TECNOLOGIE & SALUTE

Immuni, fra obblighi morali e maratone TV

Se si vuol parlare di obblighi ed imperativi morali, sarebbe bene partire dalla trasparenza informativa

Immuni è ben lungi dal raggiungere il traguardo del 60% di effettivo impiego da parte della popolazione. Sembrerebbe la cronaca di un (pre)annunciato fallimento, viziato sin da principio da alcune criticità che hanno investito l’acquisizione di fiducia da parte della cittadinanza e che mai sono state oggetto di pubblico dibattito a livello istituzionale.

A coronare le iniziative più disparate in cui si “raccomanda” l’utilizzo dell’app a vario titolo, e in modo piuttosto confusionario, arriva anche il messaggio del Presidente del Consiglio per cui scaricare l’app è facoltativo ma risponde ad un obbligo o addirittura ad un imperativo morale.

Eppure, tanta solerzia nella moral suasion non sembra riversarsi allo stesso modo anche sul fronte della trasparenza e della fiducia. Insomma: il dettame di un imperativo morale non sembra essere il metodo migliore per acquisire la fiducia del cittadino, ma piuttosto sembra puntare su altre leve quali sensi di colpa o paure collettive.

Se si vuol parlare di obblighi ed imperativi morali, sarebbe bene ricordare anche quelli che i cittadini attendono dallo Stato, primo fra tutti la trasparenza informativa.

Dove è stata infatti la trasparenza circa gli atti del CTS che hanno fondato i provvedimenti governativi e che invece sono stati secretati? Certo, poi sono stati resi pubblici ma solo in seguito ad un provvedimento del TAR Lazio e in attesa della pronuncia del Consiglio di Stato.

Dove è stata la trasparenza nella selezione della tecnologia di contact tracing da adottare in Italia?

Dove è stata la trasparenza nel definire sin da principio quali ruoli avrebbero avuto Bending Spoons, Apple e Google nella vita dell’app Immuni?

Dove si può consultare un estratto aggiornato della valutazione d’impatto privacy della app Immuni, in cui sono indicati i dettagli di metodo e le risposte alle indicazioni dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali?

Insomma, se il metodo migliore per tentare di acquisire la fiducia da parte dei cittadini è sostanzialmente far pesare sugli stessi una responsabilità per la gestione della pandemia la leva non appare idonea né sufficiente. Poco convince infatti accostare il concetto di “uso facoltativo” con quello di “obbligo morale” all’interno della medesima frase, se non in una sorte di esercizio di bispensiero di orwelliana memoria.

A pensar male si fa peccato, certo, ma si dirà forse che in caso di nuovi focolai e conseguente crisi dell’organizzazione del Sistema Sanitario la colpa sarà agilmente addossata verso chi non ha voluto utilizzare Immuni anziché nel mancato intervento (di analisi, e correttivo) per risolvere i cosiddetti “problemi strutturali” già emersi e noti?

Sembra inoltre che si stia valutando la proposta dei ministri Bonafede e Franceschini di indire una maratona televisiva per sensibilizzare sull’utilizzo di Immuni. Se i toni e lo stile di comunicazione rimarranno però quelli che sono stati proposti fino ad oggi, si dubita fortemente possano sortire qualche tipo di effetto positivo sulla fiducia del cittadino/utente.

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