PROTEZIONE & DIFESE

Luxottica pensi alla sicurezza dei suoi sistemi informatici invece che agli “smart glasses”

Stavolta hacker o virus hanno toccato il bellunese, mentre a giugno analoga brutta esperienza nel trevigiano aveva afflitto GEOX.

Il fatidico “andate a casa”, se fossi stato al posto di Leonardo Del Vecchio, lo avrei detto al responsabile dei sistemi informatici e delle reti di comunicazione, a quello cui compete la sicurezza tecnologica, al dirigente che si occupa di EDP auditing, al “risk manager” e alla flotta di consulenti che li circondano.

Invece la messa in libertà scattata alle 11 di ieri mattina ha riguardato tutti i dipendenti di Luxottica delle sedi che il colosso industriale ha ad Agordo e a Sedico.

Gli stabilimenti produttivi e gli insediamenti logistici sono finiti K.O. per un non meglio precisato “guasto informatico”.

La natura dell’ “inconveniente” che – bocche “ragionevolmente” cucite – è ancora ignota ma il fatto che non si conosca l’origine del disastro tecnologico non alleggerisce certo la posizione di chi doveva provvedere a tutelare apparati, procedure e archivi elettronici il cui mancato funzionamento poteva portare (e ha portato) alla paralisi industriale.

Il blackout – che a quanto pare si è riverberato anche nelle propaggini più lontane dell’impero Luxottica in Cina – è presumibilmente correlato ad un ransomware, ovvero ad uno di software maligni che crittografa indebitamente i file e rende totalmente inservibile il patrimonio informativo di una azienda.

L’effetto della cifratura fraudolenta è drammatico. La illeggibilità delle informazioni vitali inchioda i processi decisionali, blocca le linee di produzione, acceca la gestione dei magazzini, ferma la spedizione delle merce, rende irricevibili i nuovi ordini, azzera la contabilità, trasforma in sconosciuti dipendenti, clienti e fornitori.

Il protrarsi dei “disagi” lascia immaginare che la probabile ferale trasformazione dei dati in sgangherate sequenze di bit incomprensibili abbia riguardato non soltanto qualche postazione di lavoro, ma l’intero sistema informatico e presumibilmente anche tutto quello che era conservato nel cosiddetto “cloud” (ovvero le risorse messe a disposizione da soggetti terzi per garantire la prosecuzione delle attività in caso di incidenti locali) e che avrebbe dovuto garantire una ripartenza rapida che invece non ci sarebbe stata.

Se così fosse ci si troverebbe dinanzi ad un poco confortante quadro di sicurezza dei dati, carente in fatto di cautele tecniche ed organizzative e lacunoso a proposito di sensibilizzazione e formazione del personale per scongiurare condotte imprudenti che possono innescare il radicarsi di un malware e la sua entrata in funzione.

Sul sito non c’è alcuna menzione del famigerato “guasto” e anche chi va curiosare nella sezione “Storie” dove ci sono le tappe della vita della holding non trova nulla.

L’ultima notizia riportata online è quella dell’accordo appena stipulato con Facebook per produrre occhiali in grado di visualizzare la “realtà aumentata” (ovvero di abbinare informazioni e approfondimenti testuali, video e audio a quel che sta vedendo chi li indossa).

Rocco Basilico, Chief Wearables Officer di Luxottica, come si legge nel comunicato stampa di quell’indiscutibile traguardo, aveva parlato di “tecnologia che ha reso più vicine tra loro le persone” e forse anticipava l’assembramento che si sarebbe verificato quando con il “guasto informatico” i lavoratori venivano invitati ad uscire e a raggiungere le rispettive abitazioni.

Le dichiarazioni ufficiali includevano anche che “Con questa collaborazione stiamo aprendo la strada a una nuova generazione di prodotti destinati a cambiare il modo in cui guardiamo il mondo”. Al momento è il mondo che – sbalordito per l’episodio in questione – ha cambiato il modo di guardare Luxottica.

Tags
Back to top button
Close
Close