GUERRA DELL'INFORMAZIONE

Facebook trae profitto dall’odio online

Con grande gioia degli inserzionisti pubblicitari (e del social) i post violenti “generano traffico” e arrivano anche a chi non ne condivide il contenuto

Potrebbe sembrare semplicemente un titolo ad effetto. Invece è la sconfortata considerazione che Ashok Chandwaney, software engineer al servizio di Mark Zuckerberg, ha messo alla base della sua decisione di lasciare Facebook.

Ha dichiarato di non poter più far finta di niente e di non essere più capace di sopportare di contribuire al successo di una organizzazione che trae profitto da astio, livore, malevolenze e ostilità.

Le dimissioni del ventottenne iperspecializzato rappresentano l’ultimo (o ad esser precisi semplicemente il più recente) segnale del disagio di chi – come lui – non esita a criticare apertamente l’approccio di Facebook nell’affrontare la disinformazione e nel contrastare il dilagante incitamento all’odio.

Chandwaney in un post – pubblicato sul social e veicolato anche internamente ai suoi colleghi – ha scritto “Dopo quasi 5 anni e mezzo, oggi è il mio ultimo giorno in Facebook. Lascio perdere perché non riesco più lo stomaco per lavorare in un’organizzazione che, negli Stati Uniti e nel mondo, si arricchisce con l’odio”.

Il giovane ingegnere ha detto – fra l’altro – che “Facebook sta scegliendo di stare dalla parte sbagliata della storia

Il suo plateale j’accuse parte dai valori fondamentali della piattaforma e della stessa azienda, valori traditi a suo dire nel momento in cui l’interesse per i profitti sovrasta impietosamente la promozione del bene sociale e delle relazioni interpersonali.

La portavoce di Facebook Liz Bourgeois ha repentinamente dichiarato che affermato che la sua società non beneficia dell’odio e “investe miliardi di dollari ogni anno per mantenere la nostra comunità al sicuro e profondamente collaborazione con esperti esterni per rivedere e aggiornare le nostre norme”.

Ma – lontano dai comunicati stampa e dalle rassicurazioni ufficiali – la percezione collettiva riconosce alle dimissioni di Chandwaney (e, prima di lui, di Timothy J. Aveni e di tanti altri) un significato importante.

Il contesto forse non ha bisogno di tante spiegazioni.

I post violenti – che spesso diventano virali – generano traffico e contribuiscono alla valorizzazione della pubblicità presente in quelle pagine. Gli inserzionisti – interessati a dare massima diffusione ai propri messaggi promozionali – non badano certo all’inserimento in contesti poco edificanti ma puntano semplicemente a raggiungere la più ampia platea di potenziali clienti.

I ripugnanti messaggi intrisi di rancore e di intolleranza che hanno fatto seguito alla drammatica uccisione di Willy credo che – più che avvalorare quel che dice l’Ufficio Stampa aziendale – confermino la tesi di Ashok Chandwaney.

Forse proprio il liquame verbale riversato sulle pagine del social può far intravedere una opportunità di “redenzione” per Facebook. Il rintraccio degli inammissibili post di cui ho parlato nel mio recente editoriale potrebbe essere eseguito in maniera pressoché automatica dagli specialisti di Zuckerberg. L’estrazione e la raccolta di quei messaggi (anche di quelli poi cancellati dai meno coraggiosi), accompagnata dall’identificazione dei titolari dei relativi account, potrebbe essere il classico “beau geste” per dar prova dei buoni intenti dell’attività imprenditoriale.

Siccome una ipotetica “delazione” innescherebbe una fuga dalla piattaforma da parte di tutta quella gente che la ritiene l’avamposto della libertà di espressione, sarebbe sufficiente che Facebook rispondesse con immediatezza alle richieste degli organi di polizia che – ci auguriamo – daranno la caccia a chi ha commesso un virtuale vilipendio di cadavere. E le risposte, mi raccomando, siano complete di ogni dettaglio, non si limitino a quanto ritenuto essenziale e obbligatorio e – magari – contengano tutti quei dati che (acquisiti direttamente o trasferiti a terze parti per la profilazione) possono agevolare la più rapida e chirurgicamente precisa identificazione dei soggetti corrispondenti….

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