UN MESSAGGIO IN BOTTIGLIA

Non di solo fiera vive la fiera. Dove sono le misure per l’indotto?

Ci scrive Alessandro Fogolin che opera, anche come socio, in un’azienda che si occupa di allestimenti fieristici, dopo il nostro articolo del 31 agosto scorso, intitolato “Alla fiera dell’est, per due soldi…

Mi sia concessa un’introduzione semplicistica su quella che è la struttura del comparto delle fiere: gli Enti Fieristici sono i proprietari degli spazi dove si svolgono gli eventi, per lo più aziende partecipate. Il loro ruolo è, in parole povere, mettere a disposizione i capannoni e in alcuni casi anche gli spazi aperti dove poter svolgere le manifestazioni. Sono sparsi in tutto il territorio, ma i grossi poli sono concentrati in Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. Si appoggiano a servizi di logistica e di impiantistica (a volte interni) che mettono a disposizione degli allestitori durante i periodi di montaggio e smontaggio degli stand.

Poi ci sono le Segreterie organizzative, ovvero quelle agenzie che organizzano gli eventi, per ovvie ragioni in stretta collaborazione con gli Enti Fiera, spesso parte degli stessi Enti. Poi ancora, ci sono gli Allestitori, ovvero circa 450 micro/piccole aziende che rappresentano il tramite verso gli espositori, che si occupano della progettazione degli spazi espositivi, della loro realizzazione e di coordinare il montaggio e lo smontaggio degli stand durante le manifestazioni. Sono quelli che creano la magia della fiera, quelli che trasformano l’enorme, apparentemente caotico, cantiere pullulante di persone e di mezzi durante i giorni di montaggio, nei capolavori decantati dal Vice Ministro Di Stefano come eccellenza italiana che dal primo giorno di manifestazione accolgono i visitatori e diventano vetrina per gli espositori. Questi sono gli allestitori fieristici, questi siamo noi.

Il nostro indotto è tale che nei periodi più intensi delle fiere in Italia si contano oltre 120.000 persone coinvolte. Il nostro fatturato annuo complessivo si attesta attorno ai 2 miliardi di euro. Quello degli Enti Fieristici, a titolo di paragone, è nell’ordine degli 800 milioni di euro (dati pubblicati dagli Enti stessi, si possono trovare in rete con facilità). Quando ci muoviamo mettiamo in moto una macchina enorme, potremmo essere definiti come “fornitori di lavoro”, molte aziende artigiane collegate al comparto sono in gravi difficoltà pur avendo ricominciato a lavorare perché il grosso del loro fatturato è da sempre legato a quello degli allestitori. Buona parte del nostro fatturato viene di fatto riversato nell’indotto. Quando noi lavoriamo, lavora di conseguenza tutta la lunga catena di maestranze a noi collegate e in questo senso subordinate.

A marzo la situazione che ci si prospettava davanti era già molto chiara. Un anno perso e un futuro tutto da indovinare.

Molti di noi si sono rivolti all’associazione di categoria, Asal Assoallestimenti, emanazione di Federlegnoarredo, cercando aiuto. Da una chat di Asal, un collega ha creato un gruppo spontaneo su WhatsApp, trasportato poi su Telegram perché rapidamente ci siamo trovati in troppi per poter rimanere su WhatsApp. E’ nato un movimento spontaneo che ha preso il nome di #ALLESTITORISINASCE composto attualmente da 370 partecipanti tra aziende di allestimento ed affini, di cui sono uno degli otto coordinatori. Emanuele Silvestri, la persona che ha avuto l’iniziativa di creare questo gruppo dove potersi liberamente esprimere e confrontare, è da poco stato eletto consigliere in Asal, così da creare un ponte tra le due realtà.

