto privilegio, i calciatori e chi li gestisce mostrassero una maggiore disponibilità al sacrificio, commisurata al proprio status e ai propri favolosi stipendi.

L’NBA, che è una vera industria che muove fatturati molto più elevati del calcio italiano, ha da tempo adottato una misura da veri professionisti. Le squadre – sempre di meno man mano che il campionato è andato verso i playoff e poi verso le finali – si sono ritirate a Disney World ed hanno continuato a giocare restando isolate per un periodo molto prolungato.

Un approccio del genere ha ovviamente creato dei disagi personali e familiari ai cestisti del campionato più bello del mondo, ma questo non li ha fermati. Sia loro che i manager che governano il campionato di basket statunitense sono dei professionisti. E da professionisti si sono dedicati a quello che è il loro profumatamente pagato lavoro: intrattenere le persone.

Il caso del calcio non è differente, anzi di fatto è un’industria di minor valore. Se paragoniamo gli stipendi delle stelle dei due sport scopriamo ad esempio che LeBron James guadagna 37 milioni di dollari, più di Cristiano Ronaldo, fermo a 31. E non è pensabile che uno possa sacrificarsi e l’altro no.

A questo punto, la domanda nasce spontanea: dove si potrebbero isolare i calciatori, in modo che possano fare il loro lavoro e contemporaneamente mantenere elevati standard di sicurezza ed un accettabile livello di vita?

In Italia, in realtà le soluzioni non mancano, se si comincia a cercarle. I parametri di base sono molto semplici. Deve trattarsi di un luogo relativamente isolato, con una popolazione residente relativamente bassa. Deve avere a disposizione uno o più campi da calcio – che abbiano tribune capienti ovviamente non è una priorità – e dei luoghi dove sia possibile allenarsi. Deve avere un numero consistente di strutture alberghiere e di ristoranti che possano soddisfare, preferibilmente con standard elevati, le esigenze di alloggio ed alimentari di calciatori e staff. Devono essere provvisti di strutture sanitarie di primo soccorso, o essere a breve distanza da ospedali di livello.

Ciò che viene subito alla mente sono le isole, non quelle grandi come Sicilia e Sardegna, che per caratteristiche demografiche sono assimilabili alla terraferma; ma piuttosto quelle medio-piccole, che siano ad una distanza breve da terra. Le candidate ideali potrebbero essere l’Elba, oppure Capri ed Ischia.

Ognuna delle isole citate soddisfa i criteri di cui sopra, e potrebbe essere una valida alternativa al concretissimo rischio di fermare il campionato non appena la marea montante del contagio investirà una o più squadre.

Ponendoci in fiduciosa attesa, consideriamo un ultimo aspetto: quanto sarebbe affascinante per gli spettatori di tutto il mondo; e quanto diventerebbe vendibile il prodotto della Serie A, se lo sfondo di ogni partita fosse la natura incontaminata ed il glamour di uno dei luoghi citati? E quanto diventerebbe interessante per il pubblico globale seguire gli allenamenti e la vita delle squadre italiane in contesti che chiunque sogna di visitare una volta nella vita?

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