GUERRA DELL'INFORMAZIONE

NBA: faziosità, patriottismo o semplice avidità?

La National Basketball Association ha approvato una serie di messaggi sociali che appariranno sulle magliette dei giocatori durante la stagione 2020

È innegabile. Viviamo una critica impasse sociale all’interno della quale assistere al rogo pubblico della collezione completa di DVD di “Happy Days” perché’ il revisionista di turno ha deciso che la penuria di personaggi di colore nella vetusta sitcom rappresenterebbe un lampante esempio di “insensibilità razziale”, con ogni probabilità non solleverebbe neanche un sopracciglio.

Miscelando -nella cucina virtuale della coscienza sociale- un pizzico di “politically correct”, tre cucchiai abbondanti di “giustizia sociale”, una tazza di “free speech” e un paio di ingredienti segreti che ci auspichiamo siano chiari dopo la lettura di questo articolo, la NBA (National Basketball Association) americana, ha approvato una serie di messaggi sociali che appariranno sulle magliette dei suoi giocatori di basket, durante la stagione 2020 che sarà inaugurata il 30 Luglio con il restart che vede Jazz Vs  Pelicans ad Orlando in Florida.

Ecco la lista:

Black Lives Matter; Say Their Names; Vote; I Can’t Breathe; Justice; Peace; Equality; Freedom; Enough; Power to the People; Justice Now; Say Her Name; Sí Se Puede (Yes We Can); Liberation; See Us; Hear Us; Respect Us; Love Us; Listen; Listen to Us; Stand Up; Ally; Anti-Racist; I Am A Man; Speak Up; How Many More; Group Economics; Education Reform; and Mentor.

Non desidero intrattenere più di tanto le facili critiche che vedrebbero – nel nome di una libertà di espressione oggettiva e non monoculare – la NBA approvare anche slogan rappresentanti idee e principi agli antipodi dello spectrum politico come “Tutte le Vite Sono Importanti”, “Non Tagliamo i Fondi alla Polizia”, “Difendiamo Hong Kong”,  “Proteggiamo Statue e Monumenti” o quello tanto caro agli immigrati italiani  “Giù le mani da Cristoforo Colombo” e così via. Pur non essendo eccessivamente tifoso, rimango tuttavia curioso dell’effetto che susciterebbe nella psiche dell’ultrà milanista non troppo in armonia con il Movimento 5 Stelle, vedere Ibrahimovic indossare durante il  derby una maglietta che mostra a caratteri cubitali la scritta “Lunga Vita A Beppe Grillo”.

Mi risulta inoltre difficile conciliare la presa di posizione politica della NBA con il tanto discusso episodio dello scorso ottobre che vide l’associazione espellere dallo stadio i fans che ad una partita di basket in Philadelphia misero in display il loro dissenso verso la politica di Pechino, sventagliando manifesti “Free Hong Kong”.

È difficile negare che la politica abbia oramai permeato – “inquinato” è forse più calzante- quasi tutti gli aspetti del quotidiano.

La manifestazione sportiva -eccezion fatta per qualche genuflessione compulsiva durante il rituale “The Star-Spangled Banner” -rappresenta ancora una delle poche aree protette, provata valvola di sfogo “contro il logorio della vita moderna”.

Un “luogo” dove si sorvola la monotonia della quotidianità, capace di connettere culture, generazioni, visioni della vita diverse; dove individui con altrimenti nulla in comune si ritrovano accomunati dalla stessa passione. Un contesto dove ti trovi improvvisamente ad abbracciare persone, trascendendo credo religioso, politico, sesso, razza o ceto sociale.

Abbiamo politicizzato i mass media, i nostri sistemi educativi, i monumenti, gli ospedali, perfino i farmaci, caduti anche loro da eroi nella battaglia contro il covid19, un virus, che siamo riusciti, a sua volta, a politicizzare.

Per favore, lasciateci guardare la partita in pace.

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