Negli scorsi mesi, una volta raccolte le istanze del nostro gruppo, ci siamo impegnati per portare la voce degli allestitori fieristici alla stampa e alle istituzioni, ottenendo buoni risultati. Il problema iniziale era che nelle poche occasioni in cui le fiere venivano citate, vuoi dai media, vuoi dalla politica, gli allestitori non erano mai presi in considerazione. Il nostro limite era, e rimane, il fatto di essere tante piccole realtà. Prese una per una rappresentiamo ben poco, pur formando nel nostro insieme un comparto che, dovendo le cose continuare in questo modo, non esito a definire in via di estinzione.

Siamo stati ascoltati da molte testate giornalistiche, che hanno pubblicato i nostri articoli, siamo stati ascoltati da diversi Onorevoli, facenti parte della maggioranza e dell’opposizione, abbiamo avuto incontri con le tre Regioni principalmente coinvolte nelle fiere, abbiamo anche avuto un colloquio con il Sottosegretario al Lavoro, che ci ha aperto la strada verso il Mise, dove, accompagnati da Asal, chiederemo di aprire un tavolo di crisi permanente per il nostro settore.

Attualmente il nostro problema rimane, nonostante quanto fatto, complesso, non stiamo lavorando da fine febbraio e non abbiamo prospettive, le poche fiere a calendario continuano ad essere annullate e in altri casi si riducono ad eventi organizzati con strutture preallestite (in questo caso le fiere allestiscono con i loro allestitori), stiamo perdendo personale interno perché la cassa integrazione non arriva (ad agosto è arrivata quella di aprile e non a tutti) e i nostri dipendenti giustamente si guardano attorno, siamo vincolati dall’internazionalità intrinseca delle manifestazioni (e in questo il Governo fa ben poco per incentivare le visite nel nostro Paese, a differenza di quanto succede nel resto d’Europa), i pochi aiuti che ci sono arrivati dallo Stato sono sottodimensionati in modo imbarazzante. Da ottobre ripartiranno le scadenze fiscali, con l’accumulo di quelle spostate e fatturato zero, oltre a ripartire anche l’uscita dei finanziamenti che erano stati sospesi. Per moltissimi di noi questo avrà un solo naturale sviluppo, che per orgoglio e un po’ per scaramanzia fatico a scrivere qui, ma che sono certo si capirà.

Quando si parla di fiere sembra che esistano solo loro, a stento viene nominato l’indotto. Un indotto, nel nostro caso, che muove più del doppio del fatturato delle fiere. Certo, è fondamentale che anche le strutture vengano aiutate a sopravvivere; le regioni le hanno accompagnate al Governo per chiedere 800 milioni di euro e a quanto pare ne hanno ottenuti 360, di cui 65 a fondo perduto. E noi? Un Onorevole di recente ha esultato per essere riuscito a deviare a nostro vantaggio parte di un fondo, per un ammontare medio di circa 10.000 euro ad azienda. Lo ha definito un successo. Inviterei quell’onorevole ad andare in banca a chiedere un prestito garantito, come da decreto. Solo trovare il coraggio di farlo è un’impresa, considerando l’incertezza del futuro. Come possiamo sopravvivere in questo modo? Come saranno allestite le fiere quando (quando?) ripartiranno se da un lato ci saranno ancora gli spazi, ma dall’altro non ci sarà più chi li riempie?

Abbiamo fatto così tanto per ottenere così poco. Le richieste che potremmo fare oggi si riducono ormai ad un aiuto per la riconversione delle nostre aziende, piuttosto che una misura indolore per poterle chiuderle.

In questi mesi quella chat di Telegram ci è servita per scambiarci consigli, per comunicare a tutti le azioni che i coordinatori stavano svolgendo, per raccogliere idee e necessità per poterle poi riportare alle istituzioni e alla stampa. Ma ci è servita soprattutto per creare un luogo in cui trovare una voce amica per un conforto, un amico che capisce e condivide gli stessi problemi. Mi piacerebbe tanto, per quello che questo gruppo mi ha dato, per il modo in cui ha posto anche su di me la sua fiducia, riuscire a fare qualcosa di più che poter loro dire “ci ho provato”.

Alessandro Fogolin

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