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I commi dimenticati dell’e-voting non pervenuto

La legge di bilancio 2020 ha stanziato 1 milione di euro per la sperimentazione del voto elettronico nel nostro Paese in occasione del referendum. Perfetto per permettere ai 40 mila italiani circa sottoposti a quarantena di esercitare il loro diritto.

Perfetto il diritto di voto tramite e-voting. Tanto perfetto che non c’è stato.  I 1820 elettori a trattamento domiciliare o in condizione di quarantena che ne hanno fatto richiesta stanno votando in modalità fisica, nel proprio domicilio.  Il Viminaleaveva promesso a giugno  una prima sperimentazione del voto elettronico  nell’ election day che si chiude oggi alle ore 15.  La Legge di Bilancio aveva stabilito essere questa l’occasione per sperimentare per la prima volta in Italia l’e-voting. Riportiamo quanto disse il presidente della commissione Affari Costituzionali della Camera, Giuseppe Brescia a tale proposito: “Gli elettori voteranno nell’urna tradizionale e poi chi vorrà in alcune città potrà partecipare alla sperimentazione anticipando l’adozione di due distinti modelli : un’urna digitale e il voto via app.

Non è stato adottato né l’una né l’altra. E i 1820 elettori sottoposti  a trattamento domiciliare che hanno chiesto di esercitare il diritto di voto sono stati serviti fisicamente. In una stagione di distanziamento politico tra fini e mezzi, vale la pena ricordare che il sottosegretario all’Interno, Achille Variati, rispondendo proprio a un’interrogazione del deputato M5s Brescia, confermò che il Viminale,“con sveltezza”, assieme al Ministero per l’innovazione tecnologica  avrebbe  “individuato le imprescindibili garanzie procedimentalivolte ad assicurare il diritto di voto che rappresenta il cuore della nostra democrazia”.

I commi della legge che avrebbero dovuto trasformare il referendum in una pietra miliare dell’e-voting all’italiana sono il 627 e 628 della legge di bilancio 2020, con un apposito stanziamento di  1 milione di euro per la sperimentazione del voto elettronico nel nostro Paese. La legge di cui sopra precisava (e precisa) che proprio la consultazione referendaria all’art.138 della Costituzione prevede uno specifico focus su modelli di voto che garantiscano il concreto esercizio del diritto di voto degli elettori per diversi motivi lontani dal luogo di residenza. Il termine per l’adozione del decreto interministeriale (Interni più Innovazione tecnologica) fu fissato a fine gennaio e rimase orfano perché nessuno dei due Ministeri si è poi reso disponibile all’adozione. Gli elettori si stanno recando  in queste ore al voto, pedibus  calcantibus, muniti di mascherina, osservando il distanziamento e intingendo le mani di gel disinfettante. L’e-voting è un’altra cosa.

Sarà pertanto utile, ad urne chiuse, chiedere conto del Fondo finalizzato all’introduzione in via sperimentale di “modalità di espressione del voto in via digitale applicato espressamente al referendum costituzionale.  E’ stato usato? In quante città? Per quali soggetti? Con quali metodi? Con quali risultati?

Non è la prima volta che l’innovazione digitale applicata al voto viene fatta oggetto di precise promesse e altrettante amnesie. Il decreto-legge n. 67 del 2012 introduceva forme di sperimentazione del voto elettronico limitate al rinnovo dei membri facenti parte dei Comites, gli organismi di rappresentanza degli italiani all’estero.  Le consultazioni del 2015 si sono svolte invece per corrispondenza e, ad oggi, non risultano ancora avviate iniziative di introduzione della modalità digitale.  L’emergenza sanitaria attuale ha costretto ad inseguire scrutatori e presidenti, a precettare dipendenti di amministrazioni pubbliche e parapubbliche , a lavorare di fantasia  per assicurare uno svolgimento “in presenza” del momento elettorale: proprio per questo ha reso più evidente la necessità di dotarsi di modalità inedite e innovative di esercizio del diritto al voto, già urgenti dopo le risapute problematiche del voto postale. Niente. Segno evidente che i problemi, da noi, quando si manifestano, non producono una accelerazione in direzione della loro soluzione bensì uno stagno meditabondo e attendista.

Quanto ai due modelli possibili, la sperimentazione del voto in via digitale, avrebbe dovuto prendere in considerazione o   il modello dell’e-voting con urna digitale in un numero limitato di comuni (grandi città come Roma, Milano, Torino, Bologna, Napoli e Bari); oppure il modello dell’e-voting via app con soluzioni in grado di rispondere ai principi di personalità, uguaglianza, libertà e segretezza del voto, previsti dall’articolo 48 della Costituzione. L’ultima esperienza “Immuni” non ha dato certo impulso ad una via nazionale a favore delle app di servizio pubblico. Al contrario. Né lo Stato ha mostrato convincente trasparenza rispetto alla sua genesi, alla sua efficacia, alla sua segretezza.  Come è andata ricostruendo in questi giorni Infosec.news sono numerosi gli insuccessi, in alcuni casi anche di ampie dimensioni, dei quali si sono rivelati protagonisti sistemi informatici curati da soggetti “pubblici”. Per citare un caso su tutti è sufficiente fare riferimento alla vicenda delle cosiddette «cartelle pazze», che ha generato una lunga serie di contenziosi tra contribuenti e pubblica amministrazione. Quando qualche deputato prende spunto da questi insuccessi e chiede spiegazioni (come fece il politico e giornalista Giorgio Mulè in una interrogazione ((4-05648) proprio sulla app Immuni, e prendendo spunto dichiaratamente da quanto documentato da Infosec) le risposte si perdono nell’iperuranio.

Il voto tramite Internet è ormai accettato e previsto dalle normative vigenti; in Europa ad esempio la CE si è espressa favorevolmente nel 2007 sull’e-voting per le società quotate in Borsa. I sistemi di voto elettronico che comportano l’utilizzo di PC e software gestionali per memorizzare ed effettuare il conteggio delle preferenze espresse dagli elettori, ed eventualmente una connessione alla rete, faticano ad affermarsi a seguito di timori, alcuni a ragion veduta altri meno, sulla correttezza e trasparenza dell’intera procedura di voto e soprattutto sul delicato aspetto della privacy.  

Ma non è un buon motivo per stabilire per legge che l’e-voting s’ha da fare e poi stabilire per prassi che non s’ha da fare per niente.

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