GUERRA DELL'INFORMAZIONE

Ammazza un carnivoro anche tu

In ossequio alla filosofia dell’uno vale uno, chiunque si è sentito in diritto/dovere di dire la propria

La pandemia di COVID-19 ha abituato noi addetti ai lavori a leggere le scempiaggini più assurde in materia di epidemiologia, virologia, igiene e quant’altro. In ossequio alla filosofia dell’”uno vale uno”, chiunque si è sentito in diritto/dovere di dire la propria in materie di solito toccate solo da specialisti.

Abbiamo avuto un bel circo a due piste completo di saltimbanchi e animali danzanti, nella persona di modelle, showgirl, disc-jockey, influencer e tatuati vari che hanno detto la loro con la stessa naturalezza e sicumera con cui di solito arringano le folle con le loro dimenticabili argomentazioni. Di recente ci si è messo anche il commissario tecnico della nazionale, che, sospettiamo, come massimo titolo di studio in materia di biologia possa vantare quello di avere un metabolismo basale.

Se le esternazioni di cui sopra fanno armonica parte dell’oramai famosa era del Cretinevo, basta applicare le normali misure di profilassi – distacco dalla televisione nazional-popolare, frequentazione dei social ridotta al minimo, bando di trenta giorni per ogni insospettabile che condivida una fesseria – per mantenere una corretta igiene mentale.

Dove la ragione ed i meccanismi di difesa mentale dell’homo cogitans medio cominciano a vacillare, tuttavia, è nel leggere affermazioni fantasiose su una rivista pubblicata da una normalmente serissima casa editrice di grande rilievo nel mondo scientifico.

Per i tipi di Wiley Publishing, è recentissimamente apparso sul Journal of Applied Philosophy un articolo a firma di Ben Bramble, attualmente Lettore di Filosofia presso la Australian National University. A parte l’ossimoro insito nel nome della rivista, già il titolo dell’articolo genera un sentimento di sconcerto: Painlessly killing predators – uccidere i predatori in maniera indolore. Ad una lettura veloce può sembrare che si tratti di un articolo di bioetica, magari riguardante delle modalità di soppressione etica di taluni animali nel caso in cui costituiscano un chiaro ed evidente pericolo per delle comunità umane.

Lo sconcerto sale invece ai livelli massimi quando se ne legge l’abstract – cioè il riassunto iniziale che costituisce parte integrante ed introduttiva di qualunque articolo scientifico. La tesi centrale del lavoro è che dal punto di vista delle prede, l’essere predati costituisce ovviamente un’esperienza spiacevole. E fin qui, persino monsieur de La Palice sbadiglia per l’ovvietà. La domanda che il filosofo si pone, tuttavia, è da far rizzare i capelli: per evitare la sofferenza delle prede, l’uomo dovrebbe intervenire in natura neutralizzando i predatori? E se sì, come?

Vengono proposte due strategie possibili: la prima, erbivorizzare geneticamente i predatori, così che smettano di cacciare le povere prede; la seconda, sopprimere specificamente i predatori – sotto determinate condizioni, si affretta ad aggiungere l’autore – in modo da risolvere il problema alla base.

Prendendo un respiro profondo e volendo affrontare la cosa con la logicità del pensiero scientifico, si pongono una serie di interessanti, sebbene comici, interrogativi. Se provassimo ad applicare il primo metodo, ed ammesso e non concesso di avere la tecnologia necessaria per reingegnerizzare tutti i predatori dell’orbe terracqueo, dovremmo preoccuparci di dare la caccia a ciascun predatore dal paramecio in su, in modo da trasformarlo in un erbivoro, o meglio ancora in un autotrofo – e i diritti dei poveri autotrofi di non essere predati dagli erbivori, dove li mettiamo? E se invece propendessimo per la seconda ipotesi, ed avendo i mezzi etici ed indolori per sopprimere tutti i predatori del globo, potremmo metterci alcuni miliardi di anni. Già lo vedo, il biologo etico e la sua piastra di Petri, che insegue con la pipetta caricata con un eticissimo veleno indolore ciascuno dei parameci, con la complicanza che, sai, i maledetti esserini tendono a riprodursi…

Vista così, questa elucubrazione potrebbe essere una di quelle storielle che si raccontano in facoltà di Scienze per prendere per i fondelli quelli di Filosofia, una simpatica goliardata che nessuno prenderebbe per vera, e tanto meno si sognerebbe di pubblicare su una rivista peer-reviewed.

Ma prima di derubricare a sciocchezza generica media questa simpatica teoria, un minuscolo segnale di allarme si accende nella testa dello scienziato. Già in passato, teorie scientifiche che spiegano il mondo sulla base dell’evidenza dei fatti – come l’evoluzione delle specie per selezione naturale – sono state mal comprese e stropicciate da pensatori discutibili che al momento nessuno ha preso sul serio. Dal darwinismo è nato il darwinismo sociale, e da esso forse le più abiette deformazioni della scienza mai esistite: la teoria della razza ed il concetto di pulizia etnica.

E se, atteso che questa bella teoria filosofica è impossibile, ad onta del titolo del giornale, da applicare al mondo naturale, nelle menti e nelle mani di individui fanatici può essere trasformata in qualcosa di terribile. Cosa impedirebbe infatti, una volta che tale teoria sia stata catturata da qualche pensatore da social network, che essa venga usata per teorizzare la necessità di erbivorizzare geneticamente ogni essere umano? Ed in una visione ucronica – ma anche la persecuzione razziale su scala industriale sembrava pura teoria prima delle camere a gas – cosa impedirebbe di teorizzare la necessità di sopprimere qualunque essere umano che non accettasse la reingegnerizzazione o il cambio delle proprie abitudini in senso vegetariano o vegano?

Parliamo di teoria, certo, ma la scienza e la ragione hanno il dovere di alzare immediatamente e consapevolmente la voce ogni volta che un peripatetico a caso minaccia con leggerezza di aprire delle porte che devono restare ermeticamente chiuse.

E, soprattutto, se usa il buon nome della scienza per farlo.

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