SPECIALE CORONAVIRUS

COVID-19: Per i musei italiani aver riaperto non basta

Non si riescono a prevedere con precisione i numeri dell’affluenza museale per quel che resta del 2020. Sperando in una ricetta magica per l’anno prossimo ad oggi si valutano solo le perdite

Ad inizio 2020 il Mibact ha pubblicato, come ogni anno, la classifica riferita all’anno precedente dei 30 Musei e Parchi Archeologici statali che hanno ricevuto maggior partecipazione di pubblico. 

Primo posto per Colosseo con oltre 7,5 milioni di visitatori, a seguire Galleria degli Uffizi e scavi di Pompei. 

Il 2019 si è concluso con un aumento degli ingressi di circa il 2,4%: 700.000 in più rispetto al 2018, ovvero oltre la metà dei visitatori dell’intero sistema museale statale. 

Quindi 30 milioni di visitatori e parole di soddisfazione sui risultati, ottenuti grazie alla riforma dei Musei, del Ministro Franceschini. 

Stando ai dati Istat, quasi 55 milioni di persone hanno visitato le strutture statali lo scorso anno, con un incasso di quasi 243 milioni di euro. A fare la parte del leone sono Lazio, Campania e Toscana con quasi l’80% del pubblico e degli incassi del 2019. I loro monumenti e aree archeologiche hanno accolto più della metà del totale dei visitatori, quasi 29 milioni, di cui un quarto (circa 14 milioni) si è concentrata nei musei.

Insomma, stando a questi dati saremo stati in grado di continuare a costruire una solida base, pianificare nuovi investimenti in un settore che camminava in maniera spedita e forse azzardare qualche concessione in più sull’utilizzo di spazi emblematici per eventi o manifestazioni che avrebbero portato sicuro ritorno economico. 

La pandemia ha rovinato i progetti di crescita per il 2020, ma ha anche resettato alcuni degli aspetti non funzionanti, soprattutto riguardo l’afflusso indisciplinato e confuso ai Poli Museali. 

Nonostante le opere d’arte presenti nelle nostre strutture siano iconiche, rappresentate in film che le omaggiano, saggi di settore e testi narrativi, attualmente le perdite economiche sono state senza dubbio ingenti. 

Anche se le riaperture con procedura di sicurezza hanno permesso un minimo tentativo di recupero, basta un semplice calcolo matematico per capire che ci troviamo davanti a numeri molto bassi.  Non solo per mancanza di quello che in gergo si chiama “lo straniero”, ma perché limitare l’affluenza a più del 50% della capacità equivale alla metà degli introiti.

Oltre alle regole generali, ormai notissime e valide ovunque, come l’obbligo di indossare la mascherina per accedere al Museo, il controllo della temperatura corporea attraverso strumentazione termometriche con conseguente blocco d’accesso per chi supera i 37.5 °C, il mantenimento della distanza interpersonale di 1,5 mt per evitare assembramenti, non ci sono altre istruzioni specifiche da seguire.  Ogni direzione museale provvede secondo proprie valutazioni all’applicazione di prassi che possano aumentare la sicurezza.

La direttiva coinvolge anche le visite di gruppo, imponendo divieti d’ingresso per numeri superiori a circa 15 persone alla volta (numero che oscilla discrezionalmente per ogni Museo), accompagnati dalla propria guida.

Che ci si creda o no il turismo organizzato fa la grossa parte del fatturato museale e, in quest’ottica, i vincoli sugli accessi si trasformano in ostacoli logistici. Pensando banalmente ad un gruppo di 100 persone che desidera visitare Castel Sant’Angelo, ad esempio, i cui ingressi sono sbarrati a 12 persone, ci vorranno 9 guide per soddisfare le regole. Ottimo sistema per aumentare il lavoro di settore, si potrebbe pensare. Diversa è invece la realtà in un momento di crisi dove l’allocazione delle spese complessive di un viaggio di questo tipo sarà distribuita diversamente, penalizzando nella maggior parte dei casi l’indotto museale. Una prassi che si spera non coinvolga il 2021. 

Secondo la rilevazione dell’osservatorio culturale del Piemonte sul monitoraggio degli effetti del Covid nel periodo tra il 24 febbraio e il 3 aprile 2020, considerando Musei, cinema e spettacoli e confrontando questi dati con quelli dell’anno precedente, le perdite economiche nette della Regione ammonterebbero a circa 16 milioni di euro, di cui circa 6 milioni riferibili ai musei, 4,8 al cinema e 5,2 allo spettacolo.

Come si presenta la situazione oggi? Secondo l’Istat si stima che “l’emergenza sanitaria e il relativo lockdown che ha chiuso i musei in tutta Italia abbia causato, tra marzo e maggio 2020, una mancata affluenza di quasi 19 milioni di visitatori e un mancato incasso di circa 78 milioni di euro. Nello stesso trimestre dello scorso anno le strutture museali statali avevano registrato oltre 17 milioni di visitatori, realizzando introiti lordi per 69 milioni di euro”.

Come uscire dall’impasse? Se le disposizioni date dal Governo sono generali, sta ad ogni direzione museale statale trovare la propria “ricetta” per risollevare le sorti, mantenendo sistemi di sicurezza sempre alti. 

La Galleria dell’Accademia di Firenze, che ha riaperto il 2 giugno applicando le regole imposte dallo Stato, ha aggiunto qualche attenzione in più per evitare contagi: numero di visitatori ammessi in contemporanea, mantenendo il distanziamento, fino ad un massimo di 157, biglietti acquistati in anticipo, aperture con orario ridotto e creazione ad hoc un percorso a senso unico. I gruppi ammessi sono composti da 5 persone, accompagnati da una guida. 

C’è di più, per garantire un percorso in sicurezza alcune sale, come quelle laterali del Duecento del Trecento e il primo piano, rimarranno temporaneamente chiuse purtroppo penalizzando il fascino della visita. 

Come si recuperano i mancati incassi se l’incolumità non agevola l’affluenza? Anche il questo caso la ricerca di soluzioni convenienti al problema è stata lasciata, non avendo cenni determinanti da parte del Ministero di riferimento, alle direzioni museali. Ognuno si “arrangia” come può e quindi via al richiamo dei social per provare a risollevare le sorti. 

La “digitalizzazione” è stata un passo obbligato per attirare l’attenzione dei più e, anche se “intellighenzia” culturale ha storto il naso, ha avuto i suoi effetti. 

L’esempio più famoso è quello del direttore degli Uffizi, Eike Schmidt, persona di calibro importante, primo straniero nella storia del museo di Firenze ed esperto conoscitore di scultura europea del Rinascimento e del Barocco con oltre 200 pubblicazioni scientifiche, che invitando Chiara Ferragni in un tour super fotografato e sponsorizzato ha fatto schizzare la Galleria al 13esimo posto della classifica dei musei europei con più follower su Instagram.

Passo falso? Inutile promozione in una struttura già famoso di suo? Poca cultura e troppa pubblicità? In mancanza di indicazioni chiare, dettami precisi, soluzioni programmatiche per il settore turistico, che troppe volte rimane in attesa di ricevere attenzione, si procede per tentativi. 

Se nonostante le limitazioni attualmente in essere, puntare la luce dei riflettori con la partecipazione di personaggi glamour potrebbe incrementare il flusso di visitatori, si rivelerà una decisione lungimirante non rimane che aspettare il prossimo passo. 

Tags
Back to top button
Close
Close