AEROSPAZIO

Tubi nello spazio

Su Marte e sulla Luna i tunnel di lava potrebbero essere così ampi da poter ospitare basi planetarie. Lo dice la rivista internazionale Earth-Science Reviews

Non so voi, ma quando penso ad abitazioni marziane mi rifaccio spesso a quanto letto nella Trilogia di Marte, blasonato ciclo di romanzi di Kim Stanley Robinson (BSFA Award, premio Hugo e premio Nebula), pubblicato nel 1992, che in terra nostrana non ha però ottenuto grandi riconoscimenti (tradotto interamente solo 3-4 anni fa, mi è giunto per caso in mano durante una ronda in libreria).

Tre capitoli pachidermici, Santo Graal dei lettori amanti dello spazio, in grado di unire fantascienza a fantapolitica in una visione utopica che analizza con estremo rigore non solo le ipotetiche trasformazioni sociali ma anche psicologiche derivanti dal progredire della colonizzazione marziana, che assistono vita natural durante i vari protagonisti in insediamenti, che siano “cupole”, ampie strutture sulla superficie, o “underworld”, avamposti sotterranei situati nei più fattibili “tubi di lava”.

Proprio di quest’ultimi una recente ricerca scientifica ne ha assicurato le incredibili potenzialità. La rivista internazionale Earth-Science Reviews ha pubblicato un documento che offre una panoramica sui tubi di lava sulla Terra, fornendone anche una stima delle dimensioni (maggiori) delle loro controparti lunari e marziane. Su Marte e sulla Luna potrebbero essere così ampi da poter ospitare basi planetarie.

Un tubo di lava è un fenomeno piuttosto comune che prende origine a seguito di colate laviche principalmente basaltiche piuttosto fluide che, per “roofing”, procedono incandescenti lasciandosi dietro cavità interne delimitate dal raffreddarsi della porzione esterna (in Italia abbiamo le gallerie laviche dell’Etna).

L’Italia gioca un ruolo cruciale… lo studio ha coinvolto le Università di Bologna e Padova e i suoi coordinatori sono Francesco Sauro, speleologo e responsabile dei programmi ESA CAVES e PANGEA, professore presso il Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università di Bologna e scopritore nel 2013 del più antico sistema di grotte esplorabili del pianeta in Venezuela (per il Time uno dei 10 Next Generation Leaders del 2016) e Riccardo Pozzobon, geologo planetario presso il Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova.

“Possiamo trovare tubi di lava sul pianeta Terra, ma anche sul sottosuolo della Luna e di Marte secondo le immagini ad alta risoluzione scattate da sonde interplanetarie. La prova è stata spesso dedotta osservando cavità lineari e sinuose catene di collasso dove si sono fessurate le gallerie”, spiega Francesco Sauro. “Queste catene di collasso rappresentano finestre ideali per l’esplorazione del sottosuolo. L’espressione morfologica della superficie dei tubi di lava su Marte e sulla Luna è simile alla loro controparte terrestre. Gli speleologi hanno studiato a fondo i tubi di lava sulla Terra alle Hawaii, sulle Isole Canarie, in Australia e Islanda”.

“Abbiamo misurato le dimensioni e studiato la morfologia delle catene di collasso lunari e marziane (tubi di lava collassati), utilizzando modelli digitali di elevazione del terreno (DTM), che abbiamo ottenuto attraverso immagini satellitari e altimetria laser prese da sonde interplanetarie”, ricorda Riccardo Pozzobon… “Abbiamo quindi confrontato questi dati con studi topografici su catene di collasso simili sulla superficie terrestre e con scansioni laser dell’interno dei tubi di lava a Lanzarote e nelle Galapagos”.

Si è scoperto che i tubi marziani e lunari si presentano rispettivamente cento e mille volte più larghi di quelli terrestri, che in genere hanno un diametro compreso tra 10 e 30 metri. La gravità inferiore e il suo effetto sul vulcanismo spiegano queste dimensioni eccezionali.

Riccardo Pozzobon aggiunge: “Tubi come questi possono essere lunghi più di 40 chilometri, rendendo la Luna un bersaglio straordinario per l’esplorazione del sottosuolo e il potenziale insediamento negli ampi ambienti protetti e stabili dei tubi di lava. Questi ultimi sono così grandi da poter contenere l’intero centro città padovano”.

“La cosa più importante è che, nonostante le dimensioni imponenti, rimangono ben all’interno della soglia di stabilità del tetto a causa di una minore attrazione gravitazionale”, spiega Matteo Massironi, professore di Geologia strutturale e planetaria presso il Dipartimento di Geoscienze dell’Università degli Studi di Padova. “Ciò significa che la maggior parte dei tubi di lava sotto i pianeggianti mari lunari (in gergo, “lunar maria”) sono intatti. Le catene di collasso che abbiamo osservato potrebbero essere state causate da asteroidi che hanno perforato le pareti del tubo. Questo è ciò che sembrano suggerire le catene di collasso a Marius Hills”.

Francesco Sauro conclude: “I tubi di lava potrebbero fornire scudi stabili dalla radiazione cosmica e solare e dagli impatti di micrometeoriti che spesso si verificano sulle superfici dei corpi planetari; inoltre, possono fornire un ambiente in cui le temperature non variano dal giorno alla notte. Le agenzie spaziali sono ora interessate alle grotte planetarie e ai tubi di lava, in quanto rappresentano un primo passo verso future esplorazioni della superficie lunare (vedi anche il progetto della NASA Artemis) e verso la ricerca della vita, passata o presente, nel sottosuolo di Marte”.

Stiamo assistendo quindi ad un cambio di prospettive completamente nuovo, che, più che sulla superficie inospitale, si concentrerà sempre più sul sottosuolo di Marte e della Luna, esente da drastici sbalzi termici ed in grado di fornire uno strategico supporto difensivo anti radiazioni e di ospitare strutture abitative. Come abbiamo detto l’Italia riveste un ruolo primario… dal 2012, in collaborazione con alcune università europee tra cui Bologna e Padova, l’ESA ha portato avanti due programmi di formazione per astronauti incentrati sull’esplorazione dei sistemi sotterranei (CAVES) e sulla geologia planetaria (PANGEA). Finora 36 astronauti di cinque agenzie spaziali hanno ricevuto una formazione in escursioni nelle grotte; inoltre, sei astronauti e quattro specialisti di missioni e operazioni hanno ricevuto una formazione sul campo geologico.

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