RISERVATEZZA DEI DATI

Cosa dice il comunicato AMA sulla vicenda del Giardino degli Angeli

L'ente gestore dei cimiteri capitolini ha emesso un comunicato in cui dichiara la propria estraneità

Relativamente al caso del “Giardino degli Angeli” AMA s.p.a., ente gestore dei cimiteri capitolini, ha emesso un comunicato in cui dichiara la propria estraneità all’accaduto, precisando che il ruolo assunto è stato quello di meri esecutori della sepoltura “su specifico input dell’ospedale presso il quale è avvenuto l’intervento”, con autorizzazione della ASL territorialmente competente. Viene sostanzialmente escluso che possano aver avuto modo di verificare la validità del consenso prestato, su cui è chiamata a garantire la struttura sanitaria che fa richiesta di trasporto e inumazione del feto.

Se la prima parte del comunicato è assolutamente chiara, la seconda parte desta non poche perplessità. Volendo giustificare la prassi dell’epigrafe con il nome della madre, viene infatti spiegato che tale operazione è svolta in quanto necessaria a soddisfare l’esigenza di “riportare alcune indicazioni basilari per individuare la sepoltura da parte di chi ne conosce l’esistenza e la cerca”. Insomma: senza il nome esposto, non sarebbe possibile trovare la tomba del proprio figlio mai nato.

Sembra che non sia stato preso in alcun modo in considerazione il principio di minimizzazione, per cui i dati devono essere “adeguati, pertinenti e limitati a quanto necessario rispetto alle finalità per le quali sono trattati” (art. 5.1 lett. c) GDPR). Inoltre, non si comprende per quale motivo un’attività che comporta l’esposizione del nome di una madre che è incorsa in un’interruzione (volontaria o meno) di gravidanza, non sia stata mai oggetto di valutazione non solo relativamente al fondamento di liceità ma, soprattutto, per la ricerca di modalità alternative per il raggiungimento delle finalità dichiarate.

Per quale motivo non è stato considerato, ad esempio, l’impiego di dati pseudonimi nell’epigrafe, ricollegabili all’identità delle madri soltanto mediante consultazione di un registro separato tenuto dall’ente gestore ed accessibile solamente su richiesta da parte degli interessati? La risposta è elementare: forse non è mai stata svolta un’analisi di contesto, rischi ed impatti del trattamento.

Questo esprime un problema generale di scarsa sensibilizzazione sulla tematica della protezione dei dati personali, per cui non può chiedersi certo l’applicazione di quei principi di privacy by design e privacy by default se non c’è consapevolezza circa lo svolgimento di un’attività su dati personali, gli obblighi normativi e le potenziali conseguenze (ovverosia: rischi ed impatti) per gli interessati.

Guardando oltre le valutazioni tecnico-legali, ci si chiede anche quale sia il senso di esporre in epigrafe i nomi delle sole madri. Non sono forse anche i padri partecipi di un figlio mancato?

Inoltre: pur comprendendo il desiderio spirituale di dare sepoltura ad un feto, l’esposizione del nome del mancato genitore cosa può essere se non uno stigma? In caso poi la madre sia addirittura contraria, il rischio è che la pratica vada a realizzare, nella sostanza, nient’altro che una gogna miserabile per la scelta di interruzione di gravidanza.

Ad ogni modo, conforta che l’Autorità Garante per la protezione dei dati personali abbia deciso di aprire un’istruttoria sulla vicenda.

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