GUERRA DELL'INFORMAZIONE

Per arrestare serve gentilezza. Parola di videoamatori

Una normale operazione di polizia nel rispetto delle procedure ha sollevato proteste e commenti che confermano come assistere ad un fatto non vuol dire capirlo

Questo articolo è alquanto “fuori” dagli argomenti normalmente trattati da Infosec News ma in realtà, in una prospettiva più ampia, ha pienamente senso perchè affronta il ruolo della rete nel rapporto fra fatti, loro percezione e conseguenze sociali e politiche.

L’occasione è un evento segnalato in esclusiva da Repubblica.it che documenta le fasi di un arresto compiuto a Verona da operanti della Polizia di Stato a danno di un soggetto violento e non cooperante. Inevitabile, anche se l’articolo non ne parla esplicitamente, il paragone con il comportamento dei poliziotti americani che portò alla morte di George Floyd. Ma questo paragone, per quanto la conclusione ai più possa sembrare strana, segna una distanza abissale fra le due sponde dell’oceano Pacifico.

L’immancabile “video amatoriale”, che in questi casi spunta con una puntualità svizzera, documenta infatti due cose: la prima è la corretta applicazione delle tecniche di contenzione da parte degli operanti. A differenza del caso Floyd, dove un solo agente ha proceduto all’arresto senza che gli altri intervenissero, nel caso di Verona gli intervenuti hanno fatto in modo di utilizzare il minimo necessario di forza, bloccando gambe e schiena dell’arrestato per poi poterlo ammanettare in sicurezza. Non bisogna essere un esperto di lotta o di Judo per sapere che la cosa più pericolosa che può accadere dovendo bloccare qualcuno è farlo da soli. L’intervento di più persone, infatti, minimizza il rischio di fare del male.

La seconda è l’atteggiamento inaccettabile degli astanti che interferiscono in un’operazione di polizia, esponendo se stessi e gli operanti a rischio. Quando si ha a che fare con un soggetto potenzialmente pericoloso, infatti, è fondamentale essere sempre all’erta perchè in qualsiasi momento potrebbero esplodere atti violenti. La tragedia della questura di Trieste dove lo scorso 4 ottobre 2019 due agenti morirono uccisi proprio da un arrestato è un drammatico esempio di cosa voglia dire “abbassare la guardia”. Mentre si ha a che fare con un soggetto potenzialmente pericoloso, dunque, non è pensabile doversi preoccupare di gestire anche le interferenze di chi, a digiuno di diritto e tecniche di polizia, pretende di mettere bocca su un intervento a rischio vita. Queste interferenze, peraltro, sarebbero anche sanzionabili ma ad oggi nessuno – o pochissimi – hanno subito procedimenti per intralcio alle attività di polizia.

Il comportamento dei “commentatori” che emerge dal video è l’ennesima dimostrazione di come il cosidetto “effetto farfalla” – un fatto che si verifica in luogo provoca conseguenze gravi altrove – causato dalla circolazione inarrestabile di video e notizia sia, dal punto di vista delle dinamiche sociali, particolarmente efficace nell’innescare proteste globali e globalizzate, ma soprattutto a generare convinzioni che condizionano acriticamente le scelte individuali.

Che nessuno dovrebbe morire quando è affidato allo Stato, nemmeno in caso di delinquenti sospettati o condannati, è un principio sacrosanto di civilità del diritto. Che gli abusi – purtroppo esistenti – vadano puniti è fuori discussione. Ma questo non significa che a fronte di un abuso (il caso Floyd) si possa generalizzare l’assunto che ogni volta che degli operanti di pubblica sicurezza devono usare la forza per eseguire un arresto stanno violando la legge. E il rimbalzo acritico tramite social network di video come quello di Verona, dove semplicemente non è successo nulla, amplifica convizioni e percezioni distorte dall’ignoranza e da sballate convizioni individuali. Certo, non si può pretendere che tutti abbiano conoscenza delle tecniche operative e delle procedure di arresto definite dal Ministero degli interni e insegnate ad ogni livello nelle strutture di formazione della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri e del Corpo della Guardia di finanza. Ma proprio per questo, consapevoli della propria ignoranza, prima di usare la pancia per commentare fatti che richiedono competenze specifiche, ci si dovrebbe informare – oppure tacere.

Quello del preteso diritto a “dire la propria” – spesso con modalità altrettanto, se non più violente del fatto che si vuole stigmatizzare – è un problema di gravità crescente che rischia – passatemi il gioco di parole – di mettere a rischio la libertà di espressione. Se fiumi di veleno che scaturiscono dalla sorgente dell’ignoranza invadono la rete, è difficile essere in disaccordo com Rowling, Rushdie e altri 150 intellettuali che, come evidenzia questo articolo della BBC, hanno denunciato la censura al contrario che colpisce, anche violentemente, chi sostiene tesi fuori dal coro o non dimostra uno zelo adeguato nel difendere determinate cause.

Il caso di Verona, per quanto destinato a scomparire dalle cronache nel giro di poco, è l’ennesimo esempio del modo in cui funziona il “tribunale permanente del pubblico sdegno”, potere giudiziario della democrazia elettronica globale, che fa il paio con quello legislativo del “parlamento della democrazia diretta” e che non richiede nemmeno l’esistenza di un esecutivo perché la “volontà del popolo” si applica senza mediazioni costringendo enti ed istituzioni ad adottare provvedimenti punitivi non per il merito del fatto, ma per tacitare la folla.

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