LOGISTICA

Per favore non credete alla favoletta della felice magazziniera di Amazon!

il candido spot di Bezos & C. entra nelle nostre case mentre spuntano fuori velenose storie sul trattamento del personale

Amazon lancia il sasso e nasconde la mano. Anzi, fa molto di più. Fa sparire la pietra.

Parliamo della pietra dello scandalo. Niente di minerale: stiamo per prendere in considerazione due annunci di lavoro che il quartier generale di Jeff Bezos ha pubblicato (e poi rimosso) per reclutare analisti di intelligence “senior” che – oltre a dover assolvere a mansioni per altri “argomenti sensibili” – avrebbero avuto il compito di monitorare le “minacce per l’organizzazione del lavoro”.

Il recente bombardamento di spot pubblicitari, in cui una donna (con il curioso cartellino policromo su cui si legge “ambassador”) racconta con toni entusiastici la propria esperienza di lavoro nei magazzini di Amazon, arriva contestualmente allo sconcertante emergere di storie drammatiche e alla diffusione di dettagli sul non proprio idilliaco rapporto tra “padrone” e dipendenti.

La recente ricerca di “cacciatori” (1026060 – analista di intelligence e 1213610 – analista esperto di intelligence) sono state cancellate ma ne rimane traccia sulla storica macchina del tempo (“The Way Back Machine”) che attraverso il sito “archive.org” permette di recuperare 468 miliardi di pagine web che nel tempo hanno fatto capolino su Internet.

L’offerta di lavoro per due posizioni fondamentali è stata fatta sparire perché secondo quanto dichiarato da un portavoce di Amazon alla CNBC “La descrizione del posto di lavoro non era accurata, è stata fatta per errore e richiedeva di essere corretta”.

Chi non si accontenta di questa tanto sintetica quanto sconvolgente notizia può andarsi a leggere le “job descriptions” (ossia i requisiti di cui i candidati avrebbero dovuto essere in possesso e la missione prevista per chi avrebbe dovuto ricoprire l’incarico), così da appurare l’atteggiamento abbastanza aggressivo da parte di Amazon nei confronti delle organizzazioni sindacali e di chiunque possa ostacolarne l’inarrestabile ascesa commerciale compiuta a tutti i costi e anche sulla pelle dei lavoratori.

Le dinamiche aziendali del colosso del commercio elettronico hanno avuto in giro per il mondo una serie di manifestazioni non paradisiache, prima dell’esplosione della pandemia e durante il periodo del coronavirus.

Le tensioni tra il personale di magazzino e l’azienda a marzo sono state motivate dalla consistente opinione dei lavoratori secondo i quali la società non ha fatto abbastanza per proteggere i dipendenti dal contagio.

Ad aprile Amazon ha licenziato tre dipendenti che – avendo manifestato un atteggiamento eccessivamente critico riguardo le pratiche di lavoro – sono stati ritenuti colpevoli di aver violato le regole interne (che probabilmente non prevedono che ci si possa lamentare di condizioni poco accettabili).

Le proteste dei lavoratori durante l’ultimo evento annuale che Amazon organizza per promuovere il Prime Day sono l’ulteriore plateale evidenza di una situazione di disagio ben lontana dalle smancerie che sul piccolo schermo vogliono far credere alla clientela che nei magazzini “vissero felici e contenti”.

L’arruolamento di specialisti (preferibilmente provenienti dal “law enforcement”, ossia dalle Forze di Polizia, e conoscitori delle lingue straniere parlate dai dipendenti di etnie meno fortunate…) per setacciare il web, procedere alla ricognizione di gruppi social o di forum “ostili”, individuare chi vi partecipa, suggerire l’adozione di iniziative, sembra stridere un pochino con le flautate frasi della testimonial scelta per celebrare una armonia lavorativa che potrebbe non esserci.

Dania Rajendra, direttrice della coalizione sindacale Athena, avrebbe dichiarato che quelle due ricerche di impiego sono la prova che Amazon sta “prendendo di mira” i lavoratori. Avrà ragione?

I link inseriti precedentemente nel corpo di questo articolo portano a verificare i compiti ritenuti necessari da Amazon e l’evidente paura di minacce sindacali. Magari è un’impressione personale, magari ci si sbaglia, ma stavolta (e qui possiamo dire “come  sempre”) ognuno può legittimamente e doverosamente farsi la propria opinione in piena libertà.

Il datore di lavoro – già invitato a smentire le aspre critiche e soprattutto gli sbalorditivi report sul proprio conto – non deve dimenticare che lo spazio per replicare rimane a disposizione. Non deve scordare, però, che la Rete non dimentica (archive.org docet) e che le pandemie non sono soltanto quelle che affliggono le vie respiratorie come nel caso del Covid-19. Il contagio della conoscenza e della consapevolezza è destinato ad esser più spietato dei virus, a non guardare in faccia nessuno, a non conoscere antidoti o vaccini, a non fermarsi mai.

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