NOVITA' NORMATIVE

Quell’assordante silenzio sulla condanna dei migranti della Nave Diciotti

La Corte d’Appello di Palermo ha condannato i due migranti dimostrando che la loro condotta non poteva configurare una legittima difesa

Il prossimo 24 luglio inizierà il processo a carico dei presunti scafisti egiziani che la sera del 16 agosto 2018 condussero un gommone al largo di Lampedusa con a bordo 177 migranti, soccorsi poi dalla nave della Guardia Costiera italiana ‘Diciotti’. Dal braccio di ferro che ne derivò tra Governo e magistratura per autorizzarne lo sbarco anche l’allora ministro dell’Interno Salvini finì sotto inchiesta.

Forse è per l’attesa di questo importante appuntamento che è stata completamente sottaciuta un’importante sentenza emessa in questi giorni avente ad oggetto sempre Nave Diciotti e che ha rigettato in modo radicale le decisioni dei giudici di primo grado.

È successo a Palermo al processo d’appello dei migranti che l’8 luglio 2018, dopo essere stati soccorsi nella zona SAR libica e presi a bordo dal rimorchiatore olandese Vos Thalassa, si erano ribellati alla decisione del comandante di riportarli in Libia. Il capitano fu costretto a chiamare la Guardia costiera asserendo che il proprio equipaggio era a rischio per le minacce da parte dei migranti e le autorità italiane inviarono sul posto Nave Diciotti che imbarcò tutti i 67 naufraghi per poi condurli al porto di Trapani non senza difficoltà.

Furono individuati i due maggiori responsabili della rivolta che andarono a processo accusati di violenza privata, resistenza a pubblico ufficiale e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il Tribunale di Trapani, con rito abbreviato, li assolse  in quanto sostenne che il fatto non costituisce reato, avendo gli imputati agito per  legittima difesa ad una minaccia data dal fatto di aver compreso che sarebbero stati  riportati in Libia, ove avrebbero patito trattamenti disumani, così come comprovato  anche dall’UNHCR.

Il giudice di primo grado eccepiva anche la natura dell’accordo italo-libico con cui le autorità di Tripoli avevano disposto che il rimorchiatore olandese riconducesse  i migranti salvati in un loro porto. Infatti trattavasi di un memorandum d’intesa sottoscritto il 2 febbraio 2017 che non era stato ratificato dal Parlamento e, pertanto, non aveva forza di legge.

I giudici d’appello, valutando condotta ed evento da un punto di vista meramente penalistico e astenendosi da valutazioni di carattere socio-politico riguardanti uno Stato peraltro riconosciuto dal diritto internazionale,  hanno ribaltato la sentenza di Trapani giudicando l’assoluzione dei migranti, definiti «clandestini», frutto di  un’interpretazione molto azzardata della “legittima difesa applicata al diritto del mare”, che così finirebbe per “creare pericolose scorciatoie” nell’ammettere “condotte dotate di grande disvalore penale ai limiti dell’ammutinamento”: al punto che allora “chiunque potrebbe partire dalle coste libiche con un barcone e farsi trasbordare da una unità italiana, sicuro di potere minacciare impunemente l’equipaggio qualora esso dovesse disobbedire a un ordine impartito dalla Guardia Costiera di uno Stato, la Libia che, piaccia o no, è riconosciuto internazionalmente”.

La Corte d’Appello di Palermo  condannando a 3 anni e 6 mesi i due capi rivolta per violenza privata, resistenza a pubblico ufficiale e favoreggiamento di immigrazione clandestina, hanno dimostrato che la condotta dei due migranti non poteva configurare una legittima difesa dal pericolo di un’offesa ingiusta perché “essi si posero in stato di pericolo volontariamente”, e “crearono artificiosamente una situazione di necessità (la partenza su un barcone di legno) atta a stimolare un soccorso che conducesse all’approdo in suolo italiano dei clandestini”.

Ma soprattutto i giudici di Palermo hanno dimostrato che la legge è uguale per tutti e hanno inflitto la stessa pena che si sarebbe meritato un marinaio italiano responsabile di analogo reato.

Back to top button
Close
Close