AFFARI & FINANZA

La moneta parallela che non farebbe arrabbiare l’Europa

Serve una svolta coraggiosa che non confligga con i trattati europei e rimanga in linea ai dettati monetari della Banca centrale europea.

Il tempo passa, il tanto temuto autunno si avvicina e le riunioni in Europa continuano a rimandare, mese dopo mese, decisioni che se va bene consentiranno di ottenere un prestito di qualche decina di  miliardi di euro. Ovviamente – destino di ogni prestito – da restituire.

Briciole per le esigenze del Paese e di questo passo è chiaro a tutti dove si andrà a finire. Per compensare il crollo del PIL e la conseguente decimazione dei consumi serve una svolta coraggiosa che non confligga con i trattati europei e rimanga in linea ai dettati monetari  della Banca centrale europea.

La svolta potrebbe consistere  nella possibilità di capitalizzare in criptovaluta di Stato l’immenso patrimonio immobiliare privato e degli enti previdenziali sul territorio italiano,  di circa seimila miliardi di euro, ricorrendo ad  una convenzione monetaria parallela.

Il principio fondatore è quello dello ‘Star del credere’ già previsto nel Codice Civile (1736 c.c.) in virtù del quale lo Stato risponde di un’azione di cui è agente e il cui sottostante è concreto, un tempo ben conosciuto da ogni immobiliarista.

Ipotizziamo che un Ente o una Banca di Stato (Cassa Depositi e Prestiti completamente nazionalizzata ad esempio) emetta una criptovaluta parallela per un valore  complessivo di centinaia miliardi destinata ad acquistare beni immobili privati o di Enti previdenziali da far confluire in un Fondo immobiliare dello Stato gestito da personalità di provata  competenza e spiccata immagine.

A questo punto è bene precisare che l’art. 128 del Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) prevede che le banconote emesse dalla BCE e dalle banche centrali nazionali costituiscono le uniche banconote aventi corso legale nell’Unione. Per corso legale si intende l’obbligo per tutti di accettare tali banconote, rimanendo escluse  – forse un vulnus dei trattati – altre tipologie di emissione non caratterizzate da analogo imperativo.

Fatto questo dovuto inciso torniamo agli immobili potenzialmente traslati nel Fondo e ai possibili vantaggi che ne deriverebbero per lo Stato, da una parte, e dall’altra per il privato propenso ad una alienazione da cui ricaverebbe una somma in una criptovaluta parallela che convenzionalmente chiameremo Eulira.

Ebbene, il privato che cede il proprio bene immobile riceverà il corrispettivo in valuta parallela che potrà spendere e far circolare. Dopo un periodo minimo da definire (da 10 a 30 anni) potrà rientrare in possesso del suo immobile conferendo al Fondo statale gestore la stessa somma in valuta parallela inizialmente percepita. Qualora nel frattempo volesse continuare ad usufruirne, pagherà allo Stato una locazione corrispondente al 3 o 4 % del valore del bene e nel caso di non prelazione nell’utilizzo sarà il Fondo ad individuare le migliori possibilità di investimento.

Ciò genererà un’enorme massa monetaria circolante all’interno del Paese che non andrà a penalizzare le entrate fiscali dello Stato in quanto consentirà consumi altrimenti inesistenti. La durata a tempo determinato dell’operazione sarà coerente con i prevedibili tempi di uscita dalla crisi.

Già una prima emissione di 500 miliardi da destinare a privati potrebbe consentire di pagare beni di produzione nazionale e servizi a soggetti che ne accettino il valore pieno, che a loro volta innesteranno un meccanismo di circolazione monetaria.

Una volta constatato il coefficiente di circolazione della nuova valuta – sul modello dei buoni pasto accettati ovunque, per intenderci –  anche i dipendenti pubblici potrebbero essere retribuiti in modo misto, a fronte di agevolazioni fiscali per la porzione cripto. Raggiunta maggiore solidità del Fondo, lo Stato potrebbe pagare inoltre in Eulire i reddditi di cittadimanza e tutti i nuovi assunti per un periodo iniziale determinato.

Per indurre gli esercenti ad una maggior propensione all’accettazione della valuta potrebbe essere offerta loro la possibilità di utilizzarla anche per pagamenti verso la pubblica amministrazione. Per mantenere le imposte ad un livello corrispondente alle esigenze di spesa dello Stato s’imporrà un meccanismo di intersecazione delle due valute da utilizzare in adeguata proporzione.

Un’adesione al circuito della criptovaluta di Stato non solo da parte della grande distribuzione e dei grandi fornitori di energia e servizi ma anche di esercizi minori determinerebbe la sparizione del ‘nero’ e l’assoluta tracciabilità delle transazioni.

Il procedimento così descritto materializzerebbe il valore inespresso che possiede l’Italia, prima di tutto attraverso il patrimonio dei privati  che, monetizzato attraverso un lease back  di questo genere, diventerebbe uno strumento di benessere collettivo.  Circolerebbe una massa di Eulire tale da garantire un forte incremento della capacità produttiva nazionale e arginare eventuali sussulti di rivolta che gli analisti di ordine pubblico già stanno prevedendo in caso di dilaganti condizioni di povertà.

Non è nulla di nuovo. Molti economisti di scuola Federico Caffè ritenevano possibile una valuta parallela all’Euro, assumendo a sottostante il surplus di attività produttiva, accostamento neppure considerato in Europa. Surplus che, peraltro, non esiste più, ma i beni del Fondo statale fungeranno allo scopo, con la certezza così che nessuno alla fine si troverà con ‘il cerino in mano’ . Per realizzare un progetto di tale portata ed efficacia non basteranno Stati generali di economisti, ci vorrebbe un personaggio di grande carisma capace di grande credibilità in Europa. Il popolo italiano lo seguirebbe per salvare il Paese.

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