STRATEGIE

Hong Kong, fine della democrazia

Con l'arresto di Jimmy Lai, l'ex colonia inglese perde l’ultimo baluardo a difesa della libertà di manifestazione del pensiero

Dopo che a fine maggio è stata votata, da parte dell’Assemblea nazionale del Popolo, la delega al Comitato Permanente dell’Assemblea Popolare Nazionale – con una maggioranza bulgara di 2.878 voti favorevoli, uno contrario e sei astenuti – e che il 30 giugno, anniversario dell’entrata in vigore effettiva della Dichiarazione congiunta sino-britannica, è stata approvata dai 162 membri dell’“Organo ristretto” la Legge sulla Sicurezza Nazionale, uno degli ultimi baluardi a difesa della democrazia ad Hong Kong è caduto.

A nulla è valsa la ferma condanna di Stati Uniti d’America, Canada, Regno Unito e Australia per quella che, a tutti gli effetti, appare come la fine del “un Paese due sistemi”: la fine dell’indipendenza istituzionale ed economica di uno dei tre territori, insieme a Macao e Taiwan, a cui il governo della Repubblica Popolare Cinese aveva concesso di avere una forma di autonomia amministrativa.
Tale novità normativa va difatti a colpire chiunque ponga in essere atti di sovversione, secessione, terrorismo e collusione con le forze straniere, ma porta con sé il rischio di esser utilizzata arbitrariamente come strumento politico in mano al regime di Xi Jinping.
Quelli che sembravano solamente timori, pare si siano trasformati in triste realtà. Con l’accusa di cospirazione contro la sicurezza nazionale, è stato arrestato Jimmy Lai, editore indipendente di due giornali, la rivista Next Magazine ed il quotidiano Apple Daily, apertamente contro il governo di Hong Kong e fermo oppositore del Partito Comunista Cinese.
Con lui sono stati arrestati anche due dei suoi figli e quattro dirigenti del gruppo editoriale, inoltre l’intera sede è stata oggetto di ispezioni da parte di oltre cento agenti alla ricerca di prove di tale cospirazione.
Tutto nasce dai viaggi che l’imprenditore ha compiuto l’anno scorso negli Stati Uniti, incontrando anche il Segretario di Stato ed il Vicepresidente americano. Così, se ad Hong Kong viene visto come un eroe, essendo un self-made man disposto a criticare apertamente Pechino, per i media statali cinesi è un traditore della patria, ritenuto una delle principali “mano nere” dietro le proteste a favore della democrazia che si susseguono ad Hong Kong dal 2019; considerato addirittura il capo di una nuova “Banda dei Quattro” che cospira con potenze straniere occidentali per minare la madrepatria.
La lotta tra Pechino e Washington continua: dopo l’emanazione di questa legge il presidente Trump ha ritirato lo status commerciale speciale per Hong Kong e recentemente ha inserito in una black list 11 dirigenti politici hongkonghesi e cinesi, tra i quali la governatrice Carrie Lam, per aver soppresso il dissenso della popolazione. Ma questo rimane solo uno dei fronti in cui si gioca la guerra USA-RPC, insieme alla questione 5G e alle multinazionali, tra cui TikTok e WeChat, cui è stato imposto di vendere la partecipazione nelle operazioni americane entro metà settembre pena sanzioni nei confronti delle società che continueranno a farci affari.

Quel che è certo, a detta delle organizzazioni pro-democrazia, è che quello effettuato il 10 agosto è l’arresto più celebre finora compiuto ad Hong Kong per la violazione della Legge sulla Sicurezza Nazionale di stampo cinese. Da questo momento in poi, Hong Kong perde forse l’ultimo baluardo a difesa della libertà di manifestazione del pensiero e della democrazia, capace di raccogliere un’ampia schiera di seguaci intorno a sé.

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