CITTADINI & UTENTI

L’Esercito non serve

A veder giungere le Forze armate in aiuto alla scuola, ci siamo domandati quale emergenza fosse scoppiata, per richiedere la loro presenza.

Mentre gli ultimi giorni di agosto si preparano a lasciare il posto ai primi di settembre, nei corridoi del Ministero dell’Istruzione fervono i preparativi per la ripresa dell’anno scolastico. Passata la stagione del Banchino Rotante – disponibile su Alibaba ad un costo diverse volte minore da quello appaltato – si lavora a fare in modo che le scuole possano riprendere le attività il giorno 14.

L’aver fissato una data sta mettendo in orgasmo tutti i vari componenti della scuola. I presidi fanno la rivalutazione delle quadrature e si lambiccano il cervello per far entrare i propri studenti – spesso ospitati in classi pollaio già prima della pandemia – negli stessi spazi di prima. Si svuotano magazzini e ripostigli e li si trasformano in aule. Si sacrificano sale professori e biblioteche e uffici. Gli insegnanti addetti alla formazione delle classi studiano i prospetti con la stessa concentrazione con cui Napoleone studiava la mappa di Waterloo. I docenti che nei mesi scorsi si sono spesi nella formazione a distanza con la stessa abnegazione che normalmente esercitano in aula, studiano programmi e metodi per crescere la prossima generazione di cittadini. Altri insegnanti, appartenenti alle classi d’età a rischio di contagio, si preoccupano invece di rivendicare la loro fragilità e cercano di scongiurare il proprio ritorno in classe. Fuori, gli aspiranti supplenti speranzosamente attendono.

In mezzo a queste grandi manovre, spunta silenzioso un gruppo di uomini in grigioverde. Ci sembra di averli visti già altre volte, in passato. Ci sembra di averli visti correre all’alba verso Amatrice, così come i loro padri erano corsi verso l’Irpinia qualche decennio prima. Ci sembra di averli visti scavare nel fango della frana di Sarno, così come i loro padri avevano scavato in quello dell’alluvione di Firenze. Ci sembra di averli visti entrare nelle case lombarde solo pochi mesi fa, portare via a centinaia i poveri morti sui loro camion, ed essere gli unici a dare loro l’ultimo saluto in assenza dei familiari. Li abbiamo visti comparire in qualunque emergenza abbia colpito l’Italia, silenziosi ed efficienti. Arrivare, fare un lavoro normalmente sporco, pericoloso o terribile, e poi sparire senza che nessuno gli abbia detto grazie.

E questa volta, a vederli giungere, ci siamo domandati quale emergenza fosse scoppiata, per richiedere la loro presenza. Aperte le porte dei camion, abbiamo avuto la sorprendente risposta: l’emergenza è l’inizio della scuola. I soldati hanno cominciato infatti a scaricare banchini e sedie, come se fossero dei facchini qualunque, e a portarli nelle aule. Brillavano per assenza altri corpi dello Stato, specie civili, che magari per numero di effettivi o pervasività sul territorio, avrebbero potuto fornire una mano effettiva ai militari dell’Esercito. Non pervenuti, in particolare, i percettori di reddito di cittadinanza, che utilmente avrebbero potuto essere impiegati nell’incombenza.

Ora, tutto questo è francamente inaccettabile. È inaccettabile che sia ormai consuetudine il mascherare le inefficienze con la dichiarazione di un’emergenza. L’inizio della scuola non è un’emergenza, è un evento che accade ogni anno. E anche in questo anno particolare, si sapeva che ad un certo punto le lezioni sarebbero riprese e ci sarebbe stata la necessità di riorganizzare gli spazi e ricollocare i materiali. C’era tutto il tempo per programmare l’impiego di altri soggetti per svolgere un compito che non richiedeva particolari capacità, o attrezzature non comuni, o era ad alto rischio – tutte situazioni in cui l’impiego dell’Esercito sarebbe stato giustificato.

È inoltre non più accettabile che il sentimento del figlio buono, il Garrone della situazione che sta lì quieto a masticare il suo pezzo di pane fino a quando non lo interrogano o gli chiedono aiuto, abbia pervaso anche i vertici dell’Esercito. Ben altro rispetto e ricompense dovrebbero essere pretesi dalle istituzioni verso i loro uomini, disposti a tutto e perciò ritenuti meritevoli di niente. Al punto che in passato un ministro in carica si è permesso senza successive proteste di mostrare il suo disprezzo per l’Esercito facendo smorfie al passaggio di uno dei suoi più gloriosi reparti il 2 giugno.

L’Esercito è al servizio del Paese, ma non è un servitore da impiegare in qualunque occasione in cui c’è da fare un qualcosa di sgradito e non si sa a chi affidare la scomoda o degradante incombenza.

L’Esercito è al servizio della Patria, ma non serve!

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