CITTADINI & UTENTI

Vi spiego io cosa sono e come funzionano gli “Encomi” tanto ambiti da Carabinieri e dintorni

La devastante sequenza di condotte illecite che hanno costellato il cielo di Piacenza sarebbe stata innescata dal desiderio di acquisire meriti e di vederli riconosciuti con i cosiddetti “encomi”

Chi non è del mestiere si sarà chiesto – magari senza farsi sentire per evitare critiche da parte dei “so-tutto-io” – cosa mai siano questi benedetti encomi.

Per introdurre il tema faccio appello all’animo bambino di chi legge queste pagine e domando di fare uno sforzo di memoria per ricordare “Muttley”, il cane che sembra asmatico ogni volta che scoppia a ridere per le disavventure di Dick Dastardly nei celebri cartoni di Hanna & Barbera.

Il buffo quadrupede ripete con grande frequenza – ma solo nella versione italiana – la celebre frase “Medaglia, medaglia” e somiglia un pochettino a chi nelle Forze Armate o di Polizia spera con il suo operato di ottenere uno dei previsti “riconoscimenti di ordine morale”.

Non parliamo di medaglie al valore, al merito, di benemerenza o commemorative (su queste ultime basti ricordare quella assegnata a migliaia e migliaia di persone che hanno partecipato – garantendo la sicurezza e l’ordine pubblico – alle solenni esequie di Papa Wojtila, all’elezione del Pontefice Benedetto XVI o all’Incontro  nazionale  dell’Azione cattolica italiana nella regione Marche come si legge ai punti 18, 19 e 20 – all. 1 – art. 1 – di una curiosa pagina della Gazzetta Ufficiale), ma di diplomi che attestano la stimabile opera dell’interessato in una certa attività di servizio. Ne esistono di tre specie che – in progressione crescente (per importanza e per caratura del Comando abilitato a rilasciarli) – si identificano in “elogio” (“lode” per la Polizia di Stato), “encomio semplice” ed “encomio solenne”.

Chi ottiene un buon risultato, che sia effettivamente degno di menzione, spera nella formalizzazione dei propri meriti, vuoi per soddisfazione personale, vuoi per trarre beneficio nelle successive valutazioni per un avanzamento di grado.

Gli encomi dovrebbero essere attribuiti solo a chi ha effettivamente contribuito ad una certa operazione, ma per prassi abbastanza diffusa danno luogo ad una contaminazione gerarchica andando a premiare anche “chi stava sopra” a chi davvero ha lavorato. Al “superiore” improvvisamente vengono riconosciute qualità e virtù di “coordinamento” e addirittura di “ispirazione” di certe attività, pregi che si traducono in roboanti celebrazioni che farebbero impallidire i più indomiti eroi di ogni tempo.

L’iter per la concessione dell’encomio prevede una serie di passaggi: la pratica parte dal reparto protagonista del servizio meritevole di riconoscimento e arriva all’organo preposto alla valutazione e all’eventuale rilascio. I superiori, nel trasmettere la pratica a chi sopra di loro decide, non di rado chiedono che si consideri il proprio determinante ruolo in mancanza del quale il risultato non sarebbe stato mai conseguito. E’ capitato che soggetti distanti chilometri e spesso assenti vengano premiati grazie ad un effetto alone che si riverbera positivamente su tutta la catena gerarchica, persino quando quegli stessi superiori hanno ostacolato lo svolgimento di una certa attività…

Quei pezzi di carta – altro non sono – comportano la “trascrizione a matricola” della motivazione del rilascio dell’encomio, contribuiscono ad addobbare il profilo professionale e il cursus honorum dell’interessato e possono argomentare la scelta di Tizio rispetto a Sempronio in un avanzamento di carriera.

Sulle promozioni, però, si apre un ulteriore scenario. Se a collezionare “encomi” è qualcuno che – magari guadagnandoseli con fatica sul campo – non è quello che deve passare di grado, in quella tornata di valutazioni gli encomi conteranno poco oppure se l’involontario avvantaggiato ne ha presi troppi vorrà dire che se ne prenderanno in considerazione un massimo di “tre”.

I comuni mortali non sempre riescono ad ottenere l’encomio nemmeno dopo blitz spericolati e investigazioni da sceneggiatura cinematografica. Altri invece portano a casa riconoscimenti di quel tipo per iniziative non così straordinarie, svalutando uno strumento che invece ha una sua valenza psicologica e incentiva l’impegno dei più bravi e volenterosi.

Non si pensi alla favola della volpe e l’uva.

Nella mia ultradecennale esperienza di comando, il GAT (Gruppo Anticrimine Tecnologico, poi divenuto Nucleo Speciale Frodi Telematiche) ha totalizzato un numero di riconoscimenti “bestiale”. Quella trentina di ragazzi in competizione con gli oltre tremila uomini e donne della Polizia Postale si è conquistata quei premi, come la cronaca di quell’incredibile dozzina d’anni può ampiamente testimoniare. In quel periodo io stesso ho totalizzato 18 encomi solenni e 14 semplici per operazioni che ho vissuto in prima persona non dalla scrivania ma rimbalzando giorno e notte da un angolo all’altro dell’Italia, partecipando direttamente a perquisizioni e sequestri, studiando e approfondendo ogni caso, procedendo ad analisi tecniche e facendo indagini come qualunque altro “gattino”.

Uno degli “encomi” è quello per lo scandalo delle “slot machine” su cui abbiamo lavorato – contro tutti e contro tutto – per alcuni anni. Solo dopo i miei ragazzi ed io abbiamo scoperto che bastava organizzare una Santa Messa per ottenere un riconoscimento simile. La lettura delle motivazioni ripaga ogni amarezza di chicchessia e regala un sorriso in un periodo in cui se ne sente particolarmente il bisogno.

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