AI & ROBOTICA

Amazon ti spierà anche fuori casa: dopo “Alexa” arriva “Halo”

Il nuovo "servizio" consisterebbe nell'interpretare il nostro grado di felicità attraverso il monitoraggio della nostra voce e l'analisi del relativo tono

I medici possono cambiare mestiere. Amici e parenti, che abitualmente si preoccupano per la nostra salute e il nostro umore, possono dedicarsi ad altro.

La corsa incontrollata all’intelligenza artificiale arriva ad occuparsi della positività e dell’energia di ciascuno di noi, magari utilizzando sistemi che acquisiscono la nostra voce e ne elaborano non solo le espressioni verbali ma anche il tono.

Non ci si sentisse già sufficientemente tracciati e controllati, arriva un nuovo dispositivo “wearable” (ovvero “indossabile”) che riscontra le nostre condizioni fisiche e psichiche e che ininterrottamente sa come stiamo e come ce la passiamo. Il “gadget” in questione immagazzina dati strettamente personali che spesso sono lo specchio della fragilità di ciascuno e che rientrano anche nella sfera delle informazioni inconfessabili o comunque rivelabili solo ad una estremamente ristretta cerchia di persone sentimentalmente vicine o professionalmente incaricate di prevenire o curare malesseri presenti o ancora allo stato embrionale.

L’ultimo aggeggio infernale si chiama “Halo” e potremmo considerarlo il fratello più giovane di Alexa, la famosa assistente vocale che nelle nostre mura domestiche ascolta e registra gli “ordini” che le vengono impartiti e anche semplicemente le chiacchiere a portata di… orecchio.

La missione di “Halo” sarebbe quella di conoscere il nostro grado di felicità, quantificabile attraverso un’opera di monitoraggio della nostra voce e di analisi del relativo tono. L’obiettivo è fornire ai suoi utilizzatori un resoconto (“feedback” direbbero gli anglofoni) del campionamento dei discorsi fatti durante l’intera giornata o nel limite orario stabilito dall’interessato (che può attivarlo anche per frazioni massime di 30 minuti).

L’utente, magari mogio o semplicemente con una voce un pochino sfigata, finisce in pasto a sofisticati algoritmi di intelligenza artificiale che gli diranno che qualcosa non va (come se lui stesso non se ne fosse accorto o non se ne potesse render conto autonomamente) e indirizzeranno pensieri e comportamento verso la felicità o quanto meno una maggiore positività.

“Halo”, infatti, dispone della particolare funzionalità “Tone” che – secondo quel che dice Amazon – sarebbe in grado di misurare contentezza e soddisfazione della persona assistita dai suoi riscontri.

Fortunatamente Halo per il momento è disponibile solo per la clientela americana e – così come accade per certe pandemie – c’è da augurarsi che la popolazione non sciupi questo vantaggio in termini di tempo per capire di cosa si tratta e per conoscerne le possibili controindicazioni.

Purtroppo certi strabilianti arnesi hi-tech riescono ad incantare il mercato e a sollecitare il desiderio di possederli.

La propria indipendenza passa in un attimo in secondo piano, come già è successo con chi si ammanettato da solo portando al polso “smartwatch” che li legano invisibilmente al produttore del dispositivo e a quelli delle “app” che durante la giornata – come un vampiro sul collo della vittima – succhiano informazioni vitali per recapitarle a chi le saprà sfruttare commercialmente o per chissà quale altro scopo.

Amazon Halo sventola ogni sorta di buon proposito e sbatte sotto il naso dei diffidenti il voler favorire l’incremento di salute e benessere di chi se ne serve. Poco importa se ci “abbraccia” notte e giorno monitorando attività e sonno, poco importa se riesce a “radiografare” la nostra architettura corporea, poco importa se “classifica” ogni abitudine e comportamento, poco importa se non sappiamo che fine faranno quei dati.

Dopo aver buffamente commentato “1984” di Orwell, siamo contenti di essere al guinzaglio. Anzi, il guinzaglio lo abbiamo comprato direttamente noi.

Se siamo ancora in tempo per ridurre la nostra emorragia di dati personali, cerchiamo di non accelerare il dissanguamento e – soprattutto – non aspettiamo che qualcuno ci porga un laccio emostatico che per queste cose non esiste.

